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Una pod-map è un'audioguida che permette di esplorare un territorio. Qui potete ascoltare i vari contenuti, ma per godere appieno dell'esperienza dove passeggiare tra le vie di Saint-Vincent, cercare i cartelli dei punti di ascolto, inquadrare i QRcode e farvi emozionare!

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À la découverte de Saint-Vincent

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Esplorando le frazioni

La frazione di Clapeon, uno dei molti nuclei presenti nella collina intorno a Saint-Vincent
Sono numerosissime le antiche frazioni di Saint-Vincent: oggi alcune sono disabitate, altre sono state inglobate dalla città.
Rimangono però come pietre miliari della storia del nostro Comune e provare a ritrovarle e a visitarle, una alla volta, a piedi o in macchina, è l'occasione per fare anche un viaggio nel tempo.

Ringraziamo Piergiorgio Cretier che è l'autore della maggioranza dei testi (dove non diversamente indicato).
Particolare della facciata dello Chalet Beau Sejour, la casa dove vennero arrestati Primo Levi, Vanda Maestro e Luciana Nissim il 13 dicembre 1943
Da questo villaggio posto a 1425 metri si gode un panorama fantastico sulla Valle centrale: lo sguardo spazia dal Monte Bianco, al Gran Paradiso, al Monte Emilius e naturalmente sul gruppo dell'Avic nell'omonimo Parco.
Amay è protetto dai freddi venti del nord dal Monte Zerbion e il suo territorio pare essere stato occupato dall'uomo fin dai tempi più remoti.
Il toponimo Joux (villaggio posto poco più in alto) deriverebbe infatti, secondo il prof. R. Berton (Toponymie de la Vallée d'Aoste,1992), dal celtico radura piana, bosco in quota e non della divinità romana Giove.
Amay è composto da due agglomerati di cui il più piccolo, per intenderci quello della cappella, porta il nome di Loto. Il territorio circostante è oggi occupato da pascoli e purtroppo da terreni incolti mentre in passato era coltivato a cereali, in particolare segale e grano. Ricchi boschi fanno da cornice alla località dandole signorilità ed eleganza.
Si ha ragione di credere che da quelle parti si sia stanziata una piccola colonia Walser poi probabilmente diffusasi anche in altri villaggi della parte alta della collina così come attestano alcuni toponimi prettamente germanici di località vicine: Grand Rhun, Petit Rhun, Grun o dalla presenza accertata nel corso dei secoli di cognomi non francofoni quali Bieller, Linty e Allemand. Sicuramente ad Amay passava la Krämerthal (via dei mercanti del sale e del vino), che da Aosta, dopo aver attraversato la valle centrale, saliva lungo la dorsale di Moron e dopo aver attraversato la sella del Colle di Joux scendeva a Brusson. Da questa località la strada si dirigeva verso Ayas/Saint-Jacques per proseguire verso il colle del Teodulo e la Svizzera.
Significativo il fatto che la vicina Valle di Ayas fosse giurisdizione dei Vescovi-Conti di Sion e non è quindi da escludere che, in antica data, costoro potrebbero aver avuto terre anche nella nostra collina che fin da antica data è identificata sulle carte con il nome di montagne de Saint-Vincent.

La centralità di Amay nel sistema viario medievale è documentata nel corso dei secoli: è infatti provato che nel corso del 1466 nei dintorni della frazione si svolse un sanguinario combattimento che vide contrapporsi gli armigeri di Caterina di Challant alle armate ducali. Questo scontro avvenne nel momento in cui la lotta per la successione al feudo era particolarmente cruenta e la contessa Caterina non voleva assolutamente piegarsi alle direttive ducali che, di fatto, le impedivano di succedere al genitore. Nel maggio del 1800 Napoleone, alla ricerca di una strada alternativa al Forte di Bard, sarebbe salito fino al Colle di Joux per verificare la possibilità di far passare il suo esercito, diretto alla conquista dell'Italia, su strade alternative.
Una storia raccontata oralmente sostiene che il Console si sarebbe fermato a bere in una vecchia locanda posta nei pressi della cappella di san Grato; gli antichi gestori avrebbero conservato nel tempo la "preziosa" coppa in legno a ricordo di quell'avvenimento.

Ben altri avvenimenti si svolsero invece il 13 dicembre 1943: Primo Levi, Vanda Maestro e Luciana Nissim che ad Amay avevano trovato rifugio dall'odio razziale e dalla follia dell'uomo, furono arrestati in quel villaggio e successivamente deportati nell'inferno di Auschwitz.
Durante l'ultimo conflitto mondiale nei pressi di questo villaggio vi fu un'intensa attività partigiana; al termine della guerra per volontà del Comandante Edoardo Page (Ardes) fu edificata una cappella posta sotto la protezione degli Innocenti, con annesso cimitero, dove vennero tumulati alcuni partigiani uccisi durante azioni di guerriglia.
In tempi recenti l'Amministrazione Comunale ha creato intorno al sacro edificio un parco della Rimembranza.

La solida economia di questo villaggio sembrerebbe sempre essere stata collegata alla coltivazione del grano e della segale anche se verosimilmente possiamo ipotizzare buone entrate familiari derivate dal taglio e vendita del legname, dalla pastorizia e dall'allevamento del bestiame. In zona sono accertati nel corso dei secoli alcuni mulini per la macinatura delle granaglie.
Le piante necessarie al cantiere dell'ampliamento della chiesa del borgo alla fine del secolo scorso furono tagliate in zona, così come risulta da registri parrocchiali. Dalla stessa fonte apprendiamo che nel 1876 i residenti di Amay superavano le duecento unità e tale dato è di grande interesse se consideriamo che probabilmente le persone oggi residenti stabilmente non superano la decina.
La frazione era comunque dotata dei locali comunitari necessari alla società del tempo: il forno, recentemente restaurato; la scuola, di cui si ha notizia fin dal 1818; i lavatoi-abbeveratoi e naturalmente la cappella che è posta sotto la protezione di San Grato e che risulta già esistere nel 1606 anche se si hanno labili tracce che sembrerebbero ipotizzare la presenza di un luogo di culto probabilmente già alla fine del XIV secolo.

La cappella, pesantemente rimaneggiata nel corso dei secoli, possiede al suo interno un prezioso altare barocco depredato nel corso degli anni da numerose statue. Dai furti si è salvata la statua del santo protettore, datata 1628, che è oggi custodita nel Museo d'Arte Sacra allestito all'interno della chiesa del borgo.
La cappella frazionale di Amay risulta essere, fin dai più antichi documenti conosciuti, ben dotata economicamente e ricca in arredi. Nel suo interno erano custodite pianete, stole e altre vesti necessarie al culto che sono descritte in filigrana d'oro, in seta, o in tela di Damasco. Purtroppo moltissimi oggetti sono andati persi ma, dalle descrizioni affidate ai verbali delle Visite pastorali, si accerta che in questo luogo era conservato un piccolo tesoro, costituito appunto da vesti cerimoniali, arredi e oggetti vari, che superava, in taluni casi, anche la chiesa di Moron. Questo fatto è molto indicativo e denota una certa agiatezza della popolazione residente nonché grande fede. In questa cappella di antica data ci si riuniva per una solenne celebrazione prima di intraprendere gli annuali lavori di manutenzione al corso del canale della montagna: Ru Courtaud.

Questa comunità stanziata in alta montagna si è sempre distinta per un carattere fermo e deciso. Si consideri che nel XIX secolo venne emanata una direttiva vescovile che imponeva ai parroci di trasferire alla domenica successiva la festa di san Grato (che all'epoca era di precetto).
Gli abitanti di Amay non accettarono tale decisione e per molto tempo si rifiutarono di recarsi nel borgo per il precetto domenicale che comunque non tralasciarono mai in quanto per ottemperare alla santificazione della festa scendevano a Brusson, naturalmente anche in inverno e sempre a piedi!!!!
In occasione della festa patronale ad Amay si pagavano anche le rendite dovute alla cappella e alla Chiesa e per rimarcare il loro malcontento si astennero sia dalle celebrazioni che dai versamenti di tributi e, scrisse un parroco in un registro, ... Saint Grat était devenu Saint Maigre! Per scoraggiare il celebrante che saliva, malgrado tutto e inutilmente per la festa patronale, furono fatti rotolare dei sassi lungo la mulattiera di accesso al villaggio. Ma alla sera della festa nel villaggio ci si abbandonava a numerosi divertimenti che sono ricordati nelle carte come licenziosi e non idonei ad una comunità di fedeli come quella di Amay sempre ricordata come estremamente pia e devota. Questo stato di cose restò inalterato per oltre trent'anni per concludersi solo nel 1908.

L'architettura che caratterizza Amay è prettamente finalizzata ad usi rurali con notevoli esempi conservatisi nei secoli. Vi si notano vecchi rascards, granai, abitazioni in pietra dalle forme massicce con piccoli loggiati; alcune case hanno gli architravi datati. Il villaggio è oggi quasi totalmente disabitato e solo recentemente alcuni volumi abitativi sono stati recuperati dall'abbandono. Purtroppo, però, non vi è ancora stato il tanto auspicato rilancio della località e questo è da attribuire a diversi fattori che vanno dall'estrema parcellizzazione delle proprietà e dalla conseguente difficoltà ad acquisire un unico blocco abitativo.
Negli anni scorsi l'amministrazione comunale dopo aver costruito le fognature ha promosso interventi alla viabilità interna alla frazione ma tutt'oggi sono carenti l'impianto d'illuminazione e l'acquedotto. Prossimamente verranno appaltati i lavori per l'acquedotto della collina che interesseranno anche Amay per cui la secolare carenza d'acqua darà respiro a quest'angolo di paradiso... "sur la montagne de Saint-Vincent".
Uno scorcio del panorama su Saint-Vincent da questa frazione
Risalendo la strada della collina che porta al Col di Joux, si trova Bacon, una piccolissima frazione, composta da poche abitazioni sembra essere quasi un tutt’uno con il villaggio di Boriola anche se le persone che vi abitano amano dire che si tratta in realtà di due situazioni diverse, eppure… le case, il territorio e le colture e anche le persone sembrano essere le stesse!
Quasi inesistenti le documentazioni storiche che sembrano sintetizzarsi nei verbali di delimitazione delle proprietà compiute a fini catastali tra il 1892 e l’anno successivo e oggi conservate nell’Archivio del Comune di Saint-Vincent. Per il resto ci si può affidare ai fondi privati conservati presso le famiglie; dalla lettura di alcune carte si nota una certa vivacità nelle compravendite localizzate soprattutto nel Settecento.
Tutti gli atti che ho potuto visionare, e che concernono quel territorio, trattano di acquisti e vendite di terreni coltivati a vigneto; tanto interesse per quel comprensorio non deve affatto stupire se consideriamo tale importante coltura e gli innegabili riflessi nel generale contesto dell’economia delle famiglie dell’epoca.
Certo oggi purtroppo tale coltura non raggiunge i fasti del passato; secondo alcuni osservatori la vastità e l’ampiezza di terra con impianti viticoli che per secoli ha contraddistinto questo e altri comprensori di Saint-Vincent, sarà senz’altro irripetibile.
Ciò nonostante vi è da ritenere che i pochi esempi di reimpianto della vite, accuratamente selezionata nel vitigno, garantiranno ancora produzioni di qualità e sbocchi economici importanti finalizzati alla produzione di vini di altissima qualità. D’altronde il territorio riflette spesso il carattere delle persone che nel corso dei secoli hanno fondamentalmente contribuito a crearlo e anche qui non si può certo nascondere la determinazione di uomini e donne che con il loro duro, continuo e incessante lavoro, hanno costruito muri per sorreggere pochi metri quadrati di terreno; uomini e donne che con le loro capacità e professionalità hanno innalzato pergole per meglio offrire al sole grappoli d’uva necessitanti di ottima insolazione per la maturazione. Stando a quanto risultato da ricerche specifiche, non si ha menzione a Bacon di un torchio per la pressatura delle vinacce (verosimilmente ci si recava presso i manufatti presenti a Crotache e a Romillod).
Questo villaggio, pur contiguo ad un'importante strada di collegamento tra il borgo e la collina di Saint-Vincent, ha saputo mantenere quell’anima contadina del piccolo hameau dove tutti si conoscono e dove, se necessario, la solidarietà tra persone continua a farla da padrona. Concludendo riteniamo che il passato di autentica operosità contadina sia tuttora presente sul territorio di Bacon e che basti un occhio attento, e forse un po’ allenato, per sopperire alla mancanza di documenti e per rendersene conto.
Alcuni immobili che costituiscono questa piccola frazione sono già stati recuperati nei loro volumi per fini abitativi, anche se altre case, con le loro instabili pietre, stanno cedendo agli anni e alle stagioni.

Questa località è composta da un piccolo nucleo abitativo e, poco a monte, da una grande e patriarcale abitazione di tipo padronale innalzata nel 1754 da Pierre-Antoine Favre, facoltoso cittadino di Saint-Vincent; quasi un secolo dopo una persona con uguali generalità (presumibilmente un nipote) risulta ricoprire la carica di Sindaco di questo paese dal 1836 fino al 1843; successivamente, e con lo stesso incarico, lo ritroviamo nel biennio 1851/’52 e poi ancora nel 1854 e nel 1860.

In mancanza di altre indicazioni sembrerebbe potersi affermare l’ipotesi secondo cui il toponimo ricaverebbe la sua origine da un cognome presente su alcuni antichissimi documenti concernenti la nostra comunità. Il più antico riferimento al cognome Blandini (perché comunque di cognome si trattava!) sembrerebbe trovarsi all’interno di una antichissima pergamena in buono stato di conservazione redatta il 13 dicembre 1391, oggi conservata nell’Archivio parrocchiale del nostro paese.
Solo due anni dopo, in occasione della nascita dell’Associazione che si attiverà sul territorio collinare per la costruzione del Canale Courtaud, riecco che il cognome Blandinii ricompare: è Pierre che nel 1393 è tra quelli che noi Sabins amiamo definire i “padri fondatori” del canale.
È quindi fortemente immaginabile che il toponimo derivi dalla presenza in loco di beni appartenuti nel corso dei secoli ai Blandini.

Descrivendo quella località possiamo tranquillamente affermare che siamo praticamente al centro di quell’enorme ed ininterrotto vigneto che per secoli ha coronato questo territorio e lo stesso antico borgo di Saint-Vincent con tutte le sue peculiarità: ottima esposizione al sole, temperature miti, buona terra, acqua a sufficienza per eventuali irrigazioni di soccorso alle viti e un microclima davvero invidiabile.
Anche qui come altrove il lavoro secolare e le conoscenze specifiche dell’uomo hanno fatto il resto. Il vino prodotto su queste panoramiche colline, un tempo ricoperte di artistiche pergole, è sempre ricordato come “nettare” di grande qualità e per questa ragione particolarmente ricercato dai tavernieri e dagli albergatori del borgo che lo offrivano alle persone da loro ospiti durante la stagione estiva.

Tale intensiva coltura convinse Pierre-Antoine Favre, nell’anno 1754, a edificare la meravigliosa costruzione che quasi come un castello si erge al centro di quel comprensorio e che con la sua imponente ma razionale mole, sembra vegliare sui purtroppo pochi vigneti rimasti.

L’oratorio posto a lato dell’ingresso della proprietà e nei pressi di una vecchia mulattiera, fu innalzato verso il 1860 dall’allora proprietario Favre che lo volle dedicare alla Vergine; per meglio sottolineare la sua fede verso la Madonna, Favre chiamò un artista originario di Gressoney e molto noto per le sue pregevoli lavorazioni in tutta la nostra Regione: Franz Curtaz. Questo pittore dipinse all’interno del manufatto un affresco di Maria che con il passare degli anni fu praticamente cancellato dagli agenti atmosferici; il dipinto, gravemente compromesso e ormai “illeggibile” fu nuovamente rifatto nel 1908 dall’artista Boasso per volontà della signora Cesarina Page; nel corso del 1966 l’allora parroco Aldo Hosquet, in concomitanza con la chiusura del mese mariano, decise per la posa all’interno dell’oratorio di una statua della Vergine portata da Lourdes. Una solenne e partecipata processione salì dal borgo fino a Biandin, partecipò con grande trasporto alle orazioni, alla benedizione e posa della statua, dopodiché fece rientro in chiesa.
Nel 1975, in concomitanza con i lavori di restauro dell’immobile, si procedette anche ad interventi manutentivi sul prezioso e vecchio oratorio che oggi si presenta ai devoti in tutta la sua originaria bellezza. Oggi nelle vicinanze di questo manufatto, durante il mese di maggio, i residenti si ritrovano per la recita del Rosario, anche se questo avviene nei pressi di una strada molto trafficata dai veicoli.

Ed era originario di Biandin un personaggio degno di nota: Elie Page (*1892- †1971) che, per contratto matrimonio, divenne proprietario dell’immobile; Page, uomo molto severo ma buon padre, consacrò tutte le forze, con tanta energia e determinazione, alla sua famiglia e alla comunità di Saint-Vincent.
Fu per lunghi anni ottimo amministratore rivestendo per anni anche la carica di sindaco; la sua carriera politica iniziò nel 1921 e durò tre anni dopodiché, antifascista convinto, si ritirò dalla scena politica per farvi rientro nel 1945.
Durante il suo secondo mandato, al termine del conflitto mondiale, ebbe l’idea di proporre l’apertura di un Casinò sul territorio di questo Comune, per risollevare le sorti economiche di un paese particolarmente provato dalla guerra e fortemente bisognoso di un rilancio economico; per ottenere questi risultati inoltrò specifiche domande al Ministero degli Interni e al Presidente del Consiglio Regionale della Valle d’Aosta. Il 3 aprile 1946, con proprio Decreto, il Presidente del Consiglio Regionale Federico Chabod autorizzò tale richiesta.
Ma l’attività di questo Sindaco non può certamente essere sintetizzata in queste poche righe; Elie Page, figlio di una tra le più vecchie famiglie di Saint-Vincent, conosceva molto bene questo paese, la sua gente, le necessità e le priorità. Conscio del continuo spopolamento dei villaggi collinari, delle difficoltà economiche delle famiglie di quel territorio dovuto anche alla difficoltà di procacciarsi l’acqua a causa della vetustità della condotta del Canale Courtaud che era in attività fin dal lontano 1433, attivò un Comitato Promotore avente come finalità il ripristino dell’antico corso d’acqua.
Sorretto nell’iniziativa dalla locale Amministrazione Comunale, capitanata dall’allora sindaco Daniele Fosson, si attivò presso tutte le sedi per riuscire a trovare i finanziamenti per tale vitale opera; nel 1963 fu eletto Consigliere nel Primo Direttivo del Consorzio e dal 1964 al 1967 fu nominato Vicepresidente. Da quella data, e fino al momento della sua morte, fu apprezzato Presidente del Consorzio di Miglioramento Fondiario Ru Courtaud di Saint-Vincent.
Ma dalle carte relative al suo mandato pubblico si accertano anche il suo diretto interessamento per il buon funzionamento dello stabilimento termale e della stessa qualità della vita e della salute dei residenti; sono note le sue infuocate iniziative volte a diminuire l’emissione dei fumi (velenosi per le persone e dannosi per le colture e per l’ambiente in generale) generate da uno stabilimento operante nel vicino comune di Châtillon La Soie.
La sua attività pubblica spaziò veramente in tutti i campi e il ricordo di questa persona buona ma determinata ad avere dei risultati positivi per la “sua” comunità, vive nei ricordi di coloro che l’ hanno conosciuto e ne hanno apprezzato le doti e le capacità.
Biègne…vignobles peignés, ratissés, soignés avec toute sollicitude… (La feuille d’Aoste, 1889)

Biègne è una minuscola, soleggiata e panoramica frazione posta a 660 m slm nei pressi del confine territoriale nord-ovest di Saint-Vincent. Veritable nid d’aigles questo villaggio per secoli è stato collegato al nostro borgo solo da una ripida mulattiera che s’insinuava tortuosa nel mezzo di prati foraggieri ed estesi vigneti. Negli anni sessanta l’isolamento è stato interrotto dall’arrivo della strada, in seguito collegata anche con le frazioni della collina di Châtillon.
Le poche case, disposte lungo l’asse dell’attuale strada, sembrano letteralmente incollate alle pareti di roccia che, imponenti, sovrastano l’abitato, e che per secoli hanno visto mani esperte e laboriose edificare piccoli terrazzamenti necessari a sostenere esigue superfici di terra, destinate all’impianto di vigneti tanto che l’arditezza dei manufatti sembra a tratti scontrarsi con le più elementari leggi di fisica.
Il panorama che si gode da Biègne è certamente tra i più superbi e maestosi. Da lassù può essere osservato l’intero comprensorio comunale, così come lo sguardo ammirato sembra perdersi alla vista delle montagne della valle centrale e su buona parte del sinuoso corso della Dora che scorre nel fondovalle, nel tratto compreso tra Saint-Vincent e Nus/Fenis.
Per secoli l’economia delle famiglie residenti si è basata sull’allevamento e sull’agricoltura, anche se è evidente che motore trainante di tutto era la viticoltura; questa era impiantata su arditi e assolati terrazzamenti i quali per una serie logica di situazioni erano garanzia di un ottimo prodotto.
Tracce di questa specifica lavorazione sono rilevabili da un’antica pergamena, risalente al 1364, concernente l’affidamento di terre attraverso il feudale metodo della reconnaissance. Nello scritto l’esatta dizione del luogo è indicata nel seguente modo Byegnye; purtroppo non è ancora stata individuata l’etimologia del toponimo che per contro si mantenne quasi inalterato nel corso dei secoli.

Il villaggio è costituito da “due grandi edifici parzialmente ristrutturati, ma con evidenti caratteristiche del XVII secolo. Sono separati da un passaggio coperto su cui si affacciano due porte con architravi in pietra con decorazioni tardo-gotiche. Sul fronte della stessa casa, all’ultimo piano, si conservano due finestre a goccia rovesciata, rifinite in un secondo tempo con collarini di malta e un arco a tutto sesto" (cfr. M.-C. Ronc, La Valle del Cervino, 2000, p. 241).
Sulla facciata del caseggiato, appartenuto sicuramente a qualche notabile, spiccano i caldi colori di una meridiana del 1868 sapientemente restaurata; questa fu dipinta e completata il 28 maggio da tale Vuillermet Juste, così come dalla firma apposta nel riquadro e dalla dicitura Pinxit. Nello stesso anno lo stesso artista realizzò altre due pregevoli meridiane a Perrière e a Feilley. In quella di Bègne spiccano due fronde e altrettanti frutti di melograno, da sempre indicati come simbolo di ricchezza e di potere, ma anche di castità se posti su proprietà appartenute a religiosi.
Una massima accompagna l’affresco: L’homme mesure le temps – Le temps mesure l’homme.
Non distante vi sono i resti di un incasso quadrato ad intonaco su cui erano inserite le lettere M.S poste ai lati di un crocefisso; sulla stessa parete, ma nella parte bassa, era dipinta una crocifissione databile al XVIII secolo, oggi irrimediabilmente scomparsa. Ai lati dell’immobile sono visibili altre finestre e piccole aperture rettangolari risalenti anch’esse al periodo compreso tra il Seicento e l’Ottocento.
Nel villaggio vi sono anche altre piccole abitazioni, in buona parte già recuperate, che non sembrano però aver stravolto l’antica e caratteristica architettura rurale.

Nei secoli Biègne era stata naturalmente dotata di un torchio – posto un tempo a lato della fontana frazionale- per l’autunnale lavoro della pressatura delle vinacce e conferma della sua esistenza l’abbiamo anche da documenti relativamente recenti (es. il Catasto Sardo, 1771).
Altra struttura comunitaria della frazione era il fontanile-abbeveratoio in cemento che recentemente è stato sostituito da un manufatto simile ma totalmente in pietra. La sostituzione del fontanile si inserisce in un progetto comunale che prevede il consolidamento o sostituzione di tutti questi manufatti esistenti sul territorio.
I pochi cereali prodotti in loco (presumibilmente nel sottostante pianoro) erano macinati nelle frazioni limitrofe (sicuramente nel villaggio di Les Moulins e forse anche nel mulino situato nei pressi di Orioux di cui si ha menzione fin dal lontano 1502); l’acqua necessaria alle colture giungeva da Chatillon, portata dal trecentesco Ru des gagneurs (Rivo dei vincitori, in memoria di coloro che nel XIV secolo vinsero con il loro caparbio lavoro le asperità della montagna); tutt’oggi tale antica opera d’ingegneria fornisce ancora acqua alle campagne di Biègne.
Per ottemperare ai bisogni spirituali i residenti si sono serviti per secoli delle non distanti cappelle di Tromen e di Les Moulins e, naturalmente, della chiesa parrocchiale di Saint-Vincent che dista poco meno di mezz’ora a piedi.

