Il territorio
Il territorio del nostro Paese, pur non essendo molto vasto, propone sia al visitatore esterno che allo stesso residente numerose e affascinanti possibilità di scoperta; arte, architettura, ambiente: ecco, in sintesi, le possibilità che offre Saint-Vincent a coloro che generalmente a piedi o in bicicletta, ma in particolare modo senza fretta, desiderano conoscere più a fondo il territorio.
Scenari panoramici di grande effetto si mescolano all’arte, all’architettura facendo riflettere su quanto la natura e l’uomo hanno fatto a Saint-Vincent in un connubio certamente vincente anche se purtroppo ancora poco noto.
Ringraziandovi per questa visita e rinnovandovi il nostro Benvenuto! chiudiamo questo piccolo scritto con le parole del parigino Edouard Aubert che visitando questa regione e Saint-Vincent nella metà del XIX secolo scrisse: "è difficile esprimere la bellezza di questo Paese; dire l’effetto prodotto da questa valle ricca ed elegantemente boscosa che a momenti si apre per poi richiudersi. E’ impossibile descriverne i colori che a seconda dell’ora del giorno sono velate di tinte bluastre e grigie di incredibile dolcezza o si incorporano sotto le calde carezze del sole d’Italia."
Scenari panoramici di grande effetto si mescolano all’arte, all’architettura facendo riflettere su quanto la natura e l’uomo hanno fatto a Saint-Vincent in un connubio certamente vincente anche se purtroppo ancora poco noto.
Ringraziandovi per questa visita e rinnovandovi il nostro Benvenuto! chiudiamo questo piccolo scritto con le parole del parigino Edouard Aubert che visitando questa regione e Saint-Vincent nella metà del XIX secolo scrisse: "è difficile esprimere la bellezza di questo Paese; dire l’effetto prodotto da questa valle ricca ed elegantemente boscosa che a momenti si apre per poi richiudersi. E’ impossibile descriverne i colori che a seconda dell’ora del giorno sono velate di tinte bluastre e grigie di incredibile dolcezza o si incorporano sotto le calde carezze del sole d’Italia."
Scenari panoramici di grande effetto si mescolano all’arte, all’architettura facendo riflettere su quanto la natura e l’uomo hanno fatto a Saint-Vincent in un connubio certamente vincente anche se purtroppo ancora poco noto.
Saint-Vincent, posto a 575 metri s.l.m., è situato nel cuore della Regione Autonoma Valle d’Aosta; qui spettacolari montagne ricoperte di rigogliose foreste, abbracciano il cielo dai colori ora forti ora intensamente delicati.
Una splendida natura ancora incontaminata si fonde con l’ambiente e il territorio.
A Saint-Vincent la storia è ricca di testimonianze che dimostrano come l’uomo si sia insediato e abbia abitato con continuità questa terra fin dallo scioglimento dei ghiacci: graffiti neolitici e rupi celtiche; un ponte e una domus romana; la straordinaria bellezza architettonica della chiesa romanica del borgo e di quella altrettanto bella di San Maurizio situata nel collinare villaggio di Moron; un borgo certamente di impianto medievale - oggi in buona parte restaurato; architetture liberty e moderne raccontano millenni di storia di un paese anticamente attraversato sia dalla Via Ad Gallias (Strada romana delle Gallie) che dalla via Francigena.
Il territorio, fortemente antropizzato, racconta le secolari fatiche dell’uomo: piccoli e arditi terrazzamenti e straordinari resti di manufatti di opere idriche ci parlano della fatica, del lavoro e degli espedienti delle famiglie che alla montagna strapparono piccole superfici di terra per coltivarle a cereali o a vigneto; in tutti i villaggi della collina bellissimi granai e rascards, unitamente a possenti dimore di pietra, dimostrano l’intelligente capacità dei residenti nella costruzione delle abitazioni e l’abile mescolanza e maestria nell’uso della pietra e del legno.