Oggi Biègne conta una dozzina di residenti dediti perlopiù al terziario anche se l’agricoltura continua ad avere un importante posto nell’economia; il villaggio è dotato di comoda strada (ma non dispone di parcheggio) ed è collegato alle reti fognarie e di pubblica illuminazione (anche se per la verità i due punti luce sono mal disposti e non sufficienti). La poca illuminazione favorisce nottetempo frequenti esempi di maleducazione e di assente senso civico; sono in fatti troppi gli automobilisti che credendosi su circuiti di Formula Uno transitano a velocità elevata su di una strada che rasenta gli usci delle abitazioni mettendo in serio pericolo i residenti di tutte le età.
Anche in questo caso si parla di un minuscolo centro abitato della collina, edificato a poco meno di 700 m. slm. che pare adagiato all’interno di un grande anfiteatro un tempo rigogliosamente coperto di vigneti.
Non si conosce l’etimologia del nome Bléton anche se non sarebbe da scartare l’idea secondo cui questo nome indica nel dialetto locale una catasta di medie dimensioni (da bléta, catasta, mucchio, …).
Un secondo riferimento storico potrebbe essere contenuto nella Reconnaissance già citata in altre situazioni e oggi conservata gelosamente nell’Archivio municipale. Tale importante atto, rogato su pergamena, fu ordinato da Francesco signore di Challant nel 1422; tra i nominativi di persone che in quella data e su quel documento “riconoscono” (da qui il termine reconnaissance) di possedere terre sur la montagne de Saint-Vincent - e per questa ragione tenuti al pagamento di determinate imposizioni fiscali - si rilevano anche i nomi di Anthnius figlio di Jacobi Blestonis e poi ancora di Petrus figlio di Joannis-Petri Bletonis. In altre carte leggermente meno vecchie si ritrova (per la verità con estrema rarità) questo cognome integrato dal congiuntivo De; queste poche citazioni suggerirebbero che o l’abitato di Bléton prende nome dal cognome di un suo antico residente, oppure la situazione va capovolta.
Le case di questo minuscolo abitato, che nel corso degli anni sono state quasi interamente recuperate nei volumi, sono state edificate all’interno di un piccolo valloncello tra gli abitati di Marc, Clapéaz e Crotache.
Come già per altri casi si ritiene che anche Bléton sia nato e sia stato ampliato partendo da un unico nucleo originale voluto verosimilmente da una sola famiglia che certamente conosceva il territorio se consideriamo che in una piccola piazzetta da secoli zampilla fresca l’acqua di una sorgente e che un clima davvero invidiabile, accompagnato da colture specifiche, hanno consentito a tante famiglie di vivere dignitosamente in quella località.
La località su cui sorge Bléton è particolarmente riparata dal vento e in una posizione decisamente baciata dal sole; tutto il comprensorio circostante è caratterizzato da arditi muri che per secoli hanno sostenuto gli impianti viticoli e, per estensione, l’economia delle famiglie che lassù abitavano.
Oggi le colture viticole in quel territorio sono decisamente ridotte ad un lumicino e l’impressione è che nessuno voglia reimpiantare tale ricca coltura, seppure con minori forze e indirizzi economici diversi e decisamente più appetibili sotto l’aspetto economico.
E’ davvero un peccato vedere che il territorio con le secolari specializzazioni sta lasciando spazio alla natura che avanza selvaggia con rovi e altre piante e cespugli infestanti; eppure il sole continua anche oggi ad irradiare il territorio così come la terra che si propone di essere ancora preziosa alleata dell’uomo, della sua economia e della sua plurisecolare cultura…
Il minuscolo villaggio di Boriola, posto a circa 650 m. slm. fu edificato in una posizione privilegiata sulle pendici basse della collina di Saint-Vincent; il termine “posizione privilegiata” merita decisamente un piccolo approfondimento. Il territorio di bassa montagna fu verosimilmente antropizzato dall’uomo fin dalla sua comparsa in questa regione; il comprensorio molto soleggiato, una terra molto ricca e la quasi totale assenza di vento gelido, convinsero i nostri progenitori che la coltura che meglio di altre si prestava per quel territorio era quella viticola. Ancora oggi discrete superfici di campagna sono accudite dai residenti che continuano a perpetuare quell’antica e redditizia coltura iniziata tanti secoli or sono.
Ci piacerebbe poter affermare che le più antiche dimore furono edificate per garantire la continua presenza dell’uomo su quel territorio e per immagazzinare, in fresche cantine, il pregiato frutto della vite e del lavoro dell’uomo.
Con certezza non siamo in grado oggi di dire chi fu il più antico residente di Boriola, ma certamente possiamo affermare che per secoli, forse anche per un paio di millenni, chi ha abitato in quella piccola frazione ha lavorato con grande impegno di forze fisiche su quegli assolati terrazzamenti costituiti da chilometrici muri a secco.

Circa l’etimologia del nome Boriola, non si hanno indicazioni anche se sarebbe necessario riflettere su questo termine in “patois”, ovvero nel dialetto locale; questa parola (che annovera tra le sue varianti anche boriana), è collegata allo scorrimento dell’acqua e indica una perdita d’acqua di piccole proporzioni da un canale, causata dalle gallerie scavate dalle talpe.
Verosimilmente, in mancanza di altre e più ricercate spiegazioni che non sono ancora state studiate e trovate, questa pare essere la sola risposta alle tante domande, seppure condensata nella sua infantile semplicità.

Questo villaggio che si affaccia maestosamente e panoramicamente sull’antico borgo di Saint-Vincent, ha mantenuto nei secoli tutte quelle caratteristiche tipiche di un piccolo centro che costruito all’interno di un grande vigneto vive, lavora e produce in funzione di tale coltura.
L’estrema semplicità delle case non deve però far immaginare costruzioni fatte per il solo scopo di avere un immobile da abitare; la vera anima del villaggio si nasconde nelle tante e fresche cantine del sottosuolo ed è ancora una volta il vino a ricordare la specificità di questo villaggio che, quasi sicuramente, basava la sua economia sul vino prodotto in quel territorio.
Qualcuno ricorda di aver sentito raccontare, dai genitori e dai nonni, che per molto tempo tutto il vino prodotto su quel comprensorio era destinato ai tanti ospiti delle locande e agli alberghi del borgo. Certamente, e giocoforza, anche la produzione dei distillati ricavati dalla grande quantità di mosto doveva sortire per le famiglie discreti risultati economici.
A Boriola sembrerebbe non esserci mai stato un torchio per la pressatura delle vinacce; anticamente per questo importante passaggio della filiera vitivinicola ci si recava nei vicini villaggi di Crotache o di Romillod.
Anche per recarsi a scuola e per partecipare alle funzioni religiose si doveva camminare (preferibilmente la meta scelta era il borgo) anche se tante persone salivano fino a Moron in occasione di particolari appuntamenti religiosi.

Oggi questo villaggio, pur con alcuni timidi tentativi di recupero di antichi volumi abitativi, conserva l’immagine di una piccola frazione sonnolenta e poco incline alle novità grazie anche ad un forzato parziale isolamento causato dalla strada molto stretta che vi giunge.
Quasi con continuità a poca distanza si trova un secondo minuscolo centro abitato denominato Bacon.
Capard è un villaggio molto caratteristico situato a circa 700 m. slm sulla costa pedemontana del Monte Zerbion, alle spalle del borgo di Saint-Vincent, in posizione paesaggistica e ambientale dominante e davvero molto spettacolare.
Non si conosce l’origine del toponimo che comunque nel corso dei secoli ha mantenuto quasi invariata l’attuale dizione anche se è ben vero che nei vecchi documenti si ritrovano piccole ed insignificanti varianti quali, ad esempio, Capar, Cappar e Capart la cui radice toponimica sarebbe da ricercarsi nei sinonimi di pietra e di altura, che certamente ben si adattano al villaggio.
Questo villaggio è stato edificato su un costone di terra abbastanza scosceso che l’uomo, nel corso dei secoli, ha antropizzato costruendovi chilometrici muretti per sostenere superfici di terra (tante volte molto limitate nella superficie).
A Capard per secoli l’economia è stata sostenuta dalla coltivazione della vite che appunto qui aveva - ma potrebbe avere ancora oggi - il suo habitat naturale; un comprensorio soleggiato e al riparo dai venti freddi e un'esposizione a mezzogiorno davvero eccezionale hanno fatto il resto. Secoli di duro e intenso lavoro nei vigneti e, naturalmente, ottimi vini, hanno dato alle famiglie stanziate nel villaggio di Capard una buona fonte di reddito.
Anche qui le testimonianze concordano nell’affermare che il vino prodotto in zona fosse uno dei migliori di Saint-Vincent; per ottimizzare il lavoro ed evitarsi lunghi viaggi per recarsi in altri villaggi, anche a Capard era stato costruito un torchio per la pressatura della vinaccia e, con opportune sostituzioni di alcune sue parti, per la fabbricazione del pregiato e medicinale olio di noci. Di questo maestoso complemento all’attività vitivinicola, troviamo già menzione nelle pagine dei registri del Catasto Sardo (1770 circa) e in quella lontana epoca i comproprietari risulterebbero essere sei: Deano, Séris, Corna, Torrent, Dufour e infine Paulaz.
Nulla vieta però di immaginare, con verosimile certezza, che l’antico “pressoir” fosse già presente in loco da molto prima del 1770; questo torchio, nelle sue componenti essenziali, è perfettamente simile a quelli presenti in altri villaggi e un recentissimo restauro voluto dalla locale Amministrazione Comunale ha finalmente ridato giusta dignità all’insieme che, dopo secoli, era impietosamente giunto ormai da alcuni decenni, ad uno stato di totale abbandono. Con progetto dell’architetto Giuseppe Rollandin di Saint-Vincent e con tanta attenzione da parte dell’artigiano esecutore dei lavori, sono state ripulite tutte le componenti costituite da pregiato legno di noce: tutte le sue parti costituite dal grande trave lungo circa sette metri, la vite (alta tre metri circa), la pietra di contrappeso, il pianale e le guide, dopo i necessari lavori sono state riassemblate così come la struttura in pietra dello stabile che, sovrastata da un tetto ad unica falda in lose, è stata consolidata e in parte rifatta ex novo.
All’interno di questa sono stati anche posizionati alcuni pannelli esplicativi per far meglio comprendere al visitatore il funzionamento del torchio, che nella sua operatività si basava su un semplice gioco di leve; ad esclusione del già citato torchio nel villaggio non è presente il forno per la panificazione né nessun’altro edificio di interesse comunitario.
Per recarsi a scuola i ragazzi di Capard dovevano scendere “pedibus calcantibus” fino al borgo così come facevano tutti i residenti che si recavano in paese per le funzioni religiose, per il mercato o la fiera e per tutte le altre necessità della famiglia, ma erano altri tempi!
Le due fontane, lavatoio-abbeveratoio che garantivano acqua per le persone, per gli armenti e per le colture provengono tutt’oggi da sorgenti scavate nei pressi del Grand-Valey.
L’economia del villaggio, così come raccontano le vecchie carte era naturalmente basata anche sulla pastorizia (nella frazione quasi tutte le antiche case avevano la stalla per gli animali e ampi sottotetti per il ricovero del fieno necessario in inverno); era anche diffusa l’orticoltura e su modesti campi era coltivata la patata; molto importante era la raccolta e conservazione delle castagne.
Tutte queste, e tante altre piccole cose, contribuivano a garantire una buona sopravvivenza alle famiglie, che anche se non certa ricca, era quantomeno discretamente agiata.

Gradatamente a Capard, sia per la posizione sia per la vicinanza al borgo, si stanno recuperando i vecchi volumi delle abitazioni e alcune case sono ritornate all’antico splendore; purtroppo anche questa frazione patisce delle conseguenze dell’eccessivo frazionamento della proprietà, vero flagello valdostano e causa del troppo lento e difficoltoso recupero dei vecchi edifici.
La frazione fin dall’anno 1955 è stata collegata alla rete viaria del paese (l’inaugurazione avvenne l’11 aprile di quell’anno) e recentemente è stata anche dotata di un ampio piazzale per gli autoveicoli e di una illuminazione pubblica sufficiente; sempre negli scorsi anni il villaggio è stato anche collegato alla rete cittadina del gas metano.
Anticamente la frazione aveva una sua importanza in quanto era un crocevia molto trafficato; qui si incontravano, infatti, le tante stradine che collegavano il borgo alle frazioni alte (Maison-Neuve, Dizeille, Perrière, …) ma anche con quelle che trasversalmente congiungevano i piccoli centri della collina di Châtillon con i villaggi a monte del borgo di Saint-Vincent.
Tutt’oggi Capard è meta e luogo di transito di tante persone che dal borgo risalgono erte mulattiere, per godersi spettacolari ambienti in un comprensorio che l’uomo ha saputo mantenere inalterato, o semplicemente per dissetarsi alla fresca sorgente frazionale, denominata Fontanino già citata nei primi decenni del novecento sulle Guide Turistiche del paese.
Minuscolo villaggio posto a circa 645 m. slm., situato a levante del borgo di Saint-Vincent, quasi in prossimità dei confini territoriali del nostro comune.
Nulla è dato sapere circa l’etimologia del toponimo (che da molti secoli è anche importante cognome di Saint-Vincent) e che sembrerebbe non aver mai subito modifiche o varianti.
Le poche case esistenti, che trasudano di anni e di una microstoria nascosta, furono edificate in una posizione abbastanza spettacolare, ma soprattutto in un crocevia strategico; a questo piccolo villaggio giungono infatti (per poi dipartirsi) alcune importanti strade che concretamente collegano la fascia pedemontana ai territori dell’alta collina.

Chadel per molti secoli, come d’altronde tantissimi altri villaggi di Saint-Vincent, ha dormito nella solitudine e nell’isolamento che ha cominciato lentamente a sciogliersi nel corso del 1931 quando venne inaugurato un primo tratto di strada da Pracourt a Cillian, (questo collegamento è frutto dell’iniziativa di Vincent Gorris). Al termine dell’ultimo conflitto mondiale dall’abitato di Cillian si dipartirà una comoda strada che (rompendo il secolare silenzio, e portando auto e altri veicoli a motore in prossimità del vecchio abitato) oltrepasserà le case di Chadel per dirigersi infine verso Emarèse.
Ai nostri giorni quasi tutte le case di Chadel sono state recuperate nei loro volumi e questo si deve anche alla posizione del villaggio che, pur abbastanza distante dal nostro vecchio borgo, permette di raggiungerlo in pochissimi minuti, mantenendosi nel contempo sufficientemente lontani dai rumori e, più in generale, dal caos del centro cittadino.

Si ritiene di poter affermare che per secoli l’economia delle famiglie di Chadel è stata basata sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame; il territorio tipicamente pedemontano è oggi caratterizzato da ampie superfici boscate che celano i terrazzamenti su cui erano un tempo coltivati rigogliosi vigneti, ai nostri giorni quasi totalmente scomparsi ma che nei secoli, grazie anche ad un comprensorio riparato dai venti e molto soleggiato, ha sempre garantito vini di ottima qualità.
Il foraggio per gli animali era raccolto in parte a valle e in parte anche sui tanti pianori distribuiti sul territorio collinare retrostante l’abitato; le memorie storiche ricordano invece che i campi per le colture cerealicole erano invece quasi tutti situati nella parte alta, in particolare in prossimità delle frazioni di Salirod e Lenty.

A Chadel sembra non essere mai esistita una scuola e i ragazzi, per ottemperare a tale incombenza, si recavano nel vicino villaggio di Feilley oppure direttamente nelle scuole del borgo di Saint-Vincent; in questa frazione manca un edificio di culto, ma pur non avendo trovato riscontri precisi, siamo convinti che l’edificazione della cappella di Feilley avvenuta nel 1645 per iniziativa di Philibert-Antoine Clappey e il successivo mantenimento siano stati garantiti anche dalle devote e pie famiglie di Chadel.
Nel villaggio, più precisamente …au bochet, era invece operativo un maestoso, e molto antico, torchio utilizzato sia per la vinaccia sia per la fabbricazione dell’olio di noci; la documentazione concernente questo importante manufatto (già censito sul Catasto Sardo come proprietà di Jean-Pantaléon Chentre, Treve les soeurs et Jean-Antoine Bieller) racconta che era posizionato sotto ad una tettoia in posizione centrale al villaggio.
Questa struttura fu utilizzata fino al 1930 circa; in contemporanea alcuni residenti procedettero all’acquisto di un più piccolo torchio in metallo, abbandonando di fatto l’antica struttura che rimase ancora in loco per alcuni decenni prima di essere demolita verso il 1960 circa.
Le pietre recuperate dall’antico manufatto furono trasportate a Feilley e, in seguito, utilizzate per la costruzione della scuola elementare di quel villaggio.

Questa frazione può essere meta o punto di passaggio per numerose passeggiate in quel comprensorio; è infatti possibile, lasciata la vettura nei pressi del Ponte Romano, dirigersi verso l’abitato di Cillian e, su comoda strada pianeggiante, raggiungere Chadel.
Il monte Tsailleun (679 m. slm.) si erge di fronte al villaggio e, per le sue particolarità, merita senza dubbio una piccola salita; sulla sommità è presente una croce in pietra portata processionalmente e deposta il giorno di San Rocco dell’anno 1929 per volontà di Vincent Gorris che compartecipò alle spese unitamente ai residenti delle frazioni limitrofe.
Ma sia Chadel che il suo comprensorio erano già conosciuto dall’uomo fin da antica data: sulle rocce della montagna sono presenti in gran quantità incisioni rupestri antichissime che si possono ammirare su affioramenti di pietra ollare, titanio e ferro.
Degna di nota è una grande roccia molto scura e dalla forma piramidale (situata in prossimità dell’abitato di Chadel) alla cui sommità si apre una maestosa marmitta dei giganti il cui scavo glaciale è tanto più sorprendente in quanto la roccia è tra le più dure che esistano; si tratta di Eclogite a granato rosso e Anfibolo blu. Questi minerali testimoniano delle grandi profondità raggiunte dalla nostra montagna milioni di anni fa prima di risalire in superficie.
Su panoramico sentiero parallelo al valloncello di Cillian, e con dislivello di circa 160 metri, è inoltre possibile raggiungere l’abitato di Moron, e la sua secolare chiesa, in pochissimo tempo.
Questo minuscolo villaggio composto da poche abitazioni edificate a circa 600 m. slm., è situato a levante di Saint-Vincent, nei pressi dei confini territoriali del nostro Comune; l’ambiente si caratterizza per una grande quantità di rocce affioranti lise da millenni dallo strofinio dei ghiacciai intercalate da piccole superfici di terra.
La presenza dell’uomo in questa zona sembrerebbe essere confermata fin da antichissima data; sono infatti presenti graffiti e petroglifi che racconterebbero come in quella località sarebbero esistiti probabili insediamenti risalenti all’età della pietra.
Ma non è tutto! Verso la fine dell’Ottocento, in un modo assolutamente non voluto ma fortuito, sarebbero venute alla luce da un probabile impianto tombale, alcuni interessanti oggetti che dopo varie vicissitudini sarebbero ora esposte in un importante museo parigino.

La parte antica del villaggio sembrerebbe essere costituita solamente da tre abitazioni, mentre altre (poche!) costruzioni risalgono a tempi recenti.

Il toponimo del villaggio, Champ de Vignes, che sembra mantenersi inalterato almeno negli ultimi due secoli, richiama subito campi e vigneti (in specifico si deve obbligatoriamente pensare a terre arate cinte da pergole e filari di viti o viceversa).
Domandandoci perché tanto interesse da parte dei primi abitatori per quel comprensorio non possiamo che rispondere che tutto è conseguente all’habitat che con il suo clima mite, la sua buona esposizione al sole e al riparo dai freddi venti, ha permesso a tantissime generazioni di stabilirsi in quella località dedicandosi con grandissimo impegno alla quasi unica coltura permessa: la vite.
Fattori determinanti per il successo della viticoltura sono il già citato microclima e le grandi rocce che di giorno assorbono i caldi raggi del sole per restituirli durante la notte; tutto il territorio sembra aver reso grazie per secoli a tale coltura i cui ricordi sono ancora vivi nella mente dei pochi anziani rimasti e nel territorio.
Quest’ultimo con i suoi chilometrici muri di sostegno è infatti testimone silenzioso dell’operosità di quella comunità che con tanto lavoro e dedizione ha saputo modellare la terra secondo le sue prioritarie necessità.
E’ evidente che il tanto lavoro per la costruzione dei tantissimi muri ha consentito la messa a dimora di migliaia di viti che per secoli sono state accudite con amore e che hanno permesso a quelle famiglie, con la successiva produzione di ottimo vino, discreti ritorni economici.

Dato l’esiguo numero di famiglie residenti in quel villaggio, non si ha menzione di un torchio per le vinacce (per questa operazione ci si recava nel vicino villaggio di Feilley), così come non vi è menzione di un mulino o di altre strutture comunitarie, quali forni per la panificazione, i cui altissimi costi di costruzione e mantenimento non potevano essere sopportati da poche persone.

Naturalmente in questa frazione si ha menzione di altre colture tra cui si segnalano per la loro importanza quelle orticole e cerealicole (naturalmente, considerata l’asprezza del comprensorio e quindi in misura compatibile con la poca disponibilità di terra); il buon andamento di queste colture era garantito dall’acqua del trecentesco canale noto con il nome di Ru d’Arlaz, castagne, noci, foraggio e alcuni capi di bestiame chiudevano il cerchio della filiera economica delle famiglie di Champ-de-Vignes.

Oggi purtroppo, anche qui come altrove, si è abbandonata la viticoltura e le uniche testimonianze di quel discretamente ricco e operoso passato ci sono proposte dai tanti terrazzamenti su cui erano impiantate le viti. Molte superfici un tempo destinate al foraggio e al pascolo del bestiame sono totalmente abbandonate; l’immane fatica dell’uomo non ha trovato continuità con la caotica vita di oggi e, forse anche, la poca voglia di lavorare tanto per produrre poco.
Ma nei pressi del villaggio, ormai da alcuni anni, si assiste a come è possibile riconvertire il territorio, valorizzandone le peculiarità pur con le difficoltà che questo comporta; estese superfici sono oggi occupate da serre e da altre strutture che servono ad una famiglia del posto per la sua attività commerciale di florovivaisti.
Non distante è stata invece edificata con criteri decisamente moderni, una stalla che ospita alcune decine di capi di bestiame; il foraggio e il pascolo sono garantiti dai sottostanti ampi e pianeggianti prati.

Personaggio degno di nota di Champ-de-Vignes e senz’altro il dottor Attilio Charles (*1869-†1955); nativo di Donnas compì una parte degli studi a Ivrea per poi laurearsi in Medicina presso l’Ateneo di Torino. Per moltissimo tempo fu Direttore Sanitario delle terme Fons Salutis di Saint-Vincent e contemporaneamente fu anche medico curante presso alcune lussuose strutture alberghiere del paese; alle tante persone che egli visitava presso gli hotel consigliava con convinta fermezza, cure e specialità idropiniche da effettuarsi nello stabilimento termale. Lasciò questi importanti incarichi solo al momento della meritata pensione.
Personaggio capace, buono e gentile è ricordato per l’affetto e la frequentazione di una donna di nobile estrazione, che nel villaggio di Champ-de Vignes aveva una dimora patrizia con piccolo giardino all’italiana (con pergole e alcuni grandi alberi) entro cui godere la fresca brezza e apprezzare appieno l’amore.