Saint-Vincent, posto a 575 metri s.l.m., è situato nel cuore della Regione Autonoma Valle d’Aosta; qui spettacolari montagne ricoperte di rigogliose foreste, abbracciano il cielo dai colori ora forti ora intensamente delicati.
Una splendida natura ancora incontaminata si fonde con l’ambiente e il territorio.
A Saint-Vincent la storia è ricca di testimonianze che dimostrano come l’uomo si sia insediato e abbia abitato con continuità questa terra fin dallo scioglimento dei ghiacci: graffiti neolitici e rupi celtiche; un ponte e una domus romana; la straordinaria bellezza architettonica della chiesa romanica del borgo e di quella altrettanto bella di San Maurizio situata nel collinare villaggio di Moron; un borgo certamente di impianto medievale - oggi in buona parte restaurato; architetture liberty e moderne raccontano millenni di storia di un paese anticamente attraversato sia dalla Via Ad Gallias (Strada romana delle Gallie) che dalla via Francigena.
Il territorio, fortemente antropizzato, racconta le secolari fatiche dell’uomo: piccoli e arditi terrazzamenti e straordinari resti di manufatti di opere idriche ci parlano della fatica, del lavoro e degli espedienti delle famiglie che alla montagna strapparono piccole superfici di terra per coltivarle a cereali o a vigneto; in tutti i villaggi della collina bellissimi granai e rascards, unitamente a possenti dimore di pietra, dimostrano l’intelligente capacità dei residenti nella costruzione delle abitazioni e l’abile mescolanza e maestria nell’uso della pietra e del legno.
Ai nostri giorni Saint-Vincent - il cui ingresso nei circuiti turistici affonda le sue radici nel diciottesimo secolo quando un prete, figlio di questo Paese, scoprì le terapeutiche e salutari virtù di una piccola sorgente minerale tutt’oggi meta di tantissime persone che alle sue Terme accorrono per curarsi – è un paese moderno dove vivono poco meno di cinquemila persone.
L’accoglienza e l’ospitalità sono invariate e solenni fin dai tempi in cui regine, principi, nobili e notabili giungevano per ritemprarsi alla Fons salutis.
Il turismo è oggi una delle principali risorse di questo Paese che annovera tra le sue molte strutture di accoglienza anche la più importante Casa da Gioco esistente in Europa.
Alberghi e strutture ricettive sono ai massimi livelli e la professionalità degli addetti è certamente degna di nota; il visitatore può contare su buoni impianti sportivi sedi di eventi e manifestazioni internazionali di tutto rispetto.
La moderna stazione di sci e di sport invernali del Col di Joux - distante solo dieci chilometri dal borgo e dagli alberghi - si offre alle famiglie e a tutti coloro che senza difficoltà desiderano passare alcune ore sugli sci attorniati da un paesaggio mozzafiato che si estende ininterrotto fino alla vista del Monte Bianco e rappresenta una sfida importante per l'Amministrazione comunale: in un'epoca di cambiamenti climatici è in atto un percorso di destagionalizzazione dell'area che verrà utilizzata d'estate come bike park.
Il territorio - che si sviluppa dai quattrocento metri del fiume Dora fino alla vetta del Monte Zerbion a 2722 m s.l.m. - è particolarmente ricco di ambienti che consentiranno al visitatore di riposare lo spirito e lo stanco fisico e di entrare a contatto con una natura rimasta pressoché inalterata nel tempo.
Le possibilità di passeggiare a quote diverse sono tantissime e sono alla portata di tutti, bambini e anziani compresi.
Sul territorio oltre cinquanta villaggi testimoniano come la gente di questo Paese abbia vissuto per secoli in perfetta sintonia e simbiosi con la natura sviluppando arte e cultura: secolari chiesette e scuole di villaggio, fontanili, forni per la panificazione, latterie consortili e torchi per la pressatura delle vinacce raccontano aspetti della vita comunitaria così come le numerosissime pitture murali su abitazioni private illustrano aspetti di fede e della devozione popolare.
La sapiente cucina proposta dai ristoratori propone ricercati piatti della tradizione che ben si coniugano con dolci, vini e grappe.
L’accoglienza e l’ospitalità sono invariate e solenni fin dai tempi in cui regine, principi, nobili e notabili giungevano per ritemprarsi alla Fons salutis.
Il turismo è oggi una delle principali risorse di questo Paese che annovera tra le sue molte strutture di accoglienza anche la più importante Casa da Gioco esistente in Europa.
Alberghi e strutture ricettive sono ai massimi livelli e la professionalità degli addetti è certamente degna di nota; il visitatore può contare su buoni impianti sportivi sedi di eventi e manifestazioni internazionali di tutto rispetto.
La moderna stazione di sci e di sport invernali del Col di Joux - distante solo dieci chilometri dal borgo e dagli alberghi - si offre alle famiglie e a tutti coloro che senza difficoltà desiderano passare alcune ore sugli sci attorniati da un paesaggio mozzafiato che si estende ininterrotto fino alla vista del Monte Bianco e rappresenta una sfida importante per l'Amministrazione comunale: in un'epoca di cambiamenti climatici è in atto un percorso di destagionalizzazione dell'area che verrà utilizzata d'estate come bike park.
Il territorio - che si sviluppa dai quattrocento metri del fiume Dora fino alla vetta del Monte Zerbion a 2722 m s.l.m. - è particolarmente ricco di ambienti che consentiranno al visitatore di riposare lo spirito e lo stanco fisico e di entrare a contatto con una natura rimasta pressoché inalterata nel tempo.
Le possibilità di passeggiare a quote diverse sono tantissime e sono alla portata di tutti, bambini e anziani compresi.
Sul territorio oltre cinquanta villaggi testimoniano come la gente di questo Paese abbia vissuto per secoli in perfetta sintonia e simbiosi con la natura sviluppando arte e cultura: secolari chiesette e scuole di villaggio, fontanili, forni per la panificazione, latterie consortili e torchi per la pressatura delle vinacce raccontano aspetti della vita comunitaria così come le numerosissime pitture murali su abitazioni private illustrano aspetti di fede e della devozione popolare.
La sapiente cucina proposta dai ristoratori propone ricercati piatti della tradizione che ben si coniugano con dolci, vini e grappe.
I suoli detritici e morenici, prevalenti sul territorio, sono tendenzialmente assai porosi e quindi non trattengono l’acqua, che d’altronde dal cielo giunge... col contagocce.
I prati al servizio dell'allevamento bovino, ormai unica attività agricola esercitata in forma economica, sono da secoli irrigati tramite una fitta rete di canalizzazioni che porta l’acqua dai torrenti glaciali; ora sono diffusi impianti a pioggia.
La vegetazione spontanea ha dunque dovuto evolversi verso specie che sopportano un certo grado di aridità e siccità, sia nei boschi che nei prati.
Nelle foreste a cavallo dello spartiacque, mescolati ai larici, vedremo ancora degli abeti rossi, frequenti nella valle contigua, ma sempre più rari man mano che si scende il nostro versante, e sempre più sostituiti dal pino silvestre.
I prati al servizio dell'allevamento bovino, ormai unica attività agricola esercitata in forma economica, sono da secoli irrigati tramite una fitta rete di canalizzazioni che porta l’acqua dai torrenti glaciali; ora sono diffusi impianti a pioggia.
La vegetazione spontanea ha dunque dovuto evolversi verso specie che sopportano un certo grado di aridità e siccità, sia nei boschi che nei prati.
Nelle foreste a cavallo dello spartiacque, mescolati ai larici, vedremo ancora degli abeti rossi, frequenti nella valle contigua, ma sempre più rari man mano che si scende il nostro versante, e sempre più sostituiti dal pino silvestre.