Grande villaggio situato a circa 560 m slm. a valle del borgo di Saint-Vincent; il toponimo, scomposto in Champ e Billy richiama subito alla mente un campo e un suo probabile proprietario. Peraltro la conclusione anglofona, Billy, pare non molto idonea al nostro territorio e alla nostra Regione. Agli studiosi di toponomastica lasciamo il compito di approfondire l’argomento.
Come già nel caso di Renard anche Champbilly fu edificato in epoca imprecisata sulle rive di un grande lago di origine pleistocenica poi scomparso a causa del cedimento del fronte. Non sappiamo quando questo avvenne ma certamente a seguito di quell’evento l’uomo, prese pieno possesso di quell’esteso territorio antropizzandolo per servirsene secondo le sue necessità.
I grandi pianori a monte e le sabbiose colline a valle favorirono numerose colture; sui pianori possiamo immaginare campi di cereali e prati foraggieri, nonché pascoli. Sulle sottostanti colline furono impiantati, peraltro con grande successo, estesi vigneti favoriti nella loro crescita e maturazione delle uve dall’ottima esposizione al sole, dalla quasi totale assenza di vento e da un microclima che per secoli fu autentica garanzia di un ottimo prodotto.
Per generazioni intere famiglie abitanti nel borgo hanno posseduto, accudito e coltivato con il cuore questi vigneti; i pochi anziani ancora tra noi ricordano con grande nostalgia i foltissimi gruppi di lavoranti che nel corso delle stagioni scendevano su quelle colline per l’adempimento dei necessari lavori: potature delle viti, zappature del suolo, legature dei tralci, ripristino di tratti di pergole e poi ancora per la distribuzione dello zolfo e del verderame per arrivare infine alla festa delle vendemmie.
La raccolta delle uve era naturalmente il momento più bello e le famiglie vi partecipavano al gran completo portando con loro anche i tantissimi bambini. Gioioso era il trasporto del maturo e dolce prodotto; questo avveniva con l’ausilio di gerle e cestini poi caricati sui tantissimi animali da soma presenti un tempo a Saint-Vincent. Il seguito, tutta la filiera della vinificazione, era compiuta nelle numerose cantine del borgo anche se una parte della vendemmia era comunque lavorata a Champbilly.
Ecco, l’economia di quel villaggio si è basata per lunghissimo tempo sullo sfruttamento agricolo del territorio e un certo benessere economico è naturalmente derivato dalla commercializzazione di quei prodotti: vino, cereali e foraggio, anche se verosimilmente possiamo immaginare discreti contributi derivanti dall’allevamento del bestiame.
A questo proposito si noti che nella Guida Turistica e Commerciale della Valle d’Aosta, edita nel 1954 alla voce “Commercio Bovini” si rileva che in frazione Champbilly pratica quell’attività, presso la sua abitazione al numero civico tre, il signor Canesso Giovanni.
Oggi quel vasto comprensorio coperto di migliaia di viti è praticamente scomparso, il silenzio è sceso su quel territorio su cui si nota, con un certo rincrescimento, l’avanzare del bosco e la presenza sempre più consistente di numerose varietà di animali tra cui si segnalano eleganti volpi e da qualche anno anche cinghiali e maestosi cervi che qui hanno trovato il loro habitat favorevole.
Le estese praterie e campi a monte del villaggio non esistono più; su queste sono state edificate tantissime abitazioni e strutture pubbliche che hanno completamente tolto quell’aurea di bellezza e tranquillità tanto cara ai vecchi abitanti del villaggio.
Negli anni sessanta fu costruita la Circonvallazione Sud voluta con l’intento di liberare il paese dalla massacrante presenza delle auto, dai rumori e dall’inevitabile e conseguente inquinamento acustico e atmosferico. A seguito della costruzione di quell’importante arteria viaria Champbilly pagò un prezzo davvero molto alto; alle spalle delle vecchie case, a poche decine di metri da queste fu innalzato un altissimo muro di contenimento (oltre 10 metri!!!). Questo manufatto visivamente relegò la frazione in un contesto ambientale davvero discutibile facendo somigliare il villaggio ad una sorta di periferia brutta di una grande metropoli. Ma questo non è tutto! Tempo dopo la locale Amministrazione comunale stabilì che nelle campagne a levante si poteva insediare il campo sportivo e questa struttura nata originalmente come piccolo campetto crebbe negli anni fino ad assumere l’attuale grandiosità occupando sempre maggiori superfici di fertile terra, per secoli vanto e orgoglio di quella comunità prettamente rurale.
Per molti anziani residenti quella struttura sportiva diede fin da subito un sapore amaro; il cemento, i rumori e le grida d’incitamento risuonarono come una condanna subita senza colpa commessa. Ciò nonostante la piccola comunità insediata a Champbilly superò queste situazioni e continuò a risiedere in quelle case, alcune delle quali sono state ricuperate negli scorsi anni nei volumi abitativi.

Nel villaggio non si sono edifici comunitari, anche se sembrerebbe attestata nel XVIII secolo la presenza di un torchio per la pressatura delle vinacce; a Champbilly non esiste una cappella e l’unico forno per la panificazione esistente apparteneva ad una famiglia che ne permetteva l’uso a terzi.
All’interno del villaggio un piccolo vicolo separa la parte più antica della frazione da quella più recente e nella parte conclusiva di questo camminamento, un lavatoio-abbeveratoio posto sotto l’ombra di una pergola di vite, ricorda momenti di vita contadina quando le donne del villaggio riunite per lavare abiti e telerie si raccontavano le quotidiane ansie, gioie e dolori della vita famigliare e sociale.
I ragazzi per frequentare la scuola, raggiungevano rigorosamente a piedi senza molte difficoltà, e in pochi minuti, il borgo, luogo in cui erano localizzate le aule scolastiche.

Oggi i residenti in età lavorativa si occupano principalmente di terziario mentre le poche persone che lavorano ancora la terra lo fanno solamente nei ritagli di tempo libero.
Numerosi coloro che si dedicano, con buoni successi, all’orticoltura e alla frutticoltura ma solamente per consumo proprio.
Questo piccolo villaggio è stato edificato sui confini orientali del comune di Saint-Vincent in posizione molto particolare; il comprensorio circostante è, infatti, caratterizzato da grandi pareti di roccia alternate da modeste superfici di terra sostenute da una miriade di muri a secco su cui l’uomo con grande determinazione ha impiantato e coltivato per secoli la vite. Le rocce, che circondano e idealmente abbracciano e proteggono l’abitato, hanno forme arrotondate e sono particolarmente lisce; tutto ciò si deve ai ghiacciai e a millenni di “sfregamento” di questi ghiacci contro la pietra.
Il toponimo composto dalle due parole Champ e Cillien indica inequivocabilmente che fin dall’antichità ci si riferisce ad una superficie di terra coltivata, presumibilmente a campo, di proprietà di tale Cillien (forma abbreviata e reinterpretata del nome Lucien).
Anticamente poche decine di metri a valle di questa frazione, ma non è dato sapere se in loco all’epoca vi erano già case, transitava la strada romana delle Gallie in seguito diventata Via Francigena; eserciti, Papi, Re, Imperatori, messaggeri, commercianti, devoti fedeli e nullafacenti percorsero quell’importante arteria e ci piacerebbe immaginare che l’intensiva coltura della vite sia stata anche favorita da qualche utente di quella strada, convinto della bontà del sito e quindi degli ottimi risultati che si sarebbero potuti ottenere.

Come già detto la superficie dell’abitato di Champcillien, è molto contenuta; per contro le case, quasi appoggiate le une alle altre, sembrano idealmente tendersi la mano contro i tanti pericoli.
Sulla facciata di una abitazione campeggia, purtroppo ormai quasi “illeggibile”, un affresco devozionale voluto da un pio residente del villaggio che, attraverso una grande fede dichiarata pubblicamente, domandò la protezione del Cielo. Immaginiamo che i pensieri di tale devota persona fossero concentrati in particolare su alcune cose: i famigliari, gli affari e in questi i suoi vigneti. Questo passaggio ci introduce ad un argomento fortemente collegato: la viticoltura.
Come già detto tutto il territorio era un autentico inno alla pianta tanto cara a Noè ma tale ricca coltura era naturalmente alla base dell’economia che, a sua volta, era notoriamente collegata alle imposizioni fiscali. Non possiamo naturalmente immaginare quali grandi ricchezze derivassero da tale coltura ma certo è lecito ipotizzare interessanti introiti per le famiglie che hanno abitato quel villaggio o che in zona avevano superfici ricoperte di pergole e filari di viti.

Ma l’epoca dei fatti cui si riferisce la parte successiva di questo testo era anche caratterizzata da altre imposte derivanti da altri Enti; come si è già avuto modo di dire il villaggio di Champcillien e il suo territorio sono ubicati ai confini territoriali del nostro comune; anticamente però le Chiese e il territorio di loro competenza non sempre coincidevano con i confini dei comuni.
Gli archivi e le carte in essi contenute raccontano che per lungo tempo quel territorio fu conteso, per ragioni fiscali, dalle Parrocchie di Saint-Vincent e di Saint-Germain (in comune di Montjovet); al centro di quel “pasticcio brutto” Champcillien e le sue “anime” costrette a pagare controvoglia tributi ad entrambi gli enti religiosi. Era troppo! Decisamente troppo! Naturalmente era vero che alcune persone in precedenza avevano attivato legati e rendite a l’una o all’altra parrocchia ma questo non voleva assolutamente dire che ad entrambi si dovevano pagare censi! Dal canto loro i responsabili dell’amministrazione delle Chiese, sordi alle richieste di definizione del problema continuarono a richiedere quanto anticamente promesso. Verso la fine dell’Ottocento il problema, ormai non più procrastinabile, fu portato all’attenzione del vescovo che udite le doléances di quelle persone stabilì salomonicamente che da quel momento in poi i confini delle parrocchie sarebbero stati coincidenti con quello dei comuni di Saint-Vincent e Montjovet. Naturalmente fu ribadito che se qualcuno dei residenti avesse ritenuto di offrire qualcosa anche ad altre Chiese avrebbe potuto farlo liberamente!

Nel villaggio non esiste un oratorio di fattura antica né un immobile un tempo adibito a scuola (un tempo per ottemperare ai doveri scolastici i ragazzi si recavano presso la scuola di Feilley). Riparlando invece della vite e della sua coltura sembra difficile immaginare un villaggio sprovvisto di un torchio per le vinacce, eppure così è! Viene ricordato che prima dell’introduzione di torchi di piccola fattura (generalmente posseduti oggi da ogni famiglia), ci si recava per tale lavoro nei villaggi di Feilley o Champ-de-Vignes. Alcune testimonianze orali ricordano inoltre che nelle campagne a valle di Champcillien erano coltivati campi per cereali intercalati da prati foraggieri che con i loro prodotti garantivano un ulteriore, anche se modesto, contributo all’economia delle famiglie all’epoca fortemente collegata all’agricoltura e, anche se in minima parte, all’allevamento.

Oggi i giovani residenti nella frazione sono principalmente dediti al terziario e quotidianamente, servendosi dell’auto, si recano per lavoro nel borgo di Saint-Vincent o nei paesi limitrofi.
La Maison Gorris con la meridiana e i piccoli affreschi
In questo villaggio, la presenza dell'uomo è molto antica e giustificata dalla vicinanza dell'abitato alla strada delle Gallie che attraversa il torrente Cillian grazie all'ardito ponte ormai in rovina.

Una grande costruzione di fine '600, detta Maison Gorris, si impone sulle altre abitazioni e appartenne forse a un ricco notabile, Barceloz de Cillian il cui nome compare nell'atto di infeudazione del Rû della Piana (1325). Nel loggiato di questo edificio si notano alcuni affreschi raccolti in sette quadretti e una meridiana datata 1803. Sulla sinistra un'edicola votiva, edificata da Martin Charbonnier, risalente alla fine dell'800, ricorda, con le croci applicate o incise nel legno delle porte, l'antica devozione.

Nel sottosuolo di numerose abitazioni, delle cantine di pregevole fattura architettonica confermano la vocazione agricola e la specializzazione nella viticoltura di un tempo come di oggi, infine, l'abbeveratoio e il forno completano l'arredo urbano.

A Cillian, per i suoi 76 abitanti, è a dicembre che il passato torna presente, quando tutti si riuniscono per la preparazione del pastino: la composta per la produzione del pane nero.
L'impasto e la cottura del pane avvengono a dicembre, nella settimana di luna calante. Tutti partecipano con la propria parte di "ferla" per "far moder lo for". Prima del pane il forno viene provato con la cottura della torta salata: formaggio vecchio nostrano e pane nero secco. In tempo di guerra non sempre era facile riunirsi per fare il pane: spesso mancava la farina. A questo proposito affiora alla mente un episodio in cui persero la vita, per mano dei tedeschi, quattro giovani di Cillian, i fratelli Marc Grivaz, Feilley e Charrière, come rappresaglia del furto di farina subito, la stessa che, prima di essere uccisi, fu nascosta nel "Moulin de Sandrin". Per lo stesso motivo il villaggio venne incendiato senza danni considerevoli; le donne del paese pregarono per nove mesi attorno al vecchio torchio, l'attuale cappella che Végé edificò per rendere indelebile il ricordo della strage degli innocenti. Tutti contribuirono alla sua costruzione, chi con le pietre della Dora, chi come Marie De Grivaz, con l'olio di noce che servì alla realizzazione della facciata dipinta dall'artista Italo Mus. Campana e altare furono consacrati dal Vescovo Blanchet nel 1954.

Testo a cura di Luigi Capozza e Luca Pensato
Probabilmente, ad esclusione degli anziani, nessuno ha mai inteso questo toponimo che sulle carte depositate e conservate nei vari archivi appare scritto nei modi più diversi: Cesea, Cisseia, Cisséyaz, Sisseya, Seiseya, Sissea, ecc. Vi è da ritenere che tali varianti siano state create, seppure involontariamente, dai notai e da tutti coloro che, nel tentativo di rispettare la fonia, si inventarono una forma scritta che comunque non sembra mai essere stata ufficializzata anche se in epoca molto vicina a noi ritroviamo con più frequenza il toponimo indicato nel seguente modo: Cisseyaz.
Questo piccolo insediamento, che sembrerebbe eccessivo chiamare villaggio per la ridotta superficie delle abitazioni presenti, era composto di un piccolo agglomerato di case, poi acquistato e infine abbattuto nel 1954 per fare posto alla nascente struttura della casa da Gioco.
La secolare storia di questa minuscola frazione, termina, presumibilmente, nella data sopraccitata quando l’Amministrazione Regionale sentita la necessità di avere una nuova struttura per ospitare le Sale da Gioco e tutte le strutture ad essa collegate, individua in questo comprensorio, compreso tra il lussuoso Grand Hotel Billia e il borgo di Saint-Vincent, il luogo ottimale per l’insediamento di tale costruzione.
Tutto il territorio circostante venne acquistato e, in questo, furono compresi sia il villaggio di Cisseyaz che la limitrofa cappella di cui si parlerà più avanti; non è dato sapere nulla di questa piccola frazione nei secoli lontani.
Eppure da quelle parti doveva passare certamente la strada consolare delle Gallie costruita dai Romani dopo aver occupato la Valle d’Aosta e sottomesso i suoi abitanti. Ci piacerebbe immaginare che il nucleo antico delle case fosse stato ricavato su di una stazione di posta, ma purtroppo le carte sembrano tacere per troppi secoli e per ritrovare piccole notizie concernenti Cisseyaz dobbiamo giungere alla fine del XVII secolo. E’ in quell’epoca che compaiono le prime informazioni contenute all’interno di atti di compravendita; questi sembrano confermarci che tutto il comprensorio, pur con la pericolosità dovuta alla vicinanza e alle troppe spesso impetuose acque del torrente Grand-Valey, era particolarmente ambito a causa della buona insolazione, al riparo dai venti e con terreni particolarmente adatti a diversi tipi di colture: dai registri catastali delle colture si ha, infatti, menzione di estesi campi di cereali alternati a vasti vigneti e a grandi prati foraggieri.
Il territorio nel suo insieme colpì nel XVIII secolo lo sguardo ammirato di Jean-Baptiste De Tillier, segretario del Ducato d’Aosta che è oggi considerato da molti il padre della storiografia valdostana, che descrive un comprensorio veramente bello e produttivo; dopo di lui anche l’ecclesiastico locale Pierre-Louis Vescoz, alla fine dell’Ottocento, non si trattiene dal rimarcare la bellezza di questo territorio scrivendo: « …Quel paysage imbelli présente ce bassin! C’est d’abord un vaste plateau, où se trouvent réunies comme par enchantement toutes les productions de la vallée. Aussi sa fertilité est elle devenue proverbiale. Un cercle de superbes collines l’environnent de toutes parts… ».
Questo piccolo villaggio era composto da una costruzione primaria che era stata nel corso dei secoli affiancata da altri volumi abitativi e, per quanto è dato sapere, per almeno due secoli case e campagne erano appartenute quasi in toto alla famiglia Carlon di Saint-Vincent.
All’interno di queste antiche mura edificate sul corso del torrente che scende da Moulins dopo essersi diramato dal più grande Canale della Pianura, era contenuto un vero scrigno di storia legata all’imprenditoria privata e alla saggezza dei suoi proprietari: le carte ci informano, infatti, della presenza di un mulino, di un frantoio per la lavorazione della canapa e per la fabbricazione del pregiato olio di noci e, infine, di un forno per la panificazione. Il mulino e il frantoio attingevano la loro forza nelle quattro grandi ruote a “cucchiaia” situate sotto all’edificio che godevano di alcune cadute d’acqua stimate in alcuni metri d’altezza.
Verso la fine del 1800 l’allora proprietario Michel Carlon, pur dichiarando che l’attività di tale struttura è decisamente antica, ricorse con vigore contro la locale Amministrazione Comunale e contro gli uffici del fisco perché, a suo dire, la tassazione a lui imposta era decisamente troppa alta e non rispondente a verità nella parte in cui si parla di quantità di cereali macinati. A sostegno della sua tesi dichiara il Carlon che per lunghi periodi (e in particolare in autunno quando maggiore è l’attività del mulino) manca l’acqua, quindi è totalmente assente la forza motrice.
Non distante dal citato edificio era localizzata l’antica cappella, dedicata ai Santi Rocco e Giocondo, anche se siamo a conoscenza che particolare attenzione era data alla festività della Sacra Sindone, onorata dalla Chiesa il 4 maggio; forse tale devozione è conseguente al passaggio del Sacro Sudario in Valle d’Aosta e di una possibile sosta in questa cappella che fungeva idealmente da porta orientale del borgo di Saint-Vincent; l’erezione di questo sacro edificio risale alla fine del Cinquecento ed è conseguente ad un voto civico fatto dopo la virulenta epidemia di peste scoppiata anche nella nostra regione nel corso dell’anno 1575. Per alcuni secoli l’amministrazione economica della cappella fu sostenuta dalla locale municipalità che ne pagava sia gli interventi sulla struttura sia i compensi dovuti ai religiosi per le funzioni religiose che vi erano celebrate.
Discretamente completo l’arredo conservato in questa piccola chiesa così come testimoniano i vari Verbali delle Visite Pastorali compiuti nel tempo; dai primi del Novecento la cappella fu “presa in carico” dai gestori del vicino Grand-Hotel Billia che vi facevano celebrare messe a cui assistevano i devoti ospiti dell’albergo. In seguito come già anticipato, nei primi anni cinquanta, previa autorizzazione diocesana, si procedette alla vendita dell’immobile, alla sua demolizione e purtroppo alla totale dispersione dell’arredo in esso contenuto.
Oggi l’imponente struttura della più grande Casa da Gioco europea sorge su un territorio che molta storia ha avuto nel corso dei secoli e che, probabilmente, è nota solo agli anziani che però la ricordano con grande affetto e malinconia.

Clapéaz è un piccolo villaggio situato a circa 700 m. s.l.m. poco a monte del borgo di Saint-Vincent in posizione decisamente privilegiata, quasi una naturale balconata ben esposta al sole e luogo da cui si domina l’intero centro valle della nostra regione.
Il toponimo della località, pur ritrovandolo scritto in numerose varianti (Clappea, Clapeyaz, Chiappea, Chiappeyaz, Quiapea) ha mantenuto quasi inalterato per secoli la radice Cal (e altre forme ridotte, ad esempio Cl). Questa forma è una delle più studiate dai pionieri della linguistica che si ritrovano tutti d’accordo nell’affermare che il significato è doppio, indicando sia pietra, sia altura; la base Cal ha inoltre prodotto altre derivazioni: Cl, Clar e Clap e le loro tante estensioni: Clapéaz ne è un esempio.
Il toponimo di questa località avrebbe quindi una radice preindoeuropea che, nelle sue numerose varianti, ritroviamo spesso nelle località dell’arco alpino (approfondimenti in P.-L. Rousset, Ipotesi sulle radici preindoeuropee dei toponimi alpini, Priuli e Verlucca, 1991).
Tutto ciò è confermato dalla posizione in cui è stato edificato il villaggio e dal territorio circostante caratterizzato appunto da numerosi insiemi di frammenti di pietra di medie e grandi dimensioni; nelle vicinanze di questa frazione si ritrovano numerosi clapey.

Anche in questo caso l’uomo, prendendo possesso del territorio, ne ha sfruttato al meglio le particolarità e specificità; accertato che tanti tipi di coltura (ad esempio i cereali) non potevano avere successo, ci si è, peraltro con grande successo, votati totalmente alla coltivazione della vite.
Tutt’oggi fanno mostra di sé i tantissimi muretti a secco costruiti dall’uomo poco a valle della frazione per sostenere i terreni; il vino prodotto da queste superfici, quasi sempre di piccole dimensioni, è stato presumibilmente per secoli l’unico volano dell’economia di questo villaggio.


Nel corso dei secoli si accerta che, come logica conseguenza di quella specifica coltura, anche a Clapéaz era presente il torchio per le vinacce; dalle pagine dei registri del Catasto Sardo apprendiamo che in questo villaggio questa monumentale struttura era in comproprietà e che all’epoca in cui il torchio viene registrato ne sono proprietari tali Obert, Séris, Trèves e altri.
Oggi di questo utile complemento al lavoro di vinificazione non esiste più nulla anche se un piccolo spiazzo è ancora ricordato da alcuni residenti con il nome di lo torcio; non vi sono informazioni sull’epoca in cui fu eliminato ma questo avvenne sicuramente nel momento in cui fecero la loro apparizione torchi in metallo, di più modesto ingombro ma di migliore manovrabilità e resa e quasi sempre ad uso esclusivo di una sola famiglia.

Anche questo villaggio era sede di transito della Processione delle vigne che qui giungeva dopo aver attraversato gli abitati di Maison-Neuve e Clapéon.
Ai nostri giorni la sola struttura comunitaria ancora presente nel villaggio è il vecchio forno per la panificazione presente sotto ad un piccolo tetto posto a levante della frazione; la capacità del forno era discretamente grande e comunque sufficiente alle famiglie residenti che a turno cuocevano il pane. Stranamente questa struttura non è indicata nella relazione predisposta dalla locale municipalità nel 1899 in risposta ad una precisa richiesta tendente a formare delle statistiche dei forni non militari presenti in Saint-Vincent; richiesta avanzata dal 4° Reggimento Alpini-Battaglione Aosta di Aosta.
Nel villaggio non vi sono altri edifici comunitari; i ragazzi per seguire le lezioni avevano due possibilità: la scuola di Moron o quella del borgo. Assente inoltre una cappella per pregare o per la celebrazione di funzioni religiose ma questo non significa che la fede dei residenti fosse inesistente; un piccolo oratorio (sembra edificato dalle famiglia Dufour e Torrent), recentemente rimesso a nuovo è presente all’interno del villaggio e la sua presenza richiama alla memoria voti antichi e secolare fede.
Sulla facciata di una vecchia abitazione vi è inoltre un affresco, risalente presumibilmente alla fine del XIX secolo, che presenta nella semplicità tipica della fede dei semplici e con colori molto tenui, una bella Deposizione.

La posizione del comprensorio è particolarmente soleggiata e riparata dai venti; l’acqua, che è tutt’oggi garantita da un piccolo rivo che attinge dal Grand-Valey, non era naturalmente condizione primaria per tale coltivazione.
Anche a Clapéaz sicuramente vi erano colture orticole così come erano naturalmente presenti animali da cortile o bestiame per la pastorizia (in particolare le memorie tramandate oralmente fanno riferimento agli ovicaprini).

Il bosco alle spalle del villaggio era naturalmente importante risorsa di legname e in questo una posizione di tutto rispetto l’aveva il castagno; questo era “coltivato” con grande cura. Questi grandi alberi erano soggetti a innesti e potature; il legname ricavato serviva sia per la lavorazione (assi, tavole e travi) sia come combustibile durante l’inverno.
E’ però dalla castagna che si traevano discreti proventi; in autunno tutti raccoglievano i preziosi frutti (dopo l’essiccatura e un lungo e ormai dimenticato sistema di affumicatura in specifici locali per impedire il proliferare delle tarme) erano consumati in molti modi tra cui caldarroste, minestre, zuppe o semplicemente mescolate a latte caldo. Molte volte le castagne secche ormai prive della buccia erano portate al mulino per essere macinate e ridotte in preziosa farina, e anche in questo caso viene ricordato che il prodotto era sia consumato in famiglia che barattato o direttamente venduto. In autunno anche le foglie del castagno erano raccolte e servivano sia come giaciglio per gli uomini sia per le bestie. Oggi purtroppo il bosco ha notevolmente perso quell’interesse primario che per secoli aveva garantito alle comunità di montagna (e in specie anche ai residenti di Clapéaz); il sottobosco non è stato più pulito e gli alberi morti giacciono a terra coperti da rovi e altri tipi di cespuglio che aggraverebbero una eventuale situazione di pericolo in caso d’incendio.

Abbiamo menzione dalla lettura del Registro dei decessi della locale parrocchia che l’8 settembre 1802 …sur la montagne de Saint-Vincent Marie-Thérèse Dufour, di soli dieci anni, morì dopo essere stata vittima dei lupi; presumiamo che tali animali scorazzassero in tutte le località del territorio comunale perché nel bosco poco a nord di Clapéaz è tutt’oggi visibile una costruzione in pietra che aveva funzione di trappola per lupi.

Il villaggio è abbastanza esteso anche se le case sono molto addossate tra loro; architettonicamente possiamo affermare che l’uomo anche in questo caso ha saputo coniugare al meglio la secolare capacità e maestria nell’uso della pietra che si presenta a Clapéaz con piccoli particolari veramente notevoli; negli ultimi anni molti volumi abitativi sono stati recuperati e tutti gli interventi effettuati sulle vecchie dimore si presentano in tutta la loro bellezza.
All’estremità del villaggio è stato recuperato anche il vecchio, e unico, rascard; la presenza di questo bellissimo immobile sta a significare che nel circondario vi erano comunque campi per la produzione di cereali.