Nel sottobosco, tipico è il tappeto di uva ursina, con ginepro e qualche rododendro.
Fra i fiori più belli di questo livello altitudinale citeremo gli anemoni (Pulsatilla vernalis e Pulsatilla halleri), le primule rosse (Primula hirsuta), le genziane (Gentiana acaulis e Gentiana verna) e qualche rara aquilegia (Aquilegia alpina).
I grandi prati che si stendono alle quote immediatamente inferiori ospitano le fioriture più intense e variopinte, tra cui spiccano i tulipani selvatici Tulipa australis), e agli intenditori offrono una incredibile ricchezza di erbe saporite per insalate o minestre tradizionali, dalla silene agli spinaci, dalle ortiche alla sanguisorba, dalle primule gialle al tarassaco.
Sotto i mille metri, vasti accumuli di grossi blocchi rocciosi, indizi di antiche frane, sono coperti da boschi di castagno e roverella. Numerosi sono anche i residui morenici, in genere coltivati a vite, e le distese rocciose nude o appena coperte di terra. Queste ultime sono terreno ideale per specie vistose o rare o tipiche di particolari substrati geochimici. Pullulano ad esempio le orchidee selvatiche (almeno una dozzina di specie), gli anemoni (Pulsatilla montana), i garofanini rosa, le antiche infestanti dei campi di grano come papaveri e fiordalisi. Infine, i roccioni a picco sulla Dora sono incoronati a primavera da nuvole rosa di timo (Thymus vulgaris), da ciuffi bianchi di Cerastium e da aureole gialle di alisso argentato (Alyssum argenteum).
Quanto alla fauna selvatica, la foresta di conifere è il rifugio d’elezione per lo scoiattolo, il capriolo ed il cervo (raro), mentre il camoscio si sposta volentieri sulle ripide praterie alpine fra i cespugli di ginepro e gli ultimi larici contorti, dove vola il gracchio e qualche rapace occasionale.
Quanto alla fauna selvatica, la foresta di conifere è il rifugio d’elezione per lo scoiattolo, il capriolo ed il cervo (raro), mentre il camoscio si sposta volentieri sulle ripide praterie alpine fra i cespugli di ginepro e gli ultimi larici contorti, dove vola il gracchio e qualche rapace occasionale.
Lepre, volpe e qualche piccolo mammifero carnivoro sono presenti in tutta la fascia antropizzata sottostante. Più in basso, i boschi di castagno e roverella, oltre alla volpe, ospitano tipicamente vari roditori tra cui ancora lo scoiattolo, e sempre più attirano incursioni di cinghiali, più numerosi peraltro nei comuni vicini più dotati di macchia boschiva a bassa quota.
Da un ramo all’altro volteggiano le ghiandaie dal volo azzurro sfarfallante e dal grido stridente. Numerosi sono i picchi, attirati dai grandi alberi morti o malati, che si fanno notare col loro tamburellio sul legno cavo ed il loro improvviso scoppio di risa.
Suoni, tracce e balenìo fugace di forme e colori: gli animali selvatici sono molto discreti in una civiltà come la nostra che ha tra i suoi valori fondanti il dominio sulla natura malvagia, la caccia, il “pragmatismo” ambientale. Tutte virtù necessarie per ridurre la vita selvaggia a videocassetta africana (finché dura...).
Superficie: 21 km2
Quota minima: 430 m (la Dora al Ponte delle Capre)
Quota massima: 2700 m (poco sotto la cima del Mont Zerbion)
Altitudine capoluogo: 550 m
Abitanti: 4800 circa
Comuni confinanti, da nord in senso orario: Ayas, Brusson, Emarèse, Montjovet, Châtillon.