Una ricca presenza sentieristica informa che il villaggio era crocevia importante tra l’antico borgo e le frazioni situate sul territorio montano; tutt’oggi questi sentieri sono abitualmente utilizzati da coloro che desiderano entrare in contatto diretto con la natura senza peraltro dimenticare il sottostante paese che sembra civettare dai suoi tetti rossi.
La frazione è comodamente servita alla rete viabile e recentemente la locale Amministrazione Comunale ha provveduto a costruire un parcheggio per i residenti.

Personaggi della frazione sono certamente i notai Jean-Antoine e (il figlio?) Sulpice-Antoine Péaquin che nella prima metà del Settecento a Clapéaz avevano domicilio e beni e che redigono molti atti proprio in questo villaggio.
Il piccolo villaggio di Clapéon, arroccato a monte del borgo di Saint-Vincent a circa 700 m. slm., è stato costruito su grandi rocce affioranti a lato di un piccolo pianoro da cui si dominano sia il nostro antico paese sia la valle centrale della Dora. Alle spalle del villaggio, su terreni molto scoscesi, cresce un rigoglioso bosco ceduo dentro cui la fanno da padroni enormi alberi di castagno; a ponente questo bosco copre il torrente Grand-Valey fino a diventare tutt’uno con i boschi situati sull’altra sponda.
La particolarità di questa frazione è quella di essere stata edificata in sito veramente panoramico ma nel contempo protetto dal vento, grazie anche alla presenza dei grandi alberi che paiono difendere l'abitato dalle freddi correnti d'aria del nord.

L’etimologia del nome Clapéon sarebbe da ricercarsi nelle parole clap e clapa e per estensione clapey, cioè insieme di frammenti di pietra di medie e grandi dimensioni; in effetti nelle vicinanze di questa frazione si ritrovano numerosi clapey. Clapéon significherebbe quindi località in cui è presente un mucchio di pietre.

Questa presenza abbondante di materiale lapideo non ha certo favorito l’uomo che qui si è insediato fin da antica data e che di necessità ha fatto virtù optando per una coltura a lui decisamente più favorevole: la vite.
Negli scoscesi ma soleggiati canaloni a sud di questo villaggio sono stati costruiti, e ricostruiti nel tempo, tantissimi muri per sostenere la poca terra, finalmente spietrata e praticare intensamente la viticoltura che in questa località possiamo senza dubbio definire sia di montagna che nel contempo eroica per le ovvie difficoltà rappresentate dall’asprezza del territorio.


Questo passaggio ci introduce a quello successivo concernente l’economia della famiglie che certamente vedeva al primo posto la vite ma che non tralasciava certamente l’allevamento bovino e ovicaprino; l’orticoltura e infine la “coltura” del bosco.
Nel primo caso, e la cosa sembra essersi trascinata in modo ininterrotto per secoli fino quasi ai nostri giorni, il foraggio necessario agli armenti era ricavato in parte nel bosco e in parte su piccoli scoscesi che comunque garantivano quel poco fieno indispensabile alla sopravvivenza delle bestie durante l’inverno.
L’orticoltura, con particolare interesse per le patate, era praticata nel pianoro antistante il villaggio su cui insistono anche alberi di noce che nei tempi passati garantivano l’olio alle famiglie qui residenti.
Quella che è stata definita la “coltura” del bosco è in generale la salvaguardia di questo ma anche l’attenzione e la prudenza con cui, con secolare saggezza, si procedeva al taglio di alberi, alla raccolta delle foglie necessarie nella stalla e tutto ciò con la consapevolezza che un indiscriminato taglio avrebbe provocato smottamenti o frane.
Non è da escludere che a scopo commerciale anche nei boschi a monte di Clapéon fosse in uso la pratica concernente l’estrazione della pece nera o più in generale del prelievo della scorza, utilizzata in epoca medievale come supporto all’industria che si occupava della concia delle pelli.
Della sua importanza abbiamo menzione in numerosi statuti e regolamenti emessi dal Duché d’Aoste a più riprese; un abbondante e non ponderato prelievo delle scorze poteva infatti far seccare le piante e questo fatto era assolutamente da evitare e da proibire con opportuni regolamenti.

Degno di interesse è, poco a nord del villaggio, un manufatto che potrebbe essere identificato come una sepoltura fuori terra e che invece altro non è che una probabile costruzione idonea a imprigionare i lupi e che i residenti denominano Luvire; la presenza di questa costruzione indicherebbe che nei secoli passati anche il bosco a nord di Clapéon ospitava questo genere di animali che per ovvie ragioni di sicurezza doveva essere cacciato dall'uomo.

Questo villaggio è formato da pochissime case come al solito molto addossate tra loro, alcune delle quali sono già state ristrutturate. L’architettura è tipicamente rurale anche se non passa inosservato il sapiente uso della pietra, in particolare nei cantonali delle abitazioni che si rivelano essere stati molto curati; come in altre nostre frazioni anche qui la casa era edificata per far fronte ai bisogni delle famiglie per cui negli immobili sono presenti le stalle, i poèle cioè quelle stanze di discrete dimensioni, solitamente sovrastante la stalla per recuperarne il calore, in cui la famiglia si riuniva per cucinare, mangiare e dormire.
Ai piani superiori c’era naturalmente il fienile; qui s’immagazzinavano sia il fieno che le foglie utilizzate in particolare per l’alimentazione degli ovinocaprini; in aggiunta a questi locali a Clapéon si ha menzione di alcune cantine per la conservazione del vino prodotto nel comprensorio e che le testimonianze orali ricordano come ottimo nettare.

Nella frazione esisteva un monumentale torchio per la pressatura delle vinacce del quale non si conosce l’anno di costruzione ma che risulta invece già censito sulle pagine dei registri del Catasto Sardo (1770 c.a.).
All’epoca il torchio era comproprietà di tali Camos Jean-Michel, Barrel Jean-Vincent e Déanoz Jean-Barthelemy; costoro in aggiunta allo stabile che fungeva da ricovero del pressoir possedevano anche un piccolo piazzale antistante lo stabile che era utilizzato sia per il momentaneo deposito dei contenitori delle vinacce sia, forse, anche per gli animali da soma che a Clapéon giungevano carichi di prodotto da “passare” al torchio.

E’ molto probabile che alcuni residenti in quel villaggio lo fossero solo stagionalmente; molti di loro avevano infatti altre case ma soprattutto campi, coltivati a cereali, nel comprensorio di Diseille-Perrière; queste frazioni erano collegate tra loro da una mulattiera che in meno di mezz’ora consentiva di raggiungere i citati centri.
La mulattiera esiste ancora, è riccamente lastricata e sostenuta da imponenti muri a secco ed è stata totalmente ricostruita per opera di prigionieri polacchi durante il primo conflitto mondiale; questo itinerario è tutt’oggi molto transitato in tutte le stagioni da persone che senza particolari difficoltà cercano tranquillità e pace.

Poco a monte del villaggio, totalmente immerso nel bosco di castagni, si nota la bellezza dell’Oratorio di Jean-Kan edificato nel 1800 da tale Séris a seguito di un voto e restaurato dalla locale Amministrazione Comunale nel 2000 dopo che mani vandale avevano rotto tutto quanto contenuto all’interno della piccola edicola sacra.

Prima di concludere informiamo i lettori di queste pagine che oggi a Clapéon abitano solo pochissime persone che sono dedite al terziario e solo marginalmente curano ciò che resta di un grande comprensorio interamente accudito dall’uomo con specifiche colture. Ciò nonostante una giovane coppia con due bimbi piccoli si è insediata nel villaggio, segno questo che vi sono ancora persone che credono in Clapéon così come, per la sua particolare panoramicità e bellezza, da poco nel villaggio è stato aperto un Bed & Breakfast che nelle sue antiche ma rinnovate stanze riceve con calda accoglienza gli ospiti desiderosi di fare una vacanza veramente a contatto con la natura.

Questa bella frazione composta da poche abitazioni si trova sulla dorsale della collina di Saint-Vincent poco a nord del villaggio di Valmignana, a circa 1000 metri slm, ed è posizionata nella parte alta di un canalone; le case, parzialmente nascoste da maestosi alberi di castagno, sono raggiungibili solamente a piedi o con mezzi agricoli.
Questo piccolo insieme di case praticamente disabitato gode di una posizione molto particolare e il panorama che si gode da lassù è davvero unico.
A monte dell'abitato ampi boschi di aghiformi si alternano a castagneti e a superfici di terra molto scoscese oggi destinate al pascolo e paiono proteggere dai freddi venti del nord quelle poche dimore cariche di storia e di cultura; il territorio circostante è ricoperto da pietraie anche se mostra ancora tracce di antiche colture e segni inequivocabili di un non certo facile insediamento da parte dell'uomo e del suo difficile rapporto con la natura.
E' accertato che lassù, fino agli anni cinquanta del secolo XIX, alcune famiglie abitavano stabilmente tutto l'anno lavorandone e sfruttandone le scoscese campagne per renderle produttive; domandarsi quando l'uomo si insediò su quel territorio sembra essere assolutamente inutile.
Ciò che è invece appurato è che verso la metà del Seicento alcuni rappresentanti delle famiglie Obert e Isabellon procedettero ad un atto di divisione di beni immobiliari e fondiari situati in quella località. Una discreta serie di documenti di quell'epoca, oggi conservati in un fondo privato, ci informano che quegli Obert erano gli eredi dei notai Simon e Martin Obert (padre e figlio), professionisti originari di Ayas ma da tempo sicuramente residenti nel villaggio di Salirod, dove Simon (che esercitava la professione notarile) aveva contratto matrimonio con una Isabellon. Ritornando però alla classificazione dei fondi oggetto della divisione, si ha modo di accertare che malgrado l'asprezza e la declività del terreno, le particelle censite a campo sono comunque numerose; dalla stessa fonte documentale risalente al 21 novembre 1670 si accerta che Crétamianaz era dotata di un forno per la panificazione (l'informazione è contenuta in un atto di divisione laddove si parla di un … pré du noyer du four ciò che inequivocabilmente confermerebbe già all'epoca la presenza di un forno per la panificazione in quel villaggio); la presenza di tale manufatto (oggi praticamente scomparso) è riconfermata all'interno di un atto di vendita stipulato il 2 luglio 1721 nel borgo di Saint-Vincent dal notaio Jean-Joseph Péaquin e successivamente in un ennesimo atto notarile del 1824 all'interno del quale è citato … le four des frères Obert. In altre carte si parla anche di … cortillon (quindi minuscole superfici di terra, adiacenti le abitazioni e destinate a colture agricole), di alberi di castagno, di ciliegio, di pere e in particolare di noci.


Credo a questo punto sia necessario fare un piccolo inciso parlando degli alberi di castagno; questa pianta di grandi dimensioni per secoli è stata un prezioso supporto all'economia delle nostre famiglie, … economia di sussistenza in un regime di autarchia quasi totale ...(“Del pio castagno”, S. Favre, in Environnement, n. 20, 2002). Dalle già citate carte si ricavano alcune ricche informazioni sui castagni, sulla qualità di frutti messi in coltura e sulla compravendita degli alberi.
Frequentemente, nei casi di compravendita, solo l'albero cambiava proprietario a differenza del terreno su cui cresceva che restava di proprietà del venditore (e dei suoi eredi); gli acquirenti avevano però l'obbligo di mantenere sgombro da foglie, ricci e ramaglie tutta l'area ricoperta dall'albero e appartenente ad altri. Per contro le castagne, le ramaglie e il legname erano del nuovo proprietario; verso la metà del Settecento, nei dintorni di Crétamianaz, alcuni Obert avevano acquistato numerosi alberi pattuendo il prezzo medio in … huit livres et vingt sols; ma i castagni per essere produttivi necessitavano di innesti e a tal proposito è curioso quanto lasciatoci scritto da tale Jean-Vincent Obert che in una memoria risalente al mese di maggio dell'anno 1767, scrive: (j'ai) reçu (pour) une journée à enter (innestare) les châtaigner, huit sols, specificando inoltre che le varietà di castagne oggetto dei suoi interventi sono … blanchette, bonnaye et bonentoz.
I preziosi frutti, dopo opportune lavorazioni, erano commercializzati con il generico nome di châtaignes blanches.

Altro importante sostegno all'economia delle famiglie dell'epoca erano senza dubbio i campi coltivati a cereali la cui necessaria acqua era garantita nella giornata di domenica, ogni quindici giorni, sia dal Ru de la montagne (Ru Courtaud) che da un piccolo invaso a monte del villaggio noto con il nome di pissine des Herianes.
L'acqua necessitante alle persone di Crétamianaz e ai loro animali, giungeva da una piccola sorgente che viene ricordata sì fresca ma “infedele”, in particolare durante stagioni particolarmente asciutte e prive di precipitazioni.

Il toponimo della località (che verosimilmente potrebbe indicare una “cresta mezzana”), si mantiene quasi inalterato per almeno quattro secoli seppure con leggere varianti: Crestameana (nel 1670) e Cristamiana nel 1672; in un atto del 1745 il nome del villaggio diventa Crestamianaz. Sei anni dopo diventa Crettamianaz; nel 1775 sullo stesso documento è addirittura scritto in due versioni diverse: Cretaminianaz o Cretamianaz e in questo modo pare mantenersi nei secoli; oggi la dizione esatta è Crétamianaz. Si ha ragione di credere che originariamente l'abitato sia nato intorno ad un unico edificio avente forse funzioni di alpeggio; successivamente con il passare del tempo il nucleo originario è stato ampliato con l'aggiunta di nuovi corpi d'abitazione.

Oggi guardando quelle dimore dalla tipica architettura di montagna si è ragionevolmente portati a ritenere che quelle costruzioni sono state edificate in tempi molto lontani da noi anche se sicuramente rimaneggiate più volte nel corso dei secoli. La solidità degli edifici, caratterizzati anche da un bellissimo esempio di granaio in legno, raccontano le innate capacità dell'uomo di servirsi per le costruzioni delle sue abitazioni da quello che la natura offriva con abbondanza: pietra e legno. Il piccolo abitato fu quasi totalmente abbandonato verso la metà del secolo scorso; in seguito è noto che una sola famiglia vi risiedeva durante la stagione estiva.

Ai nostri tempi, Crétamianaz è frequentata con assiduità solo dagli animali selvatici (in particolare cinghiali) mentre sembrano davvero rari i visitatori che salgono lassù. Tra le strutture antiche presenti a Crétamianaz va ricordato il piccolo oratorio posto sotto la protezione della Vergine, oggi totalmente spoglio e purtroppo fortemente deteriorato e in gravi condizioni statiche, (ri-?)edificato verso la metà del XIX° secolo per volontà di alcune donne della famiglia Obert che lassù risiedevano e che il parroco di Saint-Vincent Charles Bich (1878-1898) ricorda nel suo inedito Cahier per la loro grande devozione e fede. Di quel piccolo ma sicuramente caratteristico manufatto è da sottolineare la bellezza dei dipinti che un tempo ornavano con colori brillanti l'intera facciata e l'interno che oggi stanno purtroppo deteriorandosi a causa dell'incuria dell'uomo e delle stagioni. E a proposito di aspetti e manufatti legati alla fede è necessario citare anche il soprastante (e non distante) oratorio di Bancun fatto edificare dalla famiglia Péaquin di St-Vincent in seguito ad un voto fatto alla Vergine a lato della mulattiera che collega Pra di Ran ad Amay.

Esteso villaggio situato sulla collina sovrastante il borgo di Saint-Vincent, Crotache (Crottassy nei documenti del 1700) è situato a circa 600 m slm. all’interno di un grande anfiteatro naturale da cui si gode un meraviglioso panorama sia sul paese che sull’intera valle centrale della nostra regione.

Il toponimo, su cui non vi sono studi specifici, sarebbe da rapportare ad una variante estesa della parola francoprovenzale “crota”, cioè cantina o luogo chiuso per mantenere e conservare cibi e, in particolare vino.
Questo primo indizio è già sicuramente molto indicativo delle colture praticate in questo comprensorio caratterizzato per secoli da una grandissima enormità di superfici interamente coltivate a vite.
Nelle pagine del Catasto Sardo si ritrova una variante del nome di questo villaggio: Crottaz e sempre su quelle stesse pagine sono centinaia, se non addirittura migliaia, le particelle di terreno indicanti vigneti in quella frazione.
Oggi purtroppo gli impianti viticoli, quasi tutti un tempo formati da pergole, sono sensibilmente diminuiti e l’antichissima coltura ha lasciato ampi spazi vuoti che con il tempo sono diventati incolti e che hanno permesso addirittura al bosco di progredire.
In primavera i tanti alberi di mandorlo carichi di fiori, presenti sul territorio sembrano morbide e leggere nuvole bianche che si sono fermate per ammirare e aggiungere valore al territorio.
Le campagne che circondano il villaggio sono favorite da tanti fattori: una grande esposizione a mezzogiorno; ottima insolazione e, infine, da una discreta, anche se necessaria, ventilazione; tutte queste situazioni hanno consentito per secoli alla comunità stanziata a Crotache sia di vivere dignitosamente, sia di essere consapevoli che il vino prodotto su quei tantissimi terrazzamenti artificiali era di indubbia qualità e quindi molto ricercato anche dagli osti e tavernieri del paese.
Logico quindi ritrovare anche qui il necessario complemento della filiera produttiva della vite: il torchio. Qui il “pressoir” era stato edificato quasi nel cuore del villaggio in posizione centrale, nei pressi della fontana-abbeveratoio; era riparato all’interno di un piccolo manufatto composto da quattro colonne di pietrame cementato ed era sormontato da un tetto in pietra a doppia falda.
Con il passare del tempo e con l’uso sempre più frequente di piccoli e più maneggiabili torchi fu abbandonata l’antica struttura, che come altrove anche qui era comunitaria; testimonianze orali raccontano che le componenti della grande struttura in pregiato legno di noce furono, purtroppo, vendute e disperse mentre l’immobile divenuto pericolante fu abbattuto. Fino ad una ventina di anni fa nel posto in cui troneggiava il maestoso torchio era ancora visibile la grande pietra di contrappeso, leggermente riquadrata dall’abile mano di uno scalpellino sconosciuto, che era naturalmente provvista di perno in ferro per l’ancoraggio alla “vite”.

Tutta l’economia di Crotache ruotava intorno alla coltura viticola e non deve stupire che tale specializzazione avesse prodotto in zona artigiani davvero speciali: mastri carpentieri per la fabbricazione di legnami necessari alle pergole e muratori che con il sapiente uso della pietra ci hanno lasciato chilometrici muri si sostegno, autentiche testimonianze di una sapiente capacità di interagire con il territorio e di servirsi con quanto da esso è abbondantemente offerto: tanta pietra e poca terra!
Non possiamo inoltre dimenticare coloro che costruirono gli immobili della frazione che, molto antichi, paiono essere stati edificati intorno alle cantine, quasi a sottolineare come queste fossero l’ambiente primario della casa e come da locali idonei dipendesse la perfetta conservazione del vino; tutto questo aveva naturalmente effetti benefici alla non certo ricchissima economia delle famiglie.
Ma le specializzazioni non si limitano a questi peraltro importanti casi; non dobbiamo dimenticare i mastri bottai e i fabbri che costruivano i grandi telai di ferro da utilizzare come cerchi ai contenitori del vino; necessariamente un pensiero lo si deve rivolgere anche a tutti coloro che con il loro silenzioso ma prezioso e secolare lavoro contribuirono a lavorare per offrire un prodotto di grande qualità.
Ecco, ritengo che queste cose appartengano alla storia e all’anima della comunità di questo villaggio edificato questa spettacolare e panoramicissima posizione.

Un tempo anche il retrostante bosco contribuiva ad integrare con i suoi “prodotti” l’aspetto economico delle famiglie: la raccolta e la successiva lavorazione e conservazione delle castagne; il legname, di questa e di altre varietà d’alberi, serviva sia per riscaldarsi in inverno sia per la fabbricazione di tini e botti, sia infine per utilizzarlo durante la costruzione e l’innalzamento degli edifici di questo e di altri villaggi.
La presenza di stalle conferma che anche la pastorizia e l’allevamento avevano una loro giusta importanza per le genti di Crotache; abbiamo menzione che il foraggio necessario alle bestie era ricavato sia nelle piccole radure del bosco sia in altre zone considerate povere e comunque non idonee alla coltura della vite.
E’ noto che i contadini avevano nel corso dei secoli diversificato le proprie lavorazioni per evitare di finire in miseria se le malattie delle colture, forti piogge, generose gelate fuori stagioni o altre avversità atmosferiche avessero irrimediabilmente compromesso i raccolti; nulla di strano quindi nell’apprendere che anche le famiglie di Crotache possedevano campi per cereali stanziati sulla parte mediana della nostra collina.

Il villaggio è nel suo impianto urbano originale abbastanza esteso ed è stato edificato su di un minuscolo pianoro all’interno di un grande anfiteatro naturale molto scosceso; le case, anche qui molto addossate le une alle altre, sono molto antiche e posseggono particolari architettonici interessanti che comunque dimostrano quanto già affermato: che, cioè, in questa frazione vi erano persone altamente specializzate nella lavorazione della pietra.
Una stradina pedonale percorre in piano tutto l’abitato che sembra essere stato costruito ai suoi lati, quasi un segno di riverenza; ai nostri giorni una buona parte del patrimonio edilizio esistente è stato recuperato anche se tali interventi si sono dimostrati molto difficoltosi per il trasporto dei materiali a causa dell’assenza di una strada che peraltro non potrà mai essere costruita all’interno della frazione a causa delle case troppo addossate tra loro.
Ma alcune persone che hanno provveduto a recuperare vecchi immobili sostengono che la bellezza di questo villaggio sta appunto nella tranquillità derivata dall’assenza di auto e di rumori.

Nei recenti anni passati, a levante e a valle dell’abitato di Crotache, sono state edificate numerose costruzioni di edilizia residenziale privata che, pur belle, danno l’impressione di soffocare un po’ l’antico centro.
Nei tempi andati il villaggio non era certamente isolato dal sistema viario della collina di Saint-Vincent e ancora oggi è possibile dedicarsi a lunghe passeggiate su antichi sentieri che, ora in piano, ora in salita giungono o si dipartono da Crotache; a monte dell’abitato negli anni scorsi uno di questi sentieri (di tutti, certamente il più panoramico) è stato pulito dai rigogliosi rovi; alcuni tratti di muri di sostegno sono stati rifatti e sono state posizionate le opportune segnalazioni dirette a coloro che desiderano godere di ampi e silenziosi spazi che prevedono la contemplazione di tanti paesi del centrovalle e moltissime montagne della nostra regione.
Il villaggio, di modeste proporzioni, è situato a poco meno di 600 m s.l.m. a ponente del borgo di Saint-Vincent sui confini territoriali con Châtillon.
L’etimologia del nome di questa frazione non ci è nota anche se taluni vorrebbero, con ardita ipotesi, scomporre Crovion in Cro e Vion; la prima parte indicherebbe una compressione della parola Crot e Crou quindi parole che in dialetto locale significherebbe avvallamento o fosso. Vion in patois indica invece sentiero quindi Crovion significherebbe un camminamento lungo una superficie ribassata o vicina ad un avvallamento o fosso.

Quanto alle vicende storiche legate a questa frazione ci è noto che nel periodo compreso tra il 1601 e il 1607 anche i proprietari di beni esistenti a Crovion riconobbero a fini fiscali al conte Louis Solar de Morette di possedere tali beni e conseguentemente di dovergli pagare determinati importi. L’acqua necessaria alle campagne è garantita fin dal lontano 17 agosto 1325 dal Canale della Pianura, più noto con il nome di Ru de la Plaine e in parte anche grazie all’altro antichissimo canale denominato Ru des Gagneurs, entrambi provenienti da Châtillon.
Ma parlando di acqua è certo che il territorio e gli abitanti di questa frazione hanno sicuramente dovuto convivere nel corso dei secoli con la violenza del vicino torrente Grand-Valey le cui impetuose acque hanno frequentemente invaso le campagne e forse danneggiato le stesse case; poche decine di metri a levante del villaggio questo torrente ha eroso profondamente la campagna provocando un profondo e largo solco entro cui scorre quando la portata è minima.
Poco a valle di Crovion doveva giocoforza passare la strada romana poiché nei pressi della frazione si trova ancora oggi il solo punto facilmente guadabile del torrente. Ai nostri giorni manca totalmente un qualche resto di manufatto in pietra per cui si può ipotizzare che l’attraversamento del torrente fosse probabilmente garantito da un ponte con una struttura totalmente in legno che se danneggiata dalle piene del torrente poteva essere rifatta in poco tempo e con costi limitati. Vi è da aggiungere che la situazione di pericolo e di precarietà della struttura utile all’attraversamento del torrente si è mantenuta inalterata fino a pochi decenni or sono.


Non distante dal villaggio si notano, purtroppo, le rovine della casaforte di Néran costituita da una massiccia torre quadrata databile secondo gli esperti al XII secolo anche se non è da escludere che tale manufatto sia stato costruito su edifici preesistenti.
Successivamente, a ovest della torre, sono stati edificati due corpi di fabbrica di diversa altezza che indicherebbero sicuri ampliamenti della struttura a scopo abitativo. Anche a levante sono stati edificati in epoche successive altre costruzioni costituite da un solo piano rialzato che dovevano costituire i locali di servizio e che si presentano oggi notevolmente degradati e al limite della staticità.
Sempre sul campo delle ipotesi è anche probabile che l’abitato di Crovion sia sorto proprio a servizio della torre e dei suoi proprietari che certamente necessitavano di più ampi spazi di servizio di quelli contigui alla torre, peraltro molto preziosi ma limitati nella superficie.

Il villaggio è stato edificato su parte del cono di deiezione del citato torrente, su un grande pianoro in leggero declivio oggi totalmente cinto da prati foraggieri. Abbiamo però informazioni che ci rivelano che nei secoli passati grande parte delle superfici di terra erano coltivate a cereali mentre un tempo, peraltro non molto lontano da noi e quantificabile in meno di un secolo, tutte le colline retrostanti Crovion erano coperte da rigogliosi vigneti in parte coltivati dalle famiglie di Biègne e in parte da quelle residenti a Crovion.
Mancando qui un torchio, per l’autunnale lavoro di pressatura delle vinacce, si partiva da quest’ultimo villaggio e dopo breve salita si raggiungeva Biègne dove, nei pressi dell’abbeveratoio, era stato edificato in epoca imprecisata un grande torchio comunitario che risulterà essere già censito nel 1771 sulle pagine dei Registri del Catasto Sardo; in alternativa si raggiungeva il villaggio di Orioux, anch’esso provvisto di torchio.

La ridotta superficie dell’abitato e il conseguente basso numero di residenti ha fatto si che, ad esclusione del lavatoio, non si segnalino nella frazione altri edifici o strutture comunitarie.
Un tempo i ragazzi, per lo svolgimento delle lezioni, si recavano nel borgo di Saint-Vincent; altrettanto facevano i fedeli devoti per rinnovare la loro fede anche se la vicina cappella di Cisseyaz, sul lato opposto del torrente Grand-Valey e dedicata ai santi Rocco e Giocondo, era utilizzata in numerose occasioni.
Questo sacro edificio, demolito nel 1955 per fare posto alla costruendo Casa da Gioco, era stato costruito verso la fine del millecinquecento come voto civico a seguito della virulenta epidemia di peste che aveva colpito anche la nostra regione nel corso del 1575. Anche in questo caso la profonda fede delle popolazioni dell’epoca aveva voluto come santi protettori due figure di “peso”: i santi Rocco e Giocondo; peraltro è necessario precisare che a seguito di quella o altre simili calamità numerose comunità, tra le quali anche Saint-Vincent, avevano edificato a levante e ponente dei borghi non una sola cappella, ma bensì due. Nell’immaginario, tutte le persone che idealmente erano in mezzo ai sacri edifici, si sarebbero salvate da eventuali pestilenze o altre calamità.
Dagli Archivi Parrocchiali si apprende che questa cappella frazionale è stata per secoli sede di tappa della cosiddetta Processione delle Vigne che un tempo durava tre giorni e che si snodava in mezzo a tutti gli impianti viticoli del paese; dalla stessa fonte si apprende che nel 1770 la locale Amministrazione comunale, a seguito di incomprensioni attivatesi con l’allora parroco, soppresse dal bilancio l’importo dovuto fin da antica data per la celebrazione della funzione religiosa ma dopo poco più di un anno dovette ripristinare gli antichi impegni anche e soprattutto a seguito di violente rimostranze della popolazione.

La frazione non era dotata di mulini e quindi per la macinatura delle granaglie si saliva fino al villaggio di Orioux oppure, attraversato il torrente, si raggiungevano gli abitati di Cisseyaz, Favret e Moulins, villaggi questi che nel corso dei secoli contano oltre una decina di mulini.
Per quanto concerne la cottura del pane, è accertato che a Crovion non vi è mai stato un forno, le possibilità erano numerose e tutte sostanzialmente comode in quanto queste strutture erano presenti nei villaggi di Biègne, Moulins e forse nel minuscolo abitato di Cisseyaz. Non è infine da escludere che ci si recasse anche nella vicina casaforte di Néran dove, nell’ultimo edificio a est, è tutt’oggi presente un forno per la panificazione di notevoli dimensioni.

Oggi i residenti in età lavorativa di questo villaggio sono quasi tutti occupati nel terziario e la campagna, è coltivata da terze persone; si contano numerosi campi di patate e orti mentre le vigne un tempo vanto della frazione, sono oggi ridotte a poche unità.

Raccontano gli anziani che verso la fine dell’Ottocento, e nei primi decenni del secolo successivo, la principale rendita delle famiglie fosse affidata ad un frutto molto particolare: la nota pera Martina (o B). Evidentemente il clima e l’esposizione del territorio a Mezzogiorno erano fortemente favorevoli a tale coltura che, si racconta, fosse esportata non solo nella vicina Francia ma addirittura in America!
Oggi a testimonianza di quanto detto sono rimaste solo poche piante.

Tutto il territorio si presta con i suoi sentieri e le sue mulattiere a bellissime passeggiate che possono essere compiute in tutti i mesi dell’anno senza alcuna difficoltà; in particolare si segnala la passeggiata che collega l’abitato di Saint-Vincent con le frazioni collinari di Châtillon e che si snoda sul corso del Canale della Pianura tra verdi e fioriti campi e all’ombra di maestosi castagni o di fresche cascate d’acqua presso cui riposare.

Questo itinerario, per secoli stradina di servizio del canale, è particolarmente apprezzato in estate durante le giornate calde e afose, perché si insinua in buona parte all’ombra di grandi castagni pur conservando punti panoramici di tutto rispetto.

Piccolo villaggio posto sulla collina di Saint-Vincent a circa 950 m. slm, sulla dorsale che da Moron raggiunge la vetta del Monte Zerbion in una posizione panoramica veramente eccezionale.
Edificato molti secoli or sono su di un pianoro circondato da abetaie ma anche da rigogliosissimi castagni, il villaggio è al centro di un’area un tempo coltivata intensamente a cereali. Oggi i biondeggianti campi non esistono più e al loro posto la coltura cerealicola è stata riconvertita in buona parte a foraggio mentre altre zone sono state abbandonate dall’uomo per cui si ha un forte ampliamento della superficie boscata.

Il toponimo Dizeille sembra non avere una sua origine definita e non sembrano esserci spiegazioni circa l’etimologia di questo nome di località che nel corso dei secoli appare sulle carte in numerose varianti: Diseille, Diseile, Dyssellys (così appare scritto nel 1599 nel volume, custodito nell’archivio comunale, all’interno del quale gli abitanti di questo villaggio passano riconoscenza ai nobili Di Moretta e Perrone di San Martino per lo sfruttamento di terreni in quella località), e Yselly (nel 1655 sempre in un volume di Reconnaissances conservato nell’archivio comunale), per essere infine oggi codificato in Dizeille.

Anche rappresentanti di questo villaggio figurano nelle carte relative alla concessione feudale con cui nel 1393 la nobile famiglia Challant (nella persona di Ibleto), concesse a numerosi capifamiglia della collina, autrement dit montagne de Saint-Vincent, di scavare un canale che dalla Valle d’Ayas garantisse acqua alle assolate e arse terre di questo paese; tra questi “padri fondatori” veri pionieri della storia cittadina, si segnalano Nycolin fils de Jean de Disselli et Pierre fils de Guillaumet fils de Perrod Nicolin. Queste ed altre persone, veri imprenditori agricoli, compresero che solo con l’ausilio di sufficiente acqua, si sarebbe cambiato il destino delle comunità residenti sulla nostra collina; e i risultati non si fecero attendere.
Pochi decenni dopo il territorio finalmente gratificato dall’acqua, diventò molto produttivo e da questa grandissima innovazione non sfuggì Dizeille che, oggi, con i suoi chilometrici muri a secco distribuiti sulle campagne testimonia ancora oggi della forza, della caparbietà e della determinazione delle famiglie di quella lontana epoca.

Visitando questo villaggio si notano numerosi granai dentro cui erano conservate enormi quantità di cereali in attesa della macinatura. Quest’ultima avveniva in parte in un piccolo mulino posto a ridosso del torrente Grand-Valey, mentre si ha ragione di credere che maggiori quantità di granaglie fossero portate nei mulini di Perrière o in quelli di Moron.
Per la panificazione non ci si doveva spostare altrove; all’interno del villaggio, in condizioni purtroppo pietose, trova posto il forno frazionale.
L’economia del villaggio era inoltre garantita dall’allevamento, dalla vendita del legname (sia esso per uso combustibile che dopo opportune lavorazioni per l’edilizia o per la fabbricazione di mobili), dalle castagne (altra “moneta” utilizzata nei tempi passati) e infine dal noce e dai frutti di questo.
Dizeille non aveva una scuola sua per cui i giovani dovevano recarsi a Perrière o a Moron per le lezioni; purtroppo il villaggio non aveva neppure una cappella frazionale per cui per l’adempimento dei precetti religiosi le località da raggiungere erano le stesse già citate per le scuole con l’aggiunta però che tante volte ci si doveva recare alla chiesa del borgo, assai distante dal villaggio. La pietà e la devozione dei residenti hanno comunque voluto l’edificazione di un piccolo oratorio posto su di un masso affiorante all’estremità sud del villaggio.
La piccola e ridotta dimensione dell’immobile è comunque molto caratteristica: sul tetto troneggiano un campaniletto “a vela”, e due piccole torri. All’interno, completamente ridipinto negli anni novanta, si notano le figure affrescate di Santa Teresa e di San Pietro mentre sul soffitto, che riproduce la volta del cielo stellato, si nota la figura della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Un cancello in metallo, opera indubbiamente da ricollegare a fabbri locali, chiude il piccolo vano all’interno del quale è anche presente una statua in gesso della Vergine.
Da segnalare anche un piccolo oratorio pensile sulla facciata di una casa all’interno del villaggio.

Purtroppo anche questo villaggio conobbe la miseria e la fame ed ebbe come logica conseguenza lo spopolamento quasi totale. Solo da pochi anni si è timidamente rimesso mano al prezioso patrimonio edilizio della frazione; alcuni interventi sono stati realizzati con criterio senza snaturare questo bellissimo villaggio e tutto questo è avvenuto pur tra mille difficoltà.

Negli scorsi anni la locale Amministrazione comunale ha provveduto al rifacimento totale della fognatura, della rete idrica, dell’illuminazione completando l’intervento con la sostituzione di due fontanili, oggi in pietra.
Naturalmente è stato rifatto completamente il piano di calpestio dei vialetti che, oggi, si presenta in pietra. Il parcheggio per gli autoveicoli è stato fatto all’esterno della frazione per non sventrarla e per non snaturare la tipicità di questo villaggio.
Dizeille attende ora nuovi abitanti e spera che gli attuali proprietari di immobili o i possibili nuovi acquirenti sappiano investire in questa storica frazione.
A Dizeille si può giungere comodamente a piedi, in particolare in estate, su di una mulattiera che sale dall’abitato di Maison-Neuve e che si caratterizza per l’ombrosità dei giganteschi castagni e per la frescura derivata da un piccolo canale che prelevando acqua dal torrente Grand-Valey giunge fino alle campagne a monte dell’abitato di Clapéaz.
Posso garantire a tutti coloro che amano camminare nella natura e sulle ali della storia che questo itinerario è veramente spettacolare e merita senz’altro una piccola fatica. Ai pigri o a coloro che vanno di fretta consiglio la strada asfaltata che si diparte a sinistra dalla strada regionale poco a monte dell’abitato di Moron.

Questo villaggio, situato poco a monte dell’antico borgo di Saint-Vincent ad una quota di circa 620 metri slm., è uno tra i più estesi tra quelli situati nel circondario del paese.
Anche in questo caso l’origine del toponimo è ancora purtroppo ignota anche se molto semplicemente si potrebbe immaginare che il nome derivi dalla presenza in loco di uno scrivano, forse un notaio o forse addirittura uno studio notarile presso cui agiva “un’ecrivin” uno scrivano pubblico. Si tratta indubbiamente di una congettura, ma alle volte la storia si scrive anche partendo da piccoli e insignificanti dettagli poi confermati da studi più approfonditi.

Il villaggio è sicuramente molto antico e il suo nucleo originale, attraversato da alcuni piccoli camminamenti, fu voluto in epoca imprecisata da persone che molto argutamente avevano compreso che in quell’esatto punto era possibile edificare abitazioni in posizione privilegiata, al centro di un vasto comprensorio idoneo a tutte le colture anche se la parte del leone la fece per tantissimi secoli la viticoltura.

Ècrivin
ha indubbiamente dalla sua parte alcuni fattori naturali favorevoli: il clima, e in particolare il microclima; la quasi totale assenza di venti freddi; la sicurezza del territorio (il sito parzialmente pianeggiante è garanzia contro frane e smottamenti del terreno) e la grande insolazione, hanno permesso per secoli a intere generazioni di vivere bene e in perfetta sintonia con l’ambiente e il territorio. Le sole ansie procurate alla popolazione pare fossero quelle derivate dai cattivi umori del torrente Grand-Valey. Seppure distante da quest’ultimo, il villaggio è stato edificato su parte del cono di deiezione del torrente che addirittura pare che nei secoli andati scorresse molto più a levante e lambisse quindi le case provocando durante i suoi debordamenti forte apprensione ai residenti preoccupati forse più dell’integrità delle loro campagne che delle case comunque a loro dire edificate in luogo sicuro.
L’architettura delle costruzioni si presenta molto solida e, in un paio di casi, molto ricercata; alcuni particolari architettonici fanno presumere una certa agiatezza economica da parte dei loro committenti; le abitazioni, seppure pesantemente rimaneggiate, mostrano ancora gli originali impianti caratterizzati da aerati fienili per la conservazione del foraggio, da stalle, da locali d’abitazione e, nel sottosuolo, una miriade di cantine per la conservazione del vino e dei formaggi.
Inutile dire che la plurisecolare economia di Ecrivin si è basata sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame con particolare interesse per la viticoltura.
Tutto il comprensorio a monte del villaggio era, infatti, coperto da estesi e rigogliosi vigneti da cui si è sempre tratto per tantissimo tempo un vino di grandissima qualità che era particolarmente apprezzato dagli osti e locandieri del borgo che lo acquistavano per servirlo sulle tavole dei loro locali ai loro ospiti che raggiungevano il nostro paese per le cure termali e che dopo abbondanti bevute d’acqua non disdegnavano certamente il buon vino di Saint-Vincent.
L’acqua necessaria alle campagne, agli orti e al bestiame era garantita dal Ru della Pianura il cui plurisecolare tracciato si snoda poco a monte delle abitazioni fin dalla sua costruzione avvenuta nel lontano 1325. Le necessità idriche delle famiglie erano invece garantite da alcune sorgenti appartenenti a privati che sgorgavano a monte (e questo avviene tuttora) e che dopo opportune canalizzazioni confluivano in quattro lavatoi-abbeveratoi presenti all’interno della frazione.
Per ciò che concerne gli immobili comunitari abbiamo menzione della presenza di ben due torchi per la pressatura delle vinacce; uno di questi venne totalmente rifatto nel 1933 dal signor Giuseppe Camos il quale, necessitando di legname idoneo, tagliò un grande albero di castagno che cresceva nei pressi del torrente Grand-Valey. Dalla stessa zona giunse anche la pesante pietra utilizzata come contrappeso; le memorie orali raccontano che forse il mastodontico torchio fu un po’ sovradimensionato e questa era la probabile causa di periodici problemi. Nel corso del 1943 la struttura, che era riparata da una grande tettoia totalmente in legno, fu distrutta da un violento incendio le cui cause non furono mai chiarite. Il torchio non fu mai più ricostruito e per tale autunnale lavoro alcune famiglie del villaggio si dotarono di più piccoli, e presumibilmente comodi, torchi in metallo. Nella frazione non vi era una scuola ma questo era giustificato dal fatto che il borgo, sede di tale struttura, è molto vicino.

A Ecrivin non vi è neppure una cappella ma nel contempo si segnalano ben tre oratori o edicole in cui erano riposte statue della Vergine o di qualche Santo; il primo oratorio era posizionato nel crocevia tra le attuali via Tromen e via Monte Bianco. La sua erezione si deve alla famiglia Isabellon e ad un antico voto fatto alla Vergine; purtroppo questa struttura, che viene ricordata molto bella e caratteristica, fu demolita verso la fine dei recenti anni cinquanta per fare posto ad una strada. Il secondo oratorio era posizionato tra via Monte Bianco e via Charrière; anche in questo caso si parla di un manufatto molto antico, poi rimaneggiato più volte. Da alcune note presenti nell’archivio parrocchiale si apprende che questo oratorio fu voluto dalla famiglia Page, da secoli residente nel villaggio, e che fu restaurato nel corso del 1898, data in cui fu posto sotto la protezione della Madonna del Carmelo. Da segnalare inoltre che davanti a questa sacra edicola sostavano i cortei funebri che, diretti alla chiesa del borgo, qui giungevano dalle frazioni poste più a monte (Capard, Maison-Neuve, Clapeon). Anche in questo caso l’urbanizzazione dei villaggi fu causa della demolizione dell’oratorio; completato l’allargamento della sede viabile in memoria di questo manufatto fu fatto edificare una minuscola edicola che si presenta oggi inserita all’interno di un muro.
A levante del villaggio, in località Puppon, esisteva da antichissima data, in mezzo alle campagne e a lato di una vecchia mulattiera, un grande oratorio dedicato al Sacro Cuore di Gesù. La struttura era composta da quattro colonne che sostenevano un tetto a quattro falde. Sappiamo che verso la fine dell’Ottocento questo manufatto fu totalmente restaurato per volontà di Marie-Ange Ravet, moglie di Vincent-Noé Page e mamma del notaio Léonard e dell’avvocato Gabriel. Successivamente sarà la devotissima nuora, Camilla Guillet, moglie del notaio Léonard, a procedere al mantenimento e abbellimento di questo oratorio presso il quale sostavano i cortei funebri che qui giungevano dalle frazioni poste più a monte (Romillod, Crotache, Clapéaz, ecc.); in quell’esatto punto erano raggiunti dal celebrante, dal portatore della croce e dai rappresentanti delle Associazioni e Confraternite religiose operanti a Saint-Vincent. Dopo una breve preghiera e benedizione si ripartiva alla volta della chiesa del borgo per la santa messa che precedeva l’inumazione.

Tra i numerosi personaggi di Ecrivin che in modo diverso hanno senz’altro lasciato una traccia del loro operato sulle carte ricordiamo, oltre alle già citate Marie-Ange Ravet e Camilla Guillet, e iIl notaio Baptiste Perret notaire royal. Figlio dell’omonima famiglia di Saint-Vincent, Baptiste Perret è un personaggio abbastanza sconosciuto. Forse era fratello del notaio Jean-Antoine (padre del ben più noto sacerdote Jean-Baptiste che con i suoi studi scoprì i benefici delle sorgente termale). Malgrado alcune indicazioni il notaio Baptiste Perret è difficilmente collocabile nella genealogia famigliare dell’abate Perret con il quale vi è certamente un rapporto di stretta parentela. Tutte le carte e gli atti notarili compiuti da questo professionista sono collocabili tra il 1730 e 1750 circa, e risultano essere state tutte redatte nella sua casa posta nel villaggio d’Ecrivin.

Prima di concludere dobbiamo ancora parlare di un altro personaggio di questa località che sembra mantenersi una solida aurea di mistero: il notaio Jean-Baptiste Trucon. Costui, figlio di Jean-Antoine, ha lasciato ai posteri pochissimi documenti e tanti interrogativi ad esempio quello concernente il motivo della sua detenzione e successiva morte avvenuta in giovane età nel corso del 1795 nelle prigioni di Aosta. Questo cognome, quasi irrimediabilmente scomparso, lo ritroviamo su antiche carte concernenti questo paese dalle quali si apprende ad esempio che questa famiglia aveva all’interno della locale chiesa un Vas, cioè un luogo privilegiato per la sepoltura dei propri cari.

Infine, quale personaggio di rilievo di Ecrivin, si ritiene giusto ricordare Mario Page, imprenditore privato e amatissimo sindaco di Saint-Vincent dal 1978 fino al 1982, anno della sua prematura scomparsa. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ne ricorda le doti di buon amministratore e la grande capacità nell’accogliere e fare proprie, le istanze della popolazione alla quale si rivolgeva sempre con estremo garbo e bonaria cortesia.

Ai nostri giorni, l’antico nucleo abitativo di Ecrivin è stato completamente “assalito” da una miriade di nuove costruzioni che hanno circondato le vecchie case; queste ultime in alcuni casi sono già state recuperate mentre moltissime altre sembrano ancora purtroppo abbandonate a se stesse e private di quelle necessarie cure che potrebbero far fare alla frazione quel salto di qualità: vivere cioè a pochi passi dal moderno centro cittadino ma mantenendosi all’interno di un centro veramente pregevole, ricco di storia e con abitazioni degne di nota.
Piccolo agglomerato di case posto a ponente del borgo a poca distanza e a nord della casa da Gioco in prossimità del torrente Grand-Valey le cui acque, frequentemente tumultuose a seguito di precipitazioni di particolare intensità, dovettero intimorire spesso i residenti.
Prima della costruzione, poco a valle, della Casa da Gioco, dell’Hotel du Parc (già Hotel delle Vigne) e dell’imponente Grand Hotel Billia nonché di numerose altre costruzioni, Favret era totalmente cinto da prati foraggieri, campi di biondeggianti cereali e vigneti.
L’intero comprensorio fu oggetto di grandissimi stravolgimenti che di fatto compromisero la plurisecolare tranquillità di questo minuscolo centro rurale avente però una grande importanza per l’economia a motivo della presenza in loco di attività industriali tanto che il toponimo Favret è senza dubbio riconducibile ad antiche attività imprenditoriali presenti in zona; in specifico il nome Favret deriva da Favro, cioè fabbro.
La presenza in questa località di tale imprenditorialità è attestata già nella prima metà del XV secolo ed è ricavata dai verbali del processo di stregoneria tenutosi nel castello di Saint-Germain (Montjovet, Ao.), nei confronti di Caterina di Chenal. Questa donna, originaria della Svizzera, poi trasferitasi in un villaggio collinare di Saint-Vincent, avrebbe fatto morir con maldestre cure l’allora parroco di Montjovet. Arrestata ed imprigionata nel citato castello fu in seguito sottoposta dal Tribunale dell’Inquisizione ad un lungo processo; per convincerla a parlare si procedette anche con la tortura e dai già citati verbali si appura che i “ferri” necessari furono commissionati ad un fabbro di Saint-Vincent il cui laboratorio era situato in frazione Favret.

E’ da dire che le poche case che compongono questo minuscolo abitato sono state lambite per secoli da un grosso canale che deriva dal Canale della Pianura. Questa importante realtà costituita da vigorose ed abbondanti cascate d’acqua ha inoltre garantito per secoli sufficiente acqua ad altre strutture quali mulini da grano, “piste” (o frantoi) e folloni.
Purtroppo non disponiamo di dati e informazioni relativi all’età medievale e tardo-medievale ma per contro il toponimo e carte più recenti ci illustrano e ci descrivono un’attività imprenditoriale di tutto rispetto.
Nei primi anni del ventesimo secolo erano ancora operativi i mulini di Beniamino Séris, di Lorenzo Buil e infine di Pietro Crétier; nel primo caso sappiamo che era provvisto di due ruote orizzontali “a cucchiaie” che azionavano due coppie di macine in pietra e uguale situazione la ritroviamo nel secondo caso mentre è leggermente diversa la situazione concernente il mulino con annesso frantoio appartenente al notaio Pietro Crétier (padre del più noto e sfortunato Amilcare, grande scalatore morto tragicamente l’8 luglio 1933 al ritorno da una ascensione al Pic Tyndall, nel gruppo del Cervino, insieme ad Antonio Gaspard e Basilio Olietti). Quest’ultimo mulino, decisamente più grande e strutturalmente più moderno, necessitava di più acqua (circa 100 litri al minuto) e secondo una relazione redatta nel 1928 e oggi conservata nell’Archivio Comunale, produceva una forza motrice di HP nominali pari a valore 4.
Ma le fonti storiche non si limitano a parlarci di questi tre mulini: una grande importanza sembrerebbe aver avuto per molto tempo il frantoio di Giuseppe Bello nei pressi del quale erano portate le fascine della canapa.
La memoria storica di alcuni anziani raccolta oralmente, ricorda che nei pressi del villaggio erano presenti alcune vasche in cemento in cui erano messe a macerare enormi quantità di canapa in attesa di essere successivamente portate ai frantoi o “folloni”, ovvero strutture artigianali che servivano a “battere” e sfibrare il consistente arbusto in previsione della filatura.
Poco più a nord va invece segnalata la presenza del mulino e della forgia di Emilio Artaz; presumibilmente per secoli l’artifizio era composto da un mulino e pur con le più varie difficoltà funzionò fino ai primi anni venti del novecento. In quel periodo un violento incendio distrusse tutte le strutture componenti il mulino (che come è noto erano quasi totalmente in legno); gli allora proprietari decisero di riconvertire l’impianto e insediarono al suo posto una forgia per la lavorazione di manufatti in ferro.