Quota minima: 430 m (la Dora al Ponte delle Capre)
Quota massima: 2700 m (poco sotto la cima del Mont Zerbion)
Altitudine capoluogo: 550 m
Abitanti: 4800 circa
Comuni confinanti, da nord in senso orario: Ayas, Brusson, Emarèse, Montjovet, Châtillon.
Il Comune di Saint Vincent fa parte della Regione Autonoma Valle d’Aosta, la più piccola delle regioni italiane, situata nel settore nord-occidentale dell’arco alpino, al confine con Francia e Svizzera. La regione comprende l’alto bacino idrografico del fiume Dora Baltea, che raccoglie le acque dei maggiori massicci italiani delle Alpi, dal Monte Bianco al Monte Rosa, dal Cervino al Gran Paradiso. Il Comune di Saint Vincent si trova lungo l’asse della valle principale, a circa 25 km, in linea d’aria, dal suo sbocco in pianura e alla stessa distanza dalla punta del Cervino (4478 m).
Il territorio comunale si stende interamente sul versante sinistro della Valle della Dora nel tratto compreso tra il Mont Zerbion e la Testa di Comagna. La valle è molto incassata, però il nostro Comune può giovarsi di una situazione privilegiata. In primo luogo, infatti, l’esposizione del Comune è all’adret (solatio). Inoltre, Saint Vincent si trova proprio nel tratto in cui la valle piega ad angolo retto verso destra, cioè verso sud. I suoi pendii si trovano dunque di fronte a due aperture vallive, che illuminano ed abbassano l’orizzonte. Da sempre il Comune ha tratto profitto, prima per l’agricoltura, poi per il turismo, della sua fortunata posizione e, di conseguenza, del suo clima.
Sulle orme degli antichi mercanti, dal Col du Joux alla Dora
Da secoli la vita sul territorio di Saint Vincent si è organizzata su due direttrici geografiche che s’incrociano al capoluogo. In senso orizzontale corre a mezza costa, sospesa su antichi conoidi lacustri (“sablòn”), la storica via di fondovalle, da sempre collegamento internazionale fra le città italiane ed i mercati centro europei. In senso trasversale sale l’altrettanto storica via del Col du Joux, antico collegamento con le comunità alemaniche delle valli vicine e della Svizzera. Noi seguiremo qui idealmente la discesa dal Colle di un viaggiatore contemporaneo sulle orme degli antichi mercanti walser.
La cresta spartiacque, che ci divide dalla Val d'Ayas, si insella appunto al Col du Joux (1600 m), punto di arrivo del canale irriguo dal Monte Rosa alla “collina” di Saint Vincent. La dorsale tra il Col du Joux ed il Mont Zerbion è una vasta distesa di antiche foreste selvagge ricche di fauna. Lo era anche la dorsale verso la Testa di Comagna prima che si costruissero gli impianti e si tracciassero le piste di sci. Al bordo della foresta inizia la “collina”, il territorio intensamente vissuto nella storia della comunità. La foresta cede il posto a prati terrazzati, che fino alla seconda guerra mondiale erano anche campi di cereali. Le sinuose linee dei muretti assecondano e addolciscono il tormentato rilievo del versante. Numerosi villaggi, stretti fino a toccarsi da un tetto all’altro, si addensano nelle rientranze e sui poggi, là dove il versante mostra una rottura di pendenza. Muri di legno e pietra, tetti di pietra, i villaggi sono collegati da antiche mulattiere selciate più o meno regolarmente con la pietra locale. Certo, tutti i villaggi sono raggiunti dalla strada asfaltata, ma le mulattiere non sono quasi mai abbandonate. Il centro di tutte le mulattiere è Moron, complesso mega-villaggio sulla via del Col du Joux. È tra l’altro dotato di una storica, vivissima chiesa ricca di fascino, di arte e di leggende. Da qui, sempre scendendo, inizia la fascia delle vigne, ed i terrazzamenti assumono grande imponenza. Ripidi e potenti depositi