Ai nostri giorni, con le già citate strutture turistiche, Favret sembra costantemente assediato dalle macchine e la sua stretta stradina interna non trasmette più i rumori e gli odori di quelle plurisecolari attività artigianali e agricole, sole ed uniche garanzie di sopravvivenza delle famiglie dell’epoca.

Personaggi della piccola frazione sono il già citato Emilio figlio di Pierre-Joseph Artaz; quest’ultimo, per anni emigrante nell’area francofona, apprese tutti i segreti del mestiere di mugnaio che trasmise al figlio Emilio (noto con il nome di Mio de Pin) che continuò l’attività diversificandola, appunto con la costruzione della forgia.
Altro personaggio di Favret, che qui vi edificò la sua abitazione, è Carlo Gabriele Cotta (1918-1978). Figlio di famiglia nobile di origine astigiana, fu combattente in Francia e sul fronte Greco-Albanese, ottenendo la medaglia d’argento al Valor Militare. Partecipò attivamente alla lotta partigiana sul Monferrato comandando la Settima Divisione; in seguito, grazie alla sua preparazione, predisposizione e studi scolastici, per lungo tempo sarà presente nei consigli di amministrazione di numerose società e infine giungerà a Saint-Vincent dove per alcuni decenni guiderà la Sitav, società che gestirà per circa cinquant’anni la locale Casa da Gioco.
La cappella dedicata a San Rocco
E' molto probabile che il villaggio, che oggi conta 50 residenti, fosse abitato fin da epoche antichissime e tracce del passato si scoprono percorrendo le strette vie dell'agglomerato; sul pavé sono, infatti, visibili i segni lasciati dalle ruote dei carri che vi transitavano.

Tutt'oggi nel piccolo abitato si nota, in particolare, la presenza di una costruzione tardo-gotica. Interessanti appaiono un affresco della Crocifissione, del 1707, e una meridiana con motivi floreali risalente all'anno 1868.

Ricordiamo, poi, la chiesa dedicata a San Rocco, di cui è contitolare San Sebastiano, presso la quale la gente accorreva in caso di epidemie o calamità.
Nel corso dei secoli, pur con evidenti difficoltà, furono sempre garantiti lasciti e legati necessari al mantenimento dell'edificio.
La facciata mostra due affreschi raffiguranti i santi Rocco e Vincenzo, all'interno degni di nota, sono l'altare e la tribunetta che ospita ancora oggi la cantoria in occasione della festa patronale. La cappella, inoltre, era sede di tappa della Processione delle vigne che qui sostava per la celebrazione liturgica.

L'acqua, per le coltivazioni e per il mulino, era fornita dal quattrocentesco Ru d'Arlaz che, pescando direttamente a Brusson giunge anche a Feilley; così come giungeva al villaggio l'elitaria passeggiata che dalle Terme accompagnava gli ospiti attraverso i lussureggianti castagneti della collina.

Anche i giovani hanno ricordi da tramandare.
Le corse fino alla croce della missione di Challiun per poi ridiscendere a gambe levate per entrare puntuali all'inizio delle lezioni alla scuola di Feilley.
E le gare a chi raccoglieva più castagne? Castagne che servivano alle nonne per preparare "lo coeur de pela", una "seuppa" a base di orzo, castagne, fagioli e stinco di maiale cotta nel latte.

Testo a cura di Luigi Capozza e Luca Pensato
Questa foto è tratta dal Calendario 2014 del Comune di Saint-Vincent
Parliamo in questo caso del grande pianoro situato a monte del villaggio di Amay a una quota di circa 1600 m. slm. poco a lato del più noto comprensorio del Colle di Joux.
Il territorio è caratterizzato da ampie praterie totalmente contornate da una maestosa foresta di aghifoglie culminate sulle cime circostanti tutte situate a nord: i Monti Fromy (1859 m.) e Jetire (2146 m.), la Cima Botta (alta 2042 metri, prende il nome dalla forma arrotondata della sua cima), il Picco Bellin (2482 m.) e infine il maestoso Monte Zerbion che dall’alto dei suoi 2722 metri sembra voler dominare e nel contempo proteggere tutto quell’esteso territorio in cui vivono incontrastate alcune tra le più importanti e belle razze di animali tipici delle Alpi e di quel particolare ambiente.
In questo meraviglioso habitat naturale convivono camosci, stambecchi, caprioli, aquile reali, falchi, volpi, cinghiali, e poi ancora galli cedrone, pernici, passeracei di numerose specie, scoiattoli, topolini di campagna e formiche.
Un territorio intatto, un sottobosco molto ricco di frutti e la presenza di acque sorgive (purtroppo molto rare!) permettono a tutti questi animali di vivere e riprodursi.

Il toponimo Fromy ha tratto quasi sicuramente la sua origine dalla presenza in loco di miliardi di formiche e dalle centinaia di tumuli di diversa grandezza (costruiti dalle formiche e disseminati soprattutto nel sottobosco), che nel dialetto locale prendono il nome di Fromié cioè formicai.
Queste costruzioni, costituite da miliardi di aghi di pino ammonticati gli uni sugli altri, sono utilizzate da questi operosi insetti come ricoveri e come magazzini di alimenti; nel loro interno sono conservati i cibi che saranno consumati durante il lungo inverno, sotto la neve. Questi formicai, protetti dalle leggi sull’ambiente e da quelle sul rispetto della natura e, infine, da quelle sul buon senso, sono una splendida miniera di informazioni sull’operosità e capacità di adattamento di questi animali ai climi freddi.

L’uomo, una scoperta recente! arrivò quassù molto tempo dopo e, intravista la possibilità di sfruttamento del territorio, cercò di ambientarsi; in corrispondenza del grande pianoro furono tagliate tutte le piante per fare spazio a superfici da destinare sia alla coltivazione dei cereali sia genericamente al pascolo.
A Fromy, ai nostri giorni, i campi non esistono più; il terreno un tempo destinato ai cereali è stato riconvertito e tutti i prati sono stati destinati allo sfalcio del ricco foraggio che è generalmente raccolto e portato nelle frazioni di Amay o in altre località per essere consumato durante l’inverno.

Non è noto il periodo in cui l’uomo decise di edificare le prime case in quella montana località; verosimilmente le prime costruzioni (fienili e stalle) furono costruite facendo largo uso del legname fornito generosamente dai vicini boschi.
Con l’avvento della cerealicoltura e più in generale di uno sfruttamento più metodico del comprensorio fu necessario costruire case più solide con locali aventi diverse finalità: naturalmente la stalla per il ricovero degli animali ma anche piccole cantine per la conservazione del latte e dei suoi derivati, fienili e forse granai, ma soprattutto un locale polivalente destinato alle persone che lassù vivevano per molti mesi.
La quasi totale assenza di sorgenti d’acqua ha certamente limitato l’insediamento continuativo dell’uomo; non risulta infatti che a Fromy abitasse qualcuno in modo stabile durante la stagione invernale.

Il patrimonio abitativo di Fromy è costituito da alcune baite addossate le une alle altre e da alcune case sparse, nonché da due costruzioni risalenti ai decenni passati. Purtroppo solo due antiche costruzioni sono state recuperate; tutto il resto delle abitazioni è gravemente lesionato o irrimediabilmente perso.
In questo caso non si ritiene di poter definire Fromy propriamente un villaggio ma più semplicemente un insieme di casolari di montagna.

La tranquillità del sito è stata parzialmente compromessa negli ultimi dieci anni quando poco a monte del pianoro è stato edificato un grande complesso residenziale che di fatto ha stravolto un territorio che per secoli aveva saputo mantenere un suo particolare fascino accompagnato da un’incredibile naturale bellezza.

Le poche informazioni storiche concernenti questa località ci raccontano della normale vita quotidiana delle persone che lassù avevano delle proprietà che per varie situazioni erano soggette a compravendita.
Nel corso del 1951 presero avvio i lavori per la costruzione della Cappella dei Partigiani, che come è noto fu voluta dal Comandante Edoardo Page, è situata poco a valle del pianoro di Fromy; la sabbia necessaria al manufatto, che fu ultimato nel 1962, fu scavata e lavata a Fromy poi, con un ingegnoso sistema di canale e con l’ausilio di slitte, tutto il materiale necessario fu reso al cantiere.
Negli anni sessanta quel territorio fu attentamente studiato per verificare se vi era la possibilità di sfruttare a fini commerciali il marmo esistente; furono impiantate tutte le strutture e i lavori presero avvio, ma ben presto ci si rese conto che il marmo, seppure caratterizzato da splendide venature e colori, era di pessima qualità e che comunque la “vena” non avrebbe garantito un reddito adeguato pur con uno sfruttamento intensivo del territorio. L’avventura si concluse di lì a poco e oggi alcune rocce squadrate dall’uomo e resti di blocchi in aperta campagna sono muti testimoni di un’iniziativa che purtroppo non ebbe successo.

Nel centro di questo grande anfiteatro naturale alcuni anni or sono gli Alpini di Saint-Vincent hanno edificato su di una grande roccia affiorante dal terreno, un altare sul quale ogni prima domenica di agosto è celebrata una funzione religiosa che vede sempre una grande partecipazione della popolazione e degli stessi Combattenti che in questo modo rinnovano il ricordo dei Caduti di tutte le guerre mentre il loro cuore ringrazia Dio e la Vergine che li hanno aiutati nei difficili momenti vissuti durante i vari conflitti a cui hanno partecipato.

Fromy è particolarmente affollato da tanti turisti durante la stagione estiva; questi, lasciata la macchina, si inoltrano sulle numerose mulattiere e piste forestali che sembrano perdersi in quei boschi silenziosi e freschi alla ricerca di tranquillità e di forti contatti con la natura; i panorami più belli sono però riservati a pochi utenti e a due stagioni solitamente non affollate da persone: la primavera e l’autunno.
Nel primo caso, ormai sciolte le nevi, si può assistere all’esplosione della natura che qui più che altrove propone scenari spettacolari con fioriture dai mille odori e colori; invece in autunno, quando gli abeti e i larici sono ormai abbigliati con colori tipicamente pre-invernali, si assiste al forte contrasto tra questi e i tramonti celestiali vissuti sotto cieli carichi di intensi emozioni.
Questa foto è tratta dal Calendari 2014 del Comune di Saint-Vincent
L'origine del nome Glereyaz va ricercata nel termine latino Glarea che significa sabbia, terreno alluvionale, ghiaia, arena.
Anche questa frazione, come Tous, si situa all'interno del bacino del lago formatosi dallo sbarramento della Dora in età Pleistocenica.

Il villaggio è stato, nel corso dei secoli, densamente popolato e proprio per questo motivo era dotato di tutti gli edifici necessari alle famiglie residenti: il forno per la panificazione, il lavatoio, l'abbeveratoio, il torchio per le vinacce e, infine, la cappella dedicata a San Clemente.

I primi documenti che ci parlano dell'edificio di culto risalgono al 1627, quando, in un atto testamentario, si parla della donazione di un campo che sarebbe servito all'erezione di una cappella dedicata a Dio, alla Vergine Maria e a San Clemente.
Nel corso dei secoli essa ha subito numerosi interventi e ristrutturazioni e ancor oggi nel mese di maggio la comunità di Glereyaz si riunisce nella cappella per la recita del Santo Rosario.

L'economia della frazione è da sempre legata alla coltivazione della vite; si racconta, infatti, della presenza sul territorio di due torchi utilizzati per la produzione del vino che, a detta di tali testimonianze, sembra fosse prodotto più per un utilizzo personale che non per la vendita.
Le colline circostanti il villaggio sono, infatti, ben esposte al sole, mentre la zona bassa della frazione era destinata alle colture foraggiere e all'allevamento di bestiame.

Oggi i residenti si dedicano prevalentemente al terziario e sono pochi coloro che si dedicano ancora a tempo pieno all'agricoltura.

Il paese conserva nelle sue case alcuni particolari architettonici di notevole interesse ma è soprattutto il sottosuolo, con le sue cantine a riservare le più grandi sorprese, come ad esempio i due "balmet" della frazione, delle famiglie Fosson e Vassoney, sorta di grotte scavate nella ghiaia e utilizzate per ricoverare gli attrezzi e le provviste di cibo. Probabilmente si trattava, in origine, di piccole cave di sabbia estratta per essere utilizzata nell'edilizia e che, una volta scavate, venivano utilizzate per altri scopi.

La tradizione ci tramanda inoltre un fatto interessante, del quale non c'è però riscontro alcuno nella documentazione del tempo, e cioè che la Glereyaz del secolo scorso avesse la sua piccola scuola condotta probabilmente da qualche notabile del paese.

Il villaggio ha dato i natali ad alcuni personaggi che hanno avuto un ruolo rilevante nella vita pubblica di Saint-Vincent, possiamo ricordare il Commendator Daniele Fosson, per anni Sindaco del Comune e Commissario Regionale della casa da gioco e Adolfo Fosson, per decenni apprezzato maestro d'organo della chiesa di Saint-Vincent. Si ricordano inoltre il Canonico di Sant'Orso Roberto Fosson e don Giuseppe Fosson, parroco per 50 anni di Arvier, classe 1903, decano del clero valdostano.
L’ameno villaggio del Gran-Rhun, a circa 1400 metri slm., sembra essere quasi mollemente adagiato su di un grande pianoro posto poco a valle del noto Colle di Joux. Anche da questa frazione, edificata su quella che era anticamente detta La montagne de Saint-Vincent, si aprono ampi orizzonti sull’intera valle centrale percorsa dal fiume Dora e sulle più belle montagne della Valle d’Aosta. Il monte Zerbion con i suoi 2722 metri sembra proteggere dai freddi venti del nord questo ampio comprensorio da cui lo sguardo ammirato si posa sui Monti Lyan e Barbeston, sulla Cima Nera e, proseguendo verso Aosta, si ammira l’imponente piramide del monte Emilius.
Tutt’intorno al villaggio del Grand-Rhun la natura si offre nelle diverse stagioni dando il meglio di sé; dalle spettacolari fioriture primaverili, agli intensi colori dell’estate, ai caldi colori dell’autunno fino al bianco immacolato della neve in inverno questo villaggio dà delle sensazioni difficilmente riscontrabili altrove.
La campagna circostante è caratterizzata da grandi estensioni di terra coltivata a foraggio e sembra quasi essere un tutt’uno con i bellissimi pascoli e boschi circostanti composti soprattutto da maestosi abeti, larici e pini. Qua e là campi di patate si alternano a piccoli ma prodigiosi orti che ci ricordano la secolare battaglia per la sopravvivenza in montagna compiuta dai residenti.
Il sottobosco è di una ricchezza senza uguali: muschi e licheni si alternano a fragoline, mirtilli e lamponi; fiori d’incredibile bellezza si mescolano a felci e ad una varietà di minuscole piante di numerosissime varietà che però nella stagione estiva celano profumatissimi e prelibati funghi porcini.
Gli animali selvatici che abitano qui e che possono essere ammirati sono numerosissimi: volpi, cinghiali, caprioli, scoiattoli, passeracei dalle colorate fogge, rumorosi picchi, topini di campagna e minuscole ma laboriose formiche fanno parte di quell’incredibile fauna che vive in questi boschi.

Il toponimo Grand-Rhun nasconde senza dubbio un’origine germanofona: Rhun significa, infatti, pianoro verde e questo ben si adatta alla località che, pur con leggerissime variazioni, è sempre rimasto pressoché invariato nel corso dei secoli. Sulle antiche carte redatte in lingua latina il toponimo è indicato nel seguente modo: magno Run.
Anche da questo villaggio ci si mobilitò nel 1393 per assicurarsi una parte dell’acqua che sarebbe giunta dal Monte Rosa attraverso il Canale Courtaud o Ru de la montagne de Saint-Vincent: i nominativi di ben sei capifamiglia di Grand-Rhun figurano tra coloro che formarono la primitiva Associazione.
I nomi di questi temerari sono: Pierre de Filiey, Aymonet de Cornaz, Aymonin detto Brun, Aymonin Camosini, Germain de Trèves e infine Aymonin figlio di Jacquemin Grand Martin (quest’ultimo ebbe anche un importante incarico dirigenziale nel cantiere che si andava istituendo). Come gli altri Associati anche questi parteciparono in prima persona alla costruzione della titanica opera e così come per gli altri villaggi anche Grand-Rhun godette i frutti di questo imponente lavoro utilizzando l’acqua che era loro garantita dal Ramo B del Canale nella giornata di giovedì.
Nel 1422, grazie all’amore del loro signore e per la non trascurabile somma di 200 fiorini d’oro, furono concessi in feudo agli abitanti dei villaggi collinari tutti i territori appartenenti al potente signore Francesco di Challant che di lì a poco sarebbe diventato primo conte di quella nobile casata; in cambio tutti i beneficiari si impegnarono a pagare regolarmente i tributi e a rispettare le norme consuetudinarie (in proposito: G. Forte, Frammenti di storia. La reconnaissance del 1502, Aosta, 1993); tra i beneficiati figurano numerosi capifamiglia di Grand-Rhun e questo permette di accertare che il villaggio è sempre stato intensamente abitato.
La concessione in questione ebbe però una breve durata perché nel 1438 Francesco vendette il feudo di Saint-Vincent, unitamente ad altri beni immobiliari, al Duca di Savoia e con il denaro ricavato costituì la dote alle figlie Caterina e Margherita. Nel 1438 il passaggio di proprietà impose una nuova tassazione, che fu rinnovata nel 1440, nel 1455 e nel 1502 creando problemi economici alle famiglie che già non disponevano di grandi risorse finanziarie anche se dai documenti si ricava un'informazione parallela secondo cui la cerealicoltura, molto diffusa su quel territorio, dava alle famiglie dei discreti introiti.
Altre concessioni feudali furono rinnovate successivamente; negli archivi del Comune vi sono alcuni registri all’interno dei quali è detto che anche i capifamiglia di Grand-Rhun dovettero rinnovare nel 1599 (al conte Louis du Solar de Moretta) e nel 1646 e 1655 (al conte Perrone di San Martino) gli atti di riconoscenza circa il possesso di beni. Per chiudere questo argomento molto “spinoso” ricordiamo che nel 1748 ben 225 proprietari-contribuenti, molti dei quali abitanti sulla collina, estingueranno i tributi feudali con Charles-François Perrone, signore di Saint-Vincent e tra loro figurano i nominativi di persone residenti a Grand-Rhun.

Questa lunga “chiacchierata storica” ci introduce in un altro argomento molto importante riguardante l’economia di quel villaggio che, come già accennato, si basava essenzialmente sulla coltura dei cereali anche se altrettanto importanti erano le coltivazioni della canapa e il commercio del legname con il taglio degli alberi per la produzione di carbone o per la vendita.
Naturalmente anche l’allevamento del bestiame con la conseguente fabbricazione di formaggi e latticini aveva un suo punto di forza nell’economia delle famiglie.

Il villaggio oggi si presenta come un grande centro composto di numerosissime abitazioni che hanno la particolarità d’essere tutte addossate le une alle altre per difendersi dal freddo dell’inverno. Spessi muri sono sormontati da tetti con falde molto aggettanti; il sapiente uso del legno nelle costruzioni ci mostra numerosi rascards che nei secoli hanno avuto la funzione di magazzino delle granaglie e che oggi si presentano nella loro originaria bellezza e maestosità pur con il passare degli anni e l’incuria dell’uomo.
Le dimore più antiche in pietra comprendevano naturalmente al piano terreno la stalla e la cantina per la conservazione del latte e dei formaggi; al piano superiore vi erano i locali d’abitazione e nel sottotetto un grande vano permetteva l’immagazzinamento del fieno.
Oggi il villaggio, con ancora pochi interventi di recupero, necessiterebbe veramente di più attenzione da parte dei proprietari per evitare che testimonianze così importanti della cultura contadina vadano perse.

A Grand-Rhun non vi è una cappella così come non è mai segnalata la presenza di una scuola che sappiamo però essere stata presente al Petit-Rhun. Il forno per la panificazione, importante costruzione comunitaria e autentico centro d’aggregazione, versa in gravi condizioni statiche e necessiterebbe di un intervento consolidativo e manutentivo straordinario; alcuni fontanili garantiscono l’approvvigionamento idrico necessario al bestiame e per l’utilizzo dell’acqua negli orti.
Nel frattempo, la situazione acqua potabile destinata alle abitazioni e oggi carente, dovrebbe risolversi prossimamente grazie all’entrata in funzione del nuovo acquedotto collinare fermamente voluto dalla locale Amministrazione Comunale.
Poco a valle della frazione vi sono i ruderi di ciò che rimane di un vecchio stabile di mulino che sappiamo essere appartenuto e gestito per molto tempo dalla famiglia Péaquin.

Sulla facciata di una casa si nota la bellezza di un affresco a “medaglione” con ricca cornice dorata entro cui è dipinta una Madonna con Bambino seduta in mezzo ad un bosco di probabile fattura ottocentesca; su di un’altra casa, e parzialmente riparata sotto un tetto, è presente un'ulteriore testimonianza di fede: si tratta di un grande dipinto su cui troneggia una maestosa Madonna d’Oropa con Bambino risalente ai primi anni del settecento. Ai lati si notano le figure oranti e riverenti di San Vincenzo, San Lorenzo, sant’Anna e Santa Barbara; con dispiacere dobbiamo affermare che se non si interverrà con decisione e in tempi brevi con un restauro si rischia di perdere l’intero ciclo pittorico, ulteriore conferma della devozione degli abitanti del Grand-Rhun.

Crediamo che personaggio di questa frazione sia il notaio Jean-Jacques Trèves; costui risiedeva in questo villaggio e in questa località possedeva casa e beni fondiari. Le carte da lui prodotte sono pochissime e ciò ne fa un personaggio abbastanza sconosciuto; per contro sappiamo che era sposato con tale Marie-Angelique (†1729), che era padre di Jean-André e di altri numerosi figli. Il notaio Trèves muore in Saint-Vincent il 6 ottobre 1712.

Concludo questo scritto ricordando che da questo villaggio si diramano o giungono numerosi sentieri che raggiungono sia il Colle di Joux sia altri centri collinari; l’opportunità di compiere bellissime passeggiate è quindi garantita in una natura che come già detto ha dato qui certamente il meglio di se stessa.

Autunno a Grun - Foto tratta dal Calendario 2014 del Comune di Saint-Vincent
Grande villaggio collinare posto a poco meno di 1000 m slm. in un comprensorio veramente eccezionale anche se non dispone di una particolare panoramicità; le case, molto antiche, risultano addossate le une alle altre e le possenti costruzioni in pietra si mescolano armoniosamente ai bellissimi rascards alcuni già totalmente recuperati con sapienti restauri.
Il toponimo Grun è di origine germanofona; è frequentemente riferito ad una zona boscata di media e alta montagna e spesso indica un rilievo o comunque un comprensorio di fondo vallivo.
Ma se questo ragionamento ci porta a pensare e a ricordare insediamenti Walser o comunque a famiglie di origine e cultura tedesca insediate sul nostro territorio collinare non dobbiamo dimenticare che al limitare della dorsale di Grun, poco distante dal Santuario, si trova un pianoro che i locali indicano con il nome di Lo Tzateler (ovvero Il Castelliere, cioè una struttura di avvistamento e forse anche di difesa, decisamente antica, edificata per difendere il villaggio). La presenza di questa struttura, di cui oggi non rimane nulla e che non sembra ancora essere stata studiata dai ricercatori, confermerebbe che il comprensorio di Grun è stato antropizzato dall’uomo fin dall’antichità.
Il toponimo Grun, che pur con lo scorrere dei secoli mantiene invariata l’attuale grafia, compare comunque fin dalle più antiche carte giunte a noi e concernenti questo paese; l’importanza del sito è sottolineata da numerose attestazioni che ci confermano e ci descrivono una comunità particolarmente laboriosa e attiva. Le più antiche carte concernenti questo, e altri villaggi della nostra collina, risalgono al XIII e XIV secolo e ci informano, seppure con discontinuità, di concessioni feudali, di compravendite, di cessioni e di altre situazioni per nulla dissimili dalla casistica dell’epoca.

Pur con buona disponibilità di acqua per le necessità delle famiglie e degli armenti, anche da questo villaggio ci si mobilitò nel 1393 per sostenere l’iniziativa che mirava alla costruzione del Ru Courtaud (o Ru de la montagne o ancora Ru d’Ayas) i cui lavori, come già ampiamente ricordato durarono circa quarant’anni.
Le famiglie insediate a Grun, o aventi terreni da irrigare in quel comprensorio, godevano dei benefici dell’acqua proveniente dal cosiddetto Ramo A nella giornata di venerdì; il prezioso liquido permise anche a questa comunità di crescere socialmente e di averne dei benefici economici di tutto rispetto. Benefici economici che non passarono inosservati e che furono causa di imposizioni fiscali di notevole peso fin dall’epoca medievale così come attestano alcune Reconnaissances, cioè registri di natura fiscale all’interno dei quali sono elencati nominativi di persone e strutture famigliari e comunitarie soggette a tassazione.

Il villaggio è stato costruito con le abitazioni addossate le une alle altre, su di un declivio della montagna, a valle di una grande sorgente, e al riparo dai venti freddi provenienti dal nord; tutte le costruzioni, alcune delle quali architettonicamente davvero significative, hanno mantenuto con il passare del tempo quella patina di antico, ma nel contempo razionale e ragionato, uso e sfruttamento del territorio. La viabilità interfrazionale è stata sempre garantita da una fitta rete di piccole mulattiere e sentieri mantenuti in buono stato dai residenti con l’onnipresente sistema delle Corvée, cioè con la fattiva collaborazione di tutti e con la prestazione d’opera espressa in modo totalmente gratuito.

Il villaggio si era dotato di tutte le strutture comunitarie necessarie: ben due lavatoi-abbeveratoi, un forno (da poco restaurato per volontà e con il concorso economico della locale Amministrazione Comunale), una cappella da sempre indicata con l’appellativo di Santuario; la presenza di un edificio sacro merita però un piccolo inciso di carattere storico.
Come è noto il Santuario fu edificato nel 1726 ma è impensabile che in precedenza, e in una così grande e affollata comunità, non vi fosse un altro edificio sacro in cui ritrovarsi per pregare; a sostegno di questa tesi ci sorreggono alcune informazioni che farebbero credere che in precedenza esistesse già una cappella (ma forse anche un solo e magari modesto oratorio) posta sotto la venerazione di San Lorenzo, santo che è tutt’oggi considerato dai locali come il primitivo patrono del villaggio.
Il Santuario, posto sotto la venerazione della Vergine Immacolata, fu voluto e concepito da un sacerdote morto in odore di santità: Pierre Bréan. Dagli anni cinquanta sulla facciata del Santuario troneggia un grande affresco che rappresenta il Trionfo di Maria e che fu dipinto dal noto artista locale Italo Mus.
Non distante dal villaggio e prossima ad un corso d’acqua fu funzionante, riteniamo per secoli, un vecchio mulino denominato lo molin de pra; ai nostri giorni di questa importante struttura non resta un solo sasso. Poche anche le informazioni riguardanti la scuola fondata nel villaggio nel corso dell’anno 1812 e rimasta in attività fino al 1940 circa. L’edificio che ospitava i ragazzi era parte di un’abitazione privata all’interno della quale un maestro (solitamente un prete) pagato dalle famiglie del villaggio, dalla locale Chiesa e da donazioni e legati attivati da persone benestanti, insegnava i primi rudimenti della religione, dell’ABC e della matematica per un periodo di circa tre mesi; l’insegnamento era effettuato solo nella stagione invernale quando cioè il lavoro dei campi non assorbiva il tempo dei bambini.
Oggi, per quanto sembri incredibile, è estremamente difficoltoso individuare questo edificio all’interno del quale intere generazioni hanno imparato a scrivere riscaldati da un camino, da una povera stufa o direttamente all’interno di una ben più calda stalla. Anche nel caso di Grun è presumibile che il combustibile per camino e stufa fosse garantito dagli stessi ragazzi che recandosi a scuola portavano la legna necessaria.

Personaggio di rilievo della frazione è senza dubbio l’Abbé Pierre Bréan, fondatore del Santuario; questo ecclesiastico, nato nel vicino comune di Brusson nel 1672, fu ordinato sacerdote nel 1703 dopo anni di studi intensi compiuti presso la Scuola Francescana di Lione (Francia). Viceparroco in diverse parrocchie della nostra regione, tra cui anche Saint-Vincent, fu nominato parroco di Chambave dal 1720 al 1722 e in seguito, con uguali funzioni, a Pontey. L’Abbé Pierre Bréan era persona di grandissima cultura (aveva a Grun una biblioteca composta da oltre 150 volumi) e di altrettanto grande fede. Autentico e sincero innamorato della Madonna lasciò numerosi scritti concernenti le meditazioni di tutti i giorni, sermoni, trattati di teologia e raccolte di preghiere. Questo interessante materiale è oggi conservato presso la Biblioteca del Seminario Maggiore di Aosta.

Ai nostri giorni il villaggio di Grun si presenta come uno dei più popolosi dell’intera collina grazie anche alla ferma e determinata volontà dei residenti di non allontanarsi da questo bellissimo centro di montagna che ha saputo, in particolare nel restauro e nel recupero dei suoi volumi abitativi, conservare quella freschezza del semplice e nel contempo quella dinamicità propria dei piccoli centri, desiderosi però di mantenere una loro identità.
Si consideri che quando circa cinquant’anni fa, epoca in cui la locale Amministrazione Comunale faceva costruire la strada collinare, si ebbero da Grun numerose contrarietà al progetto che sarebbe dovuto penetrare nell’antico nucleo delle abitazioni, stravolgendolo.
I residenti, pur riconoscendo l’importanza della strada, domandarono un percorso alternativo e senz’altro meno violento nei confronti di un territorio e di una frazione che, ben prima di tanti altri, aveva giocato il suo futuro sul rispetto dell’ambiente.
Nel tempo le necessarie rettifiche e ampliamenti dell’importante strada regionale che passando per il Colle di Joux prosegue verso Brusson hanno rispettato quelle indicazioni e quelle volontà, peraltro fermamente recepite da tutti i residenti.
Oggi, raro se non unico caso di tutta la collina di Saint-Vincent, quasi tutte le abitazioni della frazione sono state recuperate con abile e sapiente restauro e intelligente rispetto dell’esistente e con esso della storia che, meno silenziosa di quanto sembri, si mostra al visitatore nelle architetture ricercate dei secolari rascards o nelle più borghigiane abitazioni in pietra inserite in un territorio montano decisamente aspro ma nel contempo latore di fresche essenze derivate dai boschi di castagno e larice o dai fioriti pascoli, un tempo campi di pregiati cereali...
Parliamo in questo caso di un villaggio d’alta montagna di discrete dimensioni: Joux, 1600 m. circa slm. Siamo poco a valle del celebrato e noto Col de Joux su di un grande pianoro interamente occupato nei secoli scorsi da campi di cereali.

Si ritiene di dover subito fare una precisazione circa il toponimo Joux che molti ritengono sia relativo alla divinità romana Giove e che invece, come spiega il Prof. R. Berton nel suo studio Toponimie de la Vallée d’Aoste, è di origine celtica e designa una fitta foresta. Certamente con il passare dei secoli e con una sempre più massiccia presenza dell’uomo la fitta foresta si è andata piano piano sfoltendo.
Interessante a questo proposito è il contenuto di un documento conservato da privati che ci informa su un fatto accaduto nel corso del 1835 e che ha visto coinvolti alcuni nostri compaesani.
Nella primavera di quell’anno Jean-Bernard Vout, Michel-Joseph Cornaz, Jean-Louis Damay, Jean-Mathieu Obert, Jean-Louis Mellé e infine Jean-Antoine e Pierre-Antoine Séris avevano sottoscritto un contratto per la fornitura di carbone a tale Pasquale Milesi.
La fabbricazione del carbone avveniva nella foresta di Joux e la consegna doveva essere effettuata in località Vagnod di Saint-Vincent; a settembre però il Milesi fece citare presso l’Aula di Giudizio di Châtillon i nostri sette carbonai per non avere rispettato il contratto nella sua interezza. Purtroppo la carta non ha un seguito per cui non sappiamo come evolse e come si concluse la storia ma curiosa è invece l’informazione relativa alla fabbricazione del carbone nei pressi di quella località.
Peraltro, secondo una pratica abbastanza diffusa nella nostra regione, anche in quella foresta, con opportune autorizzazioni, si estraeva dalle piante la pece nera.

Parlando ora della posizione del villaggio possiamo affermare che questo è stato senz’altro costruito in uno dei siti più panoramici dell’intero comprensorio del nostro Comune. Da Joux lo sguardo si perde ammirato sull’intera valle; dal sinuoso corso della Dora alle cime eternamente innevate, ai tanti piccoli paesi di fondovalle o di alta montagna, quasi casette di un presepio; boschi dai colori accesi e pascoli che nelle diverse stagioni dell’anno diventano gemme di fiori e di colori. Ecco! Tutto questo è quanto si può godere da quella bellissima località denominata fin da antica data Joux.


Anticamente il villaggio sembra essere stato sempre abitato, anche durante la stagione invernale con tutte le difficoltà del caso! Da quelle parti alcuni momenti di tensione furono vissuti sia dai residenti che dagli Amministratori comunali nel corso del secolo XVIII quando forti attriti furono creati a seguito della necessità di definire correttamente i confini tra le comunità di Brusson, Emarèse e Saint-Vincent.
Il problema era di non poco conto se consideriamo che tutto confluiva nelle questioni fiscali delle comunità e quindi dei diretti interessati: i proprietari di terreni situati in quel comprensorio (che peraltro sembra di capire parteciparono alle varie fasi con notevole entusiasmo e in modo non sempre corretto se consideriamo l’accusa rivolta dalla municipalità di Emarèse ai Sabins secondo cui i “nostri” nottetempo sarebbero addirittura arrivati al punto di rimuovere e spostare le pietre di confine, s’intende per posizionarle a proprio favore!).
La situazione con il comune di Emarèse, ben lungi dall’essere definita, si ripresenterà ancora nell’Ottocento e non mancheranno altri colpi di scena.

Come già detto il villaggio è posto alla sommità della collina di Saint-Vincent e per la sua posizione ha sempre avuto nel corso dei secoli un ruolo primario nella “viabilità” intervalliva; dal Colle omonimo infatti si transitava per raggiungere la valle d’Ayas e poi, attraverso il passo del Teodulo, la vicina Svizzera. Il transito avveniva naturalmente in entrambi i sensi e gli utenti erano commercianti e trasportatori (in particolare di vino e sale), ma la stessa strada era utilizzata da allevatori con mandrie appresso, da funzionari, da ecclesiastici e da tutte quelle persone che in un modo o nell’altro dovevano compiere viaggi.
Non è da escludere che anticamente a Joux vi fosse una stazione di posta o comunque un edificio entro cui si praticava l’accoglienza e il ristoro.

La frazione presenta abitazioni molto compatte, muri spessi e tetti abbastanza aggettanti; queste soluzioni costruttive servivano per difendersi dal freddo, dalle abbondanti nevicate che si registravano un tempo a quelle quote e per permettere l’essiccazione di fieno.

A proposito di precipitazioni nevose si riporta parte di una memoria redatta quasi certamente da Charles Bich, all’epoca parroco di Saint-Vincent: 4 mars 1888. Dans plusieurs villages de la colline, la neige a formé une couche de met. 1.80 d’épaisseur. Au hameau supérieur elle s’est élevée à la hauteur incroyable de 4 mètres, à la lettre. Ces petites maisons étaient littéralement ensevelies sous la neige. Il ne s’y trouvait que deux hommes, qui eurent naturellement une frayeur panique. Ils en furent quittes pour la peur. Malgré cette énorme quantité de neige, nous n’avons à déplorer que l’effondrement de deux toit de maison (…) e, il parroco aggiunge nel suo scritto, …je vous assure que dans tout le village on a eu recours à la prière: Dieu nous a exaucés… (approfondimenti in Atlante climatico della Valle d’Aosta, a cura della Società Meteorologica Subalpina e Regione Autonoma Valle d’Aosta, Ao., 2003).
Purtroppo ai nostri giorni le nevicate non sono così abbondanti e nel frattempo, e purtroppo, il villaggio è stato quasi completamente abbandonato a sé stesso.
Solo recentemente alcuni ruderi sono stati nuovamente ristrutturati cosicché si assiste ad una nuova rinascita di Joux; l’architettura della frazione presenta immobili carichi di storia costruiti con grande impegno di pietra e legno e con muri dalle dimensioni notevoli per sostenere il peso della neve.
Un solo granaio totalmente in legno è rimasto testimone di quell’intenso e operoso passato e di quella campagna intensamente coltivata a cereali; non vi sono edifici comunitari quali ad esempio il forno, il mulino e la scuola ed è quindi normale immaginare che per la macinatura delle granaglie ci si recasse ai villaggi di Amay o Grand-Rhun.

E’ naturalmente ovvio che l’economia delle famiglie di Joux era poi sostenuta anche dall’allevamento e da altre attività quali ad esempio la fabbricazione del carbone o la vendita di legname, sia esso per il riscaldamento domestico sia trasformato per lavorazioni: travi, tavole o altro. Un tempo vi erano famiglie che abitavano stabilmente tutto l’anno in quella frazione e riteniamo che le difficoltà maggiori le avessero in inverno gli scolari costretti a scendere fino alla scuola di Amay per seguire le lezioni, per non dimenticare poi che la popolazione doveva comunque partecipare alla messa domenicale e per questa ragione o si scendeva fino alla chiesa di Moron o in alternativa, per ottemperare il precetto festivo, vi erano solamente la chiesa del borgo o quella altrettanto distante di Brusson.
Possiamo immaginare che in entrambi i casi, durante l’inverno, la camminata fosse davvero irta di difficoltà ed estremamente impegnativa e a tratti anche pericolosa.

Personaggio importante della frazione Joux è senza dubbio il compianto maestro e poeta patoisant Antoine-Jacques De Petro (*1880-†1958). Da famiglia originaria del canavese trasferitasi in Valle d’Aosta si dedicò, durante tutta la sua vita, all’insegnamento scolastico dei ragazzi delle scuole situate nei villaggi e nel borgo. Raggiunta l’età pensionabile, e con nel cuore una grande passione per la montagna, per i suoi panorami e colori, per i suoi silenzi, lasciò il borgo e si trasferì ad abitare stabilmente poco a monte del villaggio di Joux dove aveva nel frattempo edificato una grande casa; per questa scelta il Maestro De Petro venne denominato Le patriarche du Col.
Grande passione coltivata da questo personaggio fu lo scrivere versi in dialetto; la sua produzione è però assai limitata anche se di grande valore e con punte ironiche quale ad esempio la prosa No sein de Sein Vinsein. La nostra municipalità in segno di riconoscenza ha definito Antoine-Jacques De Petro e gli altri due amanti del dialetto locale, André Ferré e Vincent Gorris, Les Trois Mousquetaires du Patois e tutti sono ricordati nella titolazione di una strada e in una lapide in marmo posta all’ingresso del Municipio il 29 maggio 1868.

Questo minuscolo villaggio si trova posizionato a circa 600 metri slm. a monte del centro cittadino, in posizione decisamente panoramica, compreso tra gli abitati di Crotache e di Ecrivin. Anche in questo caso sembra eccessivo parlare di villaggio, intendendo in questo modo un grande centro rurale; l’agglomerato si compone infatti di pochissime unità abitative molto compresse tra loro quasi a formare una sola abitazione con numerosi vani, eppure … La Fet esiste come frazione di Saint-Vincent e sulle carte se ne ha menzione secolare.

Non si hanno al momento indicazioni circa il toponimo che ormai da tempo immemorabile è sempre indicato nello stesso modo così come nella memoria degli anziani questo villaggio evoca un vino di grande qualità prodotto in un grandissimo territorio coperto da estesi e rigogliosi vigneti cullati dal sole.

Questo villaggio è stato edificato su un promontorio, memoria antica del modellamento del territorio, voluto lassù dall’uomo che aveva capito e concepito l’antropizzazione di quel comprensorio pedemontano.
La vite, il suo impianto, la sua coltivazione sono certamente state le motivazioni che hanno spinto le genti ad insediarsi in quella zona così vicina al borgo ma certamente non facile alle coltivazioni.
La tradizionale forza e determinazione della vite che cresce anche nelle zone più accidentate del territorio ha certamente fatto capire all’uomo che le difficoltà non sarebbero mancate, ma che tali difficoltà sarebbero però state compensate da un prodotto decisamente superiore e di grande qualità.
Per raggiungere risultati apprezzabili intere generazioni di residenti si sono letteralmente spaccate la schiena per costruire terrazzamenti in quegli anfiteatri naturali, molto soleggiati e protetti dai venti, che dall’odierna strada Regionale per il Colle di Joux raggiungono a monte i maestosi boschi. L’arditezza dei muri e la difficoltà incontrata nel corso dei secoli per mantenere intatti i chilometrici manufatti ha permesso l’impianto di migliaia di piante di vite distribuite su minuscole superfici di terra che le memorie storiche degli anziani raccolte oralmente, ricordano essere state annualmente arricchite di nuova terra raccolta in basso e trasportata a spalle.
Oggi, purtroppo, tante superfici sono state abbandonate dall’uomo anche se sporadiche piante dell’albero tanto caro al vecchio Patriarca Noè fanno ancora capolino con determinazione dai grandi arbusti selvatici che si sono ormai impadroniti del comprensorio; gli stessi muri stanno cedendo poco alla volta e l’intero comprensorio pare ormai votato definitivamente all’abbandono, considerato che di anno in anno i vigneti ancora coltivati sono sempre di meno.

Eppure, come si è già detto, per secoli, forse millenni, i Sabins (cioè gli abitanti di Saint-Vincent), hanno dedicato immani sforzi alla viticoltura e naturalmente le famiglie residenti nel villaggio di La Fet non sono rimasti con le mani in mano. Lo provano alcune cantine della frazione che furono edificate per conservare il prezioso nettare e, appunto, tutte quelle opere murarie che contornano l’abitato.
Come già detto questo minuscolo centro ospitava pochissime famiglie, alcune delle quali l’abitavano solo durante i periodi in cui si dovevano compiere i tradizionali lavori (zappatura, rifacimento di muri crollati, potatura, profilassi e cura delle viti) concentrati in particolare in inverno e primavera; alcune famiglie qui residenti salivano durante l’estate alle frazioni collinari per coltivare i cereali e per l’allevamento del bestiame. Tutti comunque erano presenti in autunno per la raccolta dell’uva, per l’immagazzinamento di questa, per la torchiatura delle uve, per i travasi e, infine, per la distillatura delle vinacce. Quando l’anno solare volgeva al termine si era già dato inizio ad un nuovo ciclo produttivo e questo cadenzato ma continuo e secolare ripetersi di momenti, lavori e attività aveva affinato un sistema di lavoro - un’arte - che per generazioni aveva permesso alle famiglie di sopravvivere e di guadagnare qualche moneta tanto necessaria alla sua sopravvivenza.

E questo è l’aspetto primario su cui nel tempo si è concretizzata l’economia delle famiglie di La Fet. Tra queste poche case, collegate però alla rete viaria del comune, non si annoverano edifici di interesse comunitario quali mulini, torchi e forni per la panificazione; assente un locale da destinare all’istruzione dei ragazzi che scendevano invece quotidianamente al borgo per le lezioni.

Ai nostri giorni in questa frazione sono stati recuperati alcuni volumi abitativi e la locale Amministrazione ha provveduto al miglioramento del piano della strada pedonale che sale da Ecrivin (che è stata dotata di un buon impianto illuminante) e all’allaccio alla rete fognaria del paese.
Le persone che lassù hanno deciso di fissare la propria residenza l’hanno fatto coscienti delle difficoltà oggettive ma anche della panoramicità del luogo e della tranquillità che ormai sembra essere perduta nel fondovalle ma che resiste in quei centri come quello di cui si sta parlando ora. Nei decenni passati nel comprensorio (e in particolare a sud dell’antico agglomerato) sono state edificate numerose costruzioni destinate all’edilizia residenziale che di fatto hanno aggredito, in modo anche selvaggio, quella bellissima collina un tempo interamente coperta di rigogliosissimi vigneti.

In questo esatto modo sulle carte del seicento e del secolo successivo viene identificato il piccolo agglomerato di case posto sulla collina, o montagne di Saint-Vincent, a circa 735 m slm. Anche questo villaggio, edificato su terreno in leggera pendenza poco a lato della strada Regionale del Colle di Joux, è in posizione dominante ed estremamente panoramica; inutile aggiungere che da quassù si domina con lo sguardo tutta la valle centrale e il maestoso anfiteatro delle montagne circostanti.
Circa l’origine del toponimo non si hanno indicazioni o riferimenti precisi anche se come è già stato anticipato, per almeno due secoli il nome di questo villaggio è esattamente indicato nel seguente modo: La Tour des Rosset.
La prima parte del toponimo, La Tour, sarebbe quindi ricollegabile ad un immobile tutt’oggi presente in loco e avente forma di torre; per la verità ai nostri giorni di questa costruzione resta visibile solo un piccolo manufatto di un paio di metri d’altezza avente forma circolare. Su chi avesse fatto edificare tale costruzione, in che epoca e a che scopo, nulla è dato sapere.
Potremmo ipotizzare che il cognome Rosset, che appunto compone la seconda parte del toponimo e che ne indica la proprietà, sarebbe da attribuire ai costruttori o comunque ai proprietari della torre. Non vi è però nessun genere di informazione su chi fossero però i Rosset in questione; per ciò che concerne l’edificio in se stesso, che ripetiamo ha una base molto piccola (e questo farebbe supporre un’altezza senz’altro modesta), potremmo ipotizzare che, così come ne esistono in altri comuni della valle, anche in questo caso si sarebbe trattato di una torre di avvistamento e di segnalazione, forse di epoca medievale.
Le poche case situate a pochissima distanza dai citati ruderi non sembrano essere particolarmente antiche così come sulle carte non sembrerebbero esistere attestazioni di questo villaggio in epoca anteriore al XVI e XVII secolo; lecito quindi immaginare che in origine esistesse solo il corpo della torre senza edifici vicini idonei ad accogliere famiglie e armenti.
All’interno di alcuni atti di compravendita stilati nei citati secoli si menziona La Tour des Rosset come limitrofa alle proprietà oggetto dell’atto, ma nulla più.

L’architettura del villaggio si presenta con poche abitazioni, quasi tutte molto addossate tra loro, con il solito gusto e sapiente capacità nell’uso della pietra e degli inserti in legno.
Le famiglie che abitavano questo piccolo agglomerato di case, prettamente rurali, basavano la loro economia sulla coltura della vite, sull’allevamento e sulla pastorizia e naturalmente il foraggio; utile integrazione erano senza dubbio la castagna, le noci e le colture orticole.
Oggi nel villaggio abita stabilmente una sola famiglia e una sola abitazione è stata ristrutturata mentre il restante patrimonio abitativo attende tempi migliori.

Per la sua ridotta superficie nel villaggio non vi era un edificio scolastico (i ragazzi, in particolare nel secolo scorso, per assistere alle lezioni salivano fino a Moron con tutte le solite difficoltà del caso: neve, pioggia, …); totalmente assenti sono poi tutti gli altri edifici comunitari solitamente presenti nelle frazioni: il forno per la panificazione e, considerata la zona, un torchio per la pressatura delle vinacce.
Vi sono testimonianze orali che informano che per queste necessità ci si rivolgeva nelle strutture presenti nei villaggi vicini: Moron e Clapéaz in particolare.
A La Tour des Rosset per le già citate motivazioni, non è presente un luogo di culto anche se nelle carte conservate negli Archivi Parrocchiali vi è menzione di un piccolo oratorio esistente già nel XIX secolo; questa piccola edicola sarebbe stata fatta edificare dalla famiglia Bressan, un tempo residente nel villaggio, come testimonianza di fede. Il parroco Charles Bich (a Saint-Vincent dal 1878 al 1898) ci informa in un suo scritto che tale costruzione …est d’ancienne date e che la stessa nel corso del 1896 fu oggetto di importanti lavori di manutenzione e consolidamento. Nella seconda metà del novecento la sacra edicola fu abbattuta per fare posto alla costruenda strada della collina e in sua sostituzione, poco a monte del villaggio, fu posizionata una piccola ed inelegante costruzione in cemento armato che fu ripetutamente devastata dai vandali che ne asportarono anche i pochi arredi e la statua della Vergine, peraltro di nessun valore artistico.