morenici sono scanditi da muri in pietra a secco equidistanti, regolari, in perfetta sintonia col pendio naturale inciso in stretti impluvi. La striscia di terra sostenuta dai muretti è quasi orizzontale, per ben ospitare i filari di vite. Ogni tanto un nuovo lotto di costruzioni sale a dare il benservito ad una vecchia vigna ormai abbandonata, sostituendola con muri di cemento che ci si sforza di rivestire in pietra e in rampicanti. Siamo ormai al capoluogo, fiero della sua antica via Chanoux magnificamente rinnovata e della sua preziosa villa gallo-romana poi divenuta quattrocentesca chiesa parrocchiale. Ancora si può scendere ad ammirare altri imponenti terrazzamenti e antiche case signorili nei raccolti villaggi lungo la Dora, per finire all’acrobatico passaggio che nei secoli sfida vittoriosamente ogni alluvione, l’antichissimo Ponte delle Capre
Il territorio comunale si stende interamente sul versante sinistro della Valle della Dora nel tratto compreso tra il Mont Zerbion e la Testa di Comagna. La valle è molto incassata, però il nostro Comune può giovarsi di una situazione privilegiata. In primo luogo, infatti, l’esposizione del Comune è all’adret (solatio). Inoltre, Saint Vincent si trova proprio nel tratto in cui la valle piega ad angolo retto verso destra, cioè verso sud. I suoi pendii si trovano dunque di fronte a due aperture vallive, che illuminano ed abbassano l’orizzonte. Da sempre il Comune ha tratto profitto, prima per l’agricoltura, poi per il turismo, della sua fortunata posizione e, di conseguenza, del suo clima.
Sulle orme degli antichi mercanti, dal Col du Joux alla Dora
Da secoli la vita sul territorio di Saint Vincent si è organizzata su due direttrici geografiche che s’incrociano al capoluogo. In senso orizzontale corre a mezza costa, sospesa su antichi conoidi lacustri (“sablòn”), la storica via di fondovalle, da sempre collegamento internazionale fra le città italiane ed i mercati centro europei. In senso trasversale sale l’altrettanto storica via del Col du Joux, antico collegamento con le comunità alemaniche delle valli vicine e della Svizzera. Noi seguiremo qui idealmente la discesa dal Colle di un viaggiatore contemporaneo sulle orme degli antichi mercanti walser.
La cresta spartiacque, che ci divide dalla Val d'Ayas, si insella appunto al Col du Joux (1600 m), punto di arrivo del canale irriguo dal Monte Rosa alla “collina” di Saint Vincent. La dorsale tra il Col du Joux ed il Mont Zerbion è una vasta distesa di antiche foreste selvagge ricche di fauna. Lo era anche la dorsale verso la Testa di Comagna prima che si costruissero gli impianti e si tracciassero le piste di sci. Al bordo della foresta inizia la “collina”, il territorio intensamente vissuto nella storia della comunità. La foresta cede il posto a prati terrazzati, che fino alla seconda guerra mondiale erano anche campi di cereali. Le sinuose linee dei muretti assecondano e addolciscono il tormentato rilievo del versante. Numerosi villaggi, stretti fino a toccarsi da un tetto all’altro, si addensano nelle rientranze e sui poggi, là dove il versante mostra una rottura di pendenza. Muri di legno e pietra, tetti di pietra, i villaggi sono collegati da antiche mulattiere selciate più o meno regolarmente con la pietra locale. Certo, tutti i villaggi sono raggiunti dalla strada asfaltata, ma le mulattiere non sono quasi mai abbandonate. Il centro di tutte le mulattiere è Moron, complesso mega-villaggio sulla via del Col du Joux. È tra l’altro dotato di una storica, vivissima chiesa ricca di fascino, di arte e di leggende. Da qui, sempre scendendo, inizia la fascia delle vigne, ed i terrazzamenti assumono grande imponenza. Ripidi e potenti depositi morenici sono scanditi da muri in pietra a secco equidistanti, regolari, in perfetta sintonia col pendio naturale inciso in stretti impluvi. La striscia di terra sostenuta dai muretti è quasi orizzontale, per ben ospitare i filari di vite. Ogni tanto un nuovo lotto di costruzioni sale a dare il benservito ad una vecchia vigna ormai abbandonata, sostituendola con muri di cemento che ci si sforza di rivestire in pietra e in rampicanti. Siamo ormai al capoluogo, fiero della sua antica via Chanoux magnificamente rinnovata e della sua preziosa villa gallo-romana poi divenuta quattrocentesca chiesa parrocchiale. Ancora si può scendere ad ammirare altri imponenti terrazzamenti e antiche case signorili nei raccolti villaggi lungo la Dora, per finire all’acrobatico passaggio che nei secoli sfida vittoriosamente ogni alluvione, l’antichissimo Ponte delle Capre
Il Comune possiede sul suo territorio un Geosito registrato nel database centralizzato dell’APAT, ex Servizio Geologico nazionale. Si tratta di un’area attrezzata fra le frazioni di Cillian e Feilley, sulle rupi che si affacciano alle gole della Dora verso Montjovet. Si chiama “Ponte Romano – Tsailleun” ed è raggiungibile dal parcheggio di fronte ai ruderi del Ponte Romano, località Fera, a pochi passi dal capoluogo. Da qui, con l’aiuto dei cartelli “Dal Ponte Romano alle Rupi celtiche” e del fascicolo disponibile all’AIAT (Ufficio Turismo), è possibile individuare i maggiori motivi di interesse geologico della zona, che non sono di poco conto.
I roccioni rossastri che affiorano nella zona, utilizzati nel corso della storia in vario modo (dal poggio per esibire le persone sgradite impiccate all’entrata del borgo, alla odierna palestra di arrampicata) rappresentano dei brandelli di mantello terrestre, roccia circolante al di sotto della crosta, esumati dalle profondità litosferiche sotto un antico oceano scomparso.
Levigati e arrotondati nell’ultimo milione di anni dal grande ghiacciaio Bàlteo, ci raccontano di giacimenti di magnetite, di minerali di titanio, di pressioni inimmaginabili che fanno collassare i cristalli. Indigeste per molte specie vegetali, le nostre rocce selezionano fiori bellissimi e profumati sul tenue suolo che le circonda: timo, alisso argentato, centaurea minore, anemone viola, garofano, valeriana, issopo, orobanche. Sulle vene di pietra ollare, mani misteriose hanno tracciato segni e coppelle.
Quattro castelli medievali sorvegliano le gole dai loro dirupi. Imprendibili rocche, difese da lisce pareti verticali: le faglie dell’Ospizio Sottile, che dislocano l’interno della catena alpina rispetto al suo margine verso la pianura. O la faglia Aosta-Ranzola che isola il castello di Ussel dal resto della montagna: così nacque la Valle d’Aosta, col suo sorprendente tracciato di traverso alla catena alpina, che nessun fiume, nessun ghiacciaio avrebbe mai scelto se non vi fosse stato costretto.
Così si formano le montagne, così funziona il Pianeta: i tesori di giada e granato registrano il soggiorno nelle viscere della Terra, l’acqua fossile nei cristalli ricorda l’antico fondo oceanico, le grandi pareti a specchio mostrano come si scuote la Terra in superficie. E lo scossone può essere spettacolare: un’intera montagna crollò nella gola, bloccando la Dora in un lago di trenta km, qualche migliaio di anni fa. Tutto è ancora visibile dal geosito: il moncone di montagna rimasto, l’accumulo ora tagliato in due dal fiume, l’antico fondo lacustre sabbioso e piatto.
Affrettatevi, l’ingresso per ora è gratuito.
Per approfondire: https://andarpersassi.it/geosito-ponte-romano/
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