Personaggio della frazione è senza dubbio il notaio Jean Ravet; costui, notaire royal, è figlio di Jean-Martin (casa in frazione Ecrivin e già sindaco di Saint-Vincent nel 1715) e di tale Anne (Damay?). La sua famiglia sembrerebbe provenire da Emarèse (paese in cui si trova un villaggio avente lo stesso nome) anche se la presenza dei Ravet è attestata a Saint-Vincent da molti secoli; non è nota la data di nascita del notaio Jean Ravet così come poche sono le informazioni concernenti la sua famiglia. Risulta che era sposato con honnorable Marie-Anne figlia di Pierre Du Page, sicuramente aveva due fratelli di nome Jean-Laurent e Vincent, una sorella di nome Claude (costei il 22 novembre 1728, con atto notaio noble Jean-Antoine Quey, stipula il Contract de mariage con Jean-Martin, figlio di Jean-François Mellé). Il notaio Ravet redige le sue tantissime carte nella casa di famiglia in frazione La Tour des Rosset e queste coprono il periodo 1728-1751. Quasi certamente apprende il suo lavoro dal notaio Baptiste Perret, presso cui è probabilmente scrivano e apprendista (quest’ultimo era padre del più noto abate Jean-Baptiste Perret, scopritore nel 1770 delle virtù salutari della sorgente minerale poi diventata famosa con il nome di Fons Salutis); molte carte redatte dal notaio Perret contengono la dicitura che sono state scritte da Jean Ravet. Nell’anno 1715 troviamo Jean Ravet nelle funzioni di …moderne sindic de la montagne de Saint-Vincent e con quell’incarico lo ritroveremo negli anni 1736 e 1737. Il notaio Ravet detta le sue volontà testamentarie il 10 dicembre 1751 al notaio Jean-Antoine Quey e decede in Saint-Vincent l’11 marzo 1752. Tra i sindaci di questo paese espressi dalla famiglia Ravet, ritroveremo Jean-Antoine nel 1790 e nel 1982 Eligio.
Campi d'oro a Tous - foto tratta da un calendario del Comune di Saint-Vincent
Situata a 433 metri s.l.m., a poche decine di metri dall'alveo della Dora Baltea, Tous è la frazione di Saint-Vincent situata geograficamente più a sud.
Il villaggio nasce nel grandissimo pianoro formatosi dopo il ritiro del lago che, nell'era Pleistocenica, ricopriva la zona tra la gola di Montjovet e la periferia di Aosta.

Nulla è dato sapere dell'origine del nome di questo villaggio i cui abitanti si dedicavano prevalentemente all'allevamento di bestiame e alla produzione di foraggio. La tradizione vitivinicola non risulta avere una particolare rilevanza, benché, in tempi passati, di fronte all'oratorio posto nella piazzetta del paese sostasse la "processione delle vigne". Degno di nota è proprio il piccolo oratorio dedicato al culto mariano. Esso fu costruito nel 1923 a seguito di un voto formulato da una mamma preoccupata per le sorti del figlio, Camillo Vallomy, partito per la grande guerra mondiale del 1915-18. Mamma Virginia si era riproposta di far erigere l'oratorio nel caso in cui Camillo fosse tornato incolume dalla guerra e che la sua famiglia avesse attraversato indenne questo momento terribile. Così fu, e l'oratorio è ancora lì, a testimoniare della fede di questa famiglia.

Il piccolo nucleo abitativo, costruito in epoche diverse, sembra essere addossato ad una vecchia grangia risalente, in alcune sue parti, alla fine del XVII° secolo. Alcuni particolari architettonici sono degni di nota e confermano che in questo grande e polivalente manufatto rurale hanno abitato per secolo intere famiglie di coltivatori.
Certo è che, nei nostri giorni, i prati e i pascoli di Tous hanno pesantemente sopportato l'intervento della mano dell'uomo. Nel giro di pochi anni, infatti, sul territorio della piccola frazione sono transitati l'oleodotto, il metanodotto, alcune linee elettriche di notevole portata, fognature e per finire l'autostrada che, di fatto, ha quasi ricoperto come un tetto questo minuscolo centro abitato.
La campagna è quindi soggetta a numerosi vincoli e vietatissime sono le nuove costruzioni civili mentre difficilmente edificabili sono le aziende agricole. Tutto questo pensando che un secolo fa la ferrovia aveva, di fatto, già isolato il villaggio dal resto delle frazioni e dallo stesso antico borgo.
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Questo piccolo villaggio è posto a circa 1000 m slm, sulla dorsale che da Moron si dirige verso il monte Zerbion; la sua localizzazione è quanto mai spettacolare. Ampi panorami si aprono su tutta la vallata centrale della nostra Regione; il monte Zerbion (2722 m slm), pare proteggere questo ampio territorio, costellato da numerosi villaggi, dai venti freddi del nord.
L’etimologia del nome Lerinon è tutt’oggi sconosciuta mentre è invece nota da secoli la bontà della sua terra un tempo coltivata intensamente a cereali; si potrebbe aggiungere che questa frazione è stata idealmente posta al centro di quel vastissimo granaio che era, nei secoli passati, la collina di Saint-Vincent. Per secoli l’economia di questo piccolo centro abitato durante tutto l’anno si è basata sulla coltivazione dei cereali e sull’allevamento dei bovini nonché naturalmente su prodotti orticoli e sulla fabbricazione di formaggi.

Lerinon si trova nel crocevia di due importantissime direttrici viarie: la prima è quella che dipartitasi da Moron, e dopo aver oltrepassato Valmignana, giunge fino in località Pradiran (e successivamente prosegue verso Amay e il Colle di Joux); la seconda importante strada si snoda dall’abitato di Dizeille, supera Perrière, incontra Lerinon, Pianè per proseguire infine come la precedente verso Pradiran.


Il villaggio di Lerinon si compone di tre rascards - uno dei quali recentemente ristrutturato con un abile e sapiente lavoro di restauro - di alcune abitazioni minori, rigorosamente in pietra e di una grande costruzione di probabile fattura seicentesca.
Malgrado il ridotto numero di abitazioni, questa frazione ha degli aspetti storici di notevole importanza, che dimostrano come i nostri progenitori conoscessero bene il territorio che è stato antropizzato ormai da secoli, forse da millenni, come raccontano chilometrici muri di sostegno presenti un po’ dappertutto sul territorio o gli altrettanto chilometrici ruscelli per l’irrigazione.
Una menzione meritano anche i numerosi mucchi di pietra che altro non sono che il risultato di intensi lavori di spietramento delle campagne per un più razionale utilizzo della terra a scopo seminativo. Negli ultimi cinquant’anni tutti i campi di cereali sono stati riconvertiti a foraggio e oggi di quell’immensa coperta d’oro non rimane nulla, se non il triste e malinconico ricordo degli anziani un tempo attori e protagonisti di quella grande coltura che tanto sudore e fatica procurava agli addetti. Da circa vent’anni l’acqua è garantita alle campagne da un moderno impianto di irrigazione “a pioggia” gestito dal locale Consorzio di Miglioramento Fondiario Ru Courtaud.
Un tempo purtroppo non era così e l’acqua era decisamente poca a fronte di un numero altissimo di utenti. Il 19 agosto 1897 tutti i capifamiglia di Lerinon - tredici persone in tutto tra cui si notano ben otto Camos, un Ravet, un Rieux, un Dagnés, un Séris e un Dujany - consci della poca acqua disponibile dalle sorgenti e dal canale della montagna (ru Courtaud) sottoscrivono un documento per ottimizzare i consumi dell’acqua della vasca sovrastante il villaggio e per evitare continui probabili contrasti tra le famiglie.
Lo scopo è quello di avere sufficiente acqua per i campi, le campagne, gli orti, le mucche; nel Regolamento si stabilisce, infatti, una rotazione che avrà la durata di quindici giorni e che si baserà sulla superficie di terra da irrigare e in possesso ad ogni utente. Le ore d’acqua (ma nella carta si parla anche di mezz’ore, quarti d’ora e minuti), spettanti ad ogni agricoltore varieranno da un massimo di 53 (Camos Jean-Célestin) ad un minimo di 4 (Camos Brigide et sœur). Il ritrovamento di questo importante contratto dimostra l’alto grado di civiltà un tempo presente nelle nostre campagne e la ferma volontà di stabilire dei regolamenti per l’uso dell’acqua onde evitare inutili discussioni.

Il forno frazionale è ubicato nel centro del villaggio, nei pressi dell’abbeveratoio-lavatoio, e fin dalla sua costruzione ha mantenuto inalterate tutte le funzioni per il quale è stato voluto. La struttura è estremamente semplice e lineare ma è proprio da queste linee che si ha modo di certificare la bontà del manufatto; tutt’oggi per un paio di mesi circa - tra dicembre e gennaio - il villaggio si rianima per la cottura del pane di segale. Una persona residente nella frazione concede l’uso di un locale per la preparazione dei pani e per la lievitatura dopodiché in numero di circa cento per volta sono inseriti nel forno per la cottura. I gesti degli addetti sono rimasti invariati cos’ì come invariata è la gioia di chi partecipa a questo momento di grande impegno ma di altrettanto grande socializzazione.

In un qualche modo la grande Storia è entrata in contatto con la microstoria e con Lerinon. Infatti di notevole interesse storico è il momento vissuto nel corso del 1800 dall’allora parroco Jean-Baptiste Freppaz (parroco di Saint-Vincent dal 1793 al 1844). Questo personaggio dotato di grande preparazione, cultura e carisma dovette certamente non apprezzare molto Napoleone e le sue truppe; le sue riflessioni sul Console e sui soldati francesi gli causarono una precipitosa fuga da questo paese.
La sera del 6 settembre 1800 il parroco Freppaz lasciò di gran corsa il paese per nascondersi sulle montagne; dopo aver salito la nostra collina e superato il Colle di Joux, discese su Brusson e proseguì verso la Valle di Gressoney per giungere infine sulle montagne nei pressi del Santuario Mariano di Oropa nel Biellese. Di questo suo peregrinare ci lasciò delle note dalle quali siamo informati che verso la fine di settembre, informato dai suoi concittadini che il pericolo era ormai passato rientrò a Saint-Vincent facendo la stessa strada e, fermatosi nel villaggio di Lerinon …j’ai profité des politesses de Vincent Camos, et je me suis un peu consolé avec lui et son père Michel, j’ai pris une lanterne, un habit bourgeois à Perrière et à dix heures du soir je suis arrivé à ma cure…

Pur nel ristretto spazio di un piccolo villaggio di media montagna, Lerinon ha dato i natali ad uno dei figli più noti di Saint-Vincent e dell’intera Regione: l’Abbé Daniel Camos. Quartogenito di sei figli, Aimé Joseph-Daniel Camos, nasce in frazione Lerinon il 30 settembre 1872 da Jean-Célestin (sindaco di questo paese nel periodo 1881-1884) e da Marie-Cécile Perron; a detta della sage-femme che assiste al parto, il neonato, a causa della corporatura fragile, avrà sempre notevoli problemi di salute. Fortunatamente l’ostetrica si sbagliò e il bimbo crebbe sano. Ultimate le scuole elementari fu avviato, grazie anche alla profonda fede che albergava in quella famiglia, agli studi ecclesiastici da compiersi ad Aosta presso il Piccolo Seminario.
Daniel Camos diventa sacerdote il 30 maggio 1896 e le cronache dell’epoca ci informano che per tutta la notte successiva all’ordinazione sulle alture della nostra collina furono accesi dei fuochi in segno di gioia. Fu in seguito inviato nella parrocchia di Ayas e successivamente per ben sei anni è insegnante nelle scuole di Saint-Vincent; in seguito è inviato in altre parrocchie fino all’anno 1909 quando diventa Rettore dell’Ospizio del Piccolo San Bernardo succedendo al vecchio Abbé Chanoux noto come il Patriarca del colle.
Dopo dieci anni riprende il suo peregrinare apostolico e diventa parroco di Arvier, piccola parrocchia nell’alta Valle d’Aosta. Cinque anni dopo eccolo nuovamente Rettore al secolare Ospizio di proprietà dell’Ordine Mauriziano. In questa sede il nostro illustre concittadino si occupa essenzialmente di assistenza ai viaggiatori che per diversi motivi transitano su quella montagna: viaggiatori e turisti, ecclesiastici, scienziati, ricercatori, botanici, ecc. A tutti Daniel Camos con cordialità e grande senso dell’accoglienza offrirà assistenza, vitto e alloggio; nel poco tempo libero curerà con grande capacità il giardino botanico voluto fortemente dal suo predecessore Chanoux. Nel 1944 un pesantissimo bombardamento distrugge il vecchio stabile dell’Ospizio perché al suo interno si erano attestati militari tedeschi e truppe della Repubblica di Salò.
Ormai settantaduenne lascerà il vecchio Ospizio per ritirarsi presso la sua famiglia a Saint-Vincent dove renderà la sua bella anima a Dio il 28 aprile 1951. Alle sue esequie saranno presenti altissime autorità religiose e civili della nostra Regione e, in particolare, tutto un paese, il nostro, si stringerà attorno a quella salma che in vita aveva dato tanto lustro a Saint-Vincent. Prima di concludere si ricorderà che nel 1926 era stato insignito Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, era Cavaliere-Ufficiale della Corona d’Italia ed inoltre era Membro dell’Accademia di Sant’Anselmo e Canonico Onorario della Cattedrale di Aosta.
Parlando di questo uomo di fede e uomo di Dio non bisogna dimenticare di menzionare un piccolo Oratorio che era posto all’ingresso sud del villaggio e che fu demolito per far posto alla strada carrozzabile che, di fatto, concluderà il secolare isolamento delle frazioni poste a nord di Lerinon.

La cappella, che aveva come titolare la Madonna e che è già menzionata in una carta del 1783, supplisce alla mancanza di una cappella dove la comunità di quel villaggio avrebbe potuto riunirsi per pregare. Le spese per sostenere i necessari lavori del piccolo Oratorio erano a carico di tutte le famiglie; la cosa certamente straordinaria è la statua della Madonna della Redenzione che era un tempo presente all’interno del piccolo manufatto. Si tratta di una statua lignea di grandissima bellezza e di pregevole fattura databile al secolo XVII, in parte dipinta che si trova oggi ospitata e protetta nel Museo d’Arte Sacra all’interno della chiesa del borgo.
Parliamo in questo caso di un minuscolo agglomerato di case poste su un grande pianoro alluvionale situato a nord ovest del borgo di Saint-Vincent; da molti anni l’antico nucleo è stato assediato da nuove costruzioni e da una fitta rete viaria che comprende anche un tratto della strada regionale per il Colle di Joux.
Anticamente il nucleo primario di questo villaggio venne edificato su un esteso pianoro formatosi nel corso dei secoli grazie ai frequenti debordamenti del torrente Grand Valey; con il tempo l’uomo vi si insediò con le proprie abitazioni cogliendo ciò che di buono offre quel comprensorio e cioè: una buona esposizione al sole e al riparo dai venti; ampi spazi in leggera pendenza; una terra molto ricca e acqua per armenti e colture in giusta quantità.

A quest’ultima e alle tante attività artigianali collegate si deve il toponimo della località: Moulins; quest’ultimo pur con il passare dei secoli si mantenne sostanzialmente invariato e la sola differenza sta nell’esattezza del toponimo che è: Les Moulins.

Questa indicazione molto preziosa, anche se non originale, ci introduce immediatamente in un argomento collegato all’economia delle famiglie e alle loro attività artigianali e imprenditoriali: i mulini.
Possiamo verosimilmente immaginare che in origine fossero presenti in loco solo costruzioni collegate o ospitanti le attività artigianali mentre le abitazioni sorsero in seguito certamente a supporto di tali attività.

La presenza del Canale della Pianura (Ru de la Plane) e di numerosi altri rivi minori ha senz’altro favorito la nascita di queste importantissime strutture che ebbero nel corso dei secoli tanta storia e soprattutto enorme importanza economica per le famiglie che le gestivano e più in generale per l’intera collettività.


Nei pressi del lavatoio pubblico era ubicato un vecchio mulino che le carte ci informano essere stato gestito per generazioni da una non meglio precisata famiglia Séris e, sempre dalle carte, si accerta che nel corso del 1870 tale struttura era gestita da Claude Séris.
Poco a monte era invece funzionante il mulino della famiglia Perret ma, durante il secondo conflitto mondiale, fu abbandonato e le macine in pietra furono vendute; infine, nel cuore antico del piccolo villaggio, era funzionante fino a epoche recenti lo gran moulin appartenuto per generazioni a tale famiglia Trèves poi da questa venduto alla famiglia Pramotton.
Le carte ci informano che utilizzava un salto naturale del torrente alto più di tre metri e disponeva di tre “ruote” orizzontali che con la forza dell’acqua azionavano tre coppie di macine in pietra mentre una quarta “ruota” faceva funzionare il rullo di una “pista”; verso la metà del secolo scorso tutto l’impianto venne elettrificato diventando in questo modo operativo tutto l’anno.
Giornalmente si macinavano circa dodici quintali di granaglie; nelle vicinanze di questo mulino sorgeva la seicentesca cappella dedicata a San Martino vescovo di Tour.
All’interno del sacro edificio ogni anno, il quattro ottobre, era celebrata una solenne messa i cui costi erano sostenuti dai mugnai del comprensorio. La vicinanza del mulino alla cappella provocò a quest’ultima alcuni problemi statici; nell’archivio parrocchiale è conservata una memoria all’interno della quale si legge: …ses murs épais déjà, mais sûrement ébranlés par la vibration du moulin, qui n’est qu’à quelques mètres en face, ont été renforcés en leur base sur toute la face sud et le cœur… In altre parole significa che il vicino mulino provocava con il suo funzionamento danni all’edificio della cappella; questa, antichissima, era stata fondata nel cuore antico del villaggio nel lontano 20 febbraio 1680 per volontà di tale Martin figlio di Pantaléon Grivon e da un membro della famiglia Perret che come già detto l’avevano titolata a San Martino vescovo di Tours e per secoli primo patrono della Diocesi di Aosta.
Per garantire il compenso al sacerdote che alla cappella si recava per la celebrazione della messa patronale, e per le altre funzioni religiose, i fondatori, i loro eredi e le altre persone abitanti la frazione Moulins, per secoli pagarono con prodotti della terra questo antico legato; le memorie conservate nell’Archivio Parrocchiale raccontano di pagamenti fatti con ottimo vino prodotto in zona, di pani di segale e di olio di noci.
Dalla vendita di quest’ultimo si ricavavano pochi denari che servivano però per le necessarie manutenzioni e per l’acquisto di ceri e telerie.
Ma la situazione generale doveva essere grave se consideriamo che nel verbale della Visita pastorale effettuata nel 1699 si accerta che il vescovo ordinò al procuratore della cappella di far addirittura scavare un fosso alla base dei muri dell’edificio sacro per impedire che le acque del Canale della Pianura continuino a filtrare provocando danni al manufatto.
Nella prima metà dell’ottocento alcuni residenti costituirono un piccolo fondo per pagare improrogabili lavori e per permettere al procuratore di acquistare paramenti, vasi e altre cose necessarie al culto mentre nel contempo presero avvio importanti lavori di manutenzione straordinaria.

La superficie interna dell’edificio era stimata in circa 15 metri quadrati e la soffittatura era sostenuta da due archi romani incrociati; sulle pareti e su parte del soffitto erano presenti degli affreschi. La pala dell’altare rappresentava San Martino benedicente seduto su di uno scranno; nell’edificio era anche presente una tela molto più antica che mostrava San Martino a cavallo intento a dividere il suo mantello con quello di un povero pellegrino. Nel 1965 questa antica cappella tanto cara agli abitanti di Moulins fu abbattuta e tutto l’arredo fu disperso. (Per saperne di più: P.-G. Crétier, La fede dei semplici, Aosta, Duc, 1999, pagg. 241 e seg.).

Nei pressi di questa importante struttura era anche presente un torchio per la pressatura delle vinacce che certamente doveva avere una sua importanza a sostegno dell’economia locale se consideriamo che il villaggio nei secoli passati era circondato da rigogliosi vigneti e che in zona non sembrano esserci altri simili edifici comunitari.

L’economia delle famiglie stanziate a Moulins era dunque totalmente derivata dalle colture agricole: vigneti, campi e allevamento del bestiame; è possibile che piccoli introiti fossero inoltre derivati dalla vendita di frutta (famose per la loro bontà e ricercatezza le cosiddette pere martine) o di castagne ricavate da maestosi alberi.

Uno di questi castagni di enormi proporzioni, seccato dopo essere vissuto quattro secoli circa e ormai privo dei rami, è stato scolpito sul tronco, nel corso del 1985, dall’artista Chiurato di Saint-Vincent su commissione della locale Amministrazione comunale. Con incredibile bellezza lo scultore propone i personaggi delle leggende, delle storie e dei racconti locali: ecco dunque la prima insurrection des socques; il personaggio dell’avaro raccontato da André Ferré; la solenne figura dell’ecclesiastico Jean-Baptiste Perret che nel 1770 scoprì e valorizzò le acque termali scaturenti dalla Fons Salutis. Nella parte alta è stato anche riprodotto il busto di Napoleone, certamente a ricordo del suo passaggio e sosta nel nostro paese nel maggio del 1800 in previsione della Campagna d’Italia.

Il personaggio della frazione è senza dubbio Rosalie D’Hérin in Séris (1871-1956); questa donna, originaria di Montjovet, poco più che ventenne decide, contrariamente a quanto facevano allora tutte le donne di paese, di recarsi a Torino per apprendere i rudimenti della fotografia. Tempo dopo, di quella che per lei diventerà un'arte, Rosalie D’Hérin diventerà regina incontrastata della fotografia in un ambiente e in un'epoca tipicamente maschio e maschilista. Dopo aver conosciuto e sposato Jean Séris, abiterà nella casa di quest’ultimo nel piccolo villaggio di Moulins approntando un piccolo studio fotografico all’interno del quale, con essenziale mobilio, concretizzerà la sua attività e la sua grande capacità artistica. Durante la stagione estiva sarà sempre presente nei saloni e nei giardini delle Terme per ritrarre gli ospiti. Il resto dell’anno lo trascorrerà visitando i paesi vicini (munita di un piccolo carro per contenere le sue attrezzature) in occasione di mercati, fiere e feste patronali.
Rosalie D’Hérin, maestra incontrastata del chiaro-scuro, lascerà un grande patrimonio composto da centinaia di negativi impressionati su vetro che, ritrovati in uno scantinato verso la fine del secolo scorso, sono stati ceduti alla Regione Autonoma Valle d’Aosta che ne ha curato il restauro.

Negli ultimi trent’anni il villaggio di Moulins è stato letteralmente accerchiato da nuove ed eleganti costruzioni di edilizia residenziale ed è oggi difficilmente leggibile il cuore dell’antica e minuscola frazione cinta per secoli da prati, campi e vigneti e caratterizzata dal rumoroso incedere delle pietrose macine da mulino alternate dal rumore gioioso delle cascate d’acqua del vicino Ru de la Plane.

L'antico torchio di Maison-Neuve
Si tratta di un piccolo villaggio composto da due agglomerati di case, situato a circa 700 m slm. nella fascia pedemontana del Monte Zerbion, edificato su di un grande mammellone di roccia da cui si gode uno spettacolo veramente eccezionale sul borgo e sull’intera regione: da simile posizione possono essere ammirate le cime di numerose montagne, tanti paesi, l’argenteo fiume Dora…
La tranquillità è garantita così come sono garantiti un ambiente prettamente montano e il silenzio delle foreste circostanti; i rumori del borgo arrivano minimizzati con i leggeri venti di primavera e il capriccioso vicino torrente Grand-Valey, che scorre molto in basso nella gola, non desta né ansie né preoccupazioni.

Il toponimo e la nascita di questa frazione sembrerebbero però essere legati proprio agli umori di questo torrente e ai suoi debordamenti di cui si ha menzione sia nella memoria storica, sia nelle testimonianze orali in aggiunta a piccoli accenni nei documenti.
Premettendo che di veramente certo non vi è nulla, sappiamo che verso la fine del Cinquecento la locale municipalità fece edificare la cappella di Tromen che si trova poco a valle di Maison-Neuve; la costruzione fu un voto civico contro le alluvioni e i danni da esse provocate sul territorio comunale. In quella lontana epoca il torrente sarebbe infatti esondato, all’uscita delle strette gole, a seguito di grandi piogge provocando enormi danni alle campagne e alle case costruite nelle sue vicinanze; il toponimo Le Rovine con cui viene identificata dagli anziani una zona poco a valle della cappella dovrebbe senza dubbio farci riflettere. Qui un intero villaggio sarebbe stato distrutto dalla forza dell’acqua e a seguito di questo fatto i residenti avrebbero ricostruito le loro case in zona decisamente più sicura: a Maison-Neuve appunto! 
Il nome indicherebbe quindi un nuovo edificio e l’architettura delle case di questa frazione confermerebbe che la costruzione sarebbe avvenuta in un arco di tempo non precisamente definito ma comunque rapportabile ai secoli XVII e XVIII.


Di questo villaggio sembrano non esistere attestazioni storiche antecedenti l’epoca citata e, per dirla tutta, anche successivamente le carte sembrano quasi ignorare Maison-Neuve. Per la sua posizione il villaggio è totalmente al sicuro da ogni evento calamitoso provocato dal torrente Grand-Valey. I terreni circostanti sono tutti in leggero o deciso declivio, in posizione molto soleggiata e totalmente inadatti a colture cerealicole o similari.

L’unica coltura che per secoli è stata intensamente accudita dall’uomo è quella viticola; con grandi lavori e dispendio d’energie sono stati costruiti muri di varie altezze e lunghezze per sostenere piccole o medie superfici di terra su cui impiantare l’albero tanto caro al Patriarca Noé. Da tanto lavoro e fatica si sono però avuti riscontri positivi, sia per ciò che concerne l’aspetto economico sia per la bontà del prodotto; gli ex addetti non fanno certo fatica a dichiarare che il vino prodotto in quel comprensorio era tra i migliori prodotti a Saint-Vincent e si ritiene che naturalmente si dovrebbe credere a tali affermazioni.
Il lato opposto del torrente (in direzione Châtillon) è formato da una grandissima parete di roccia su cui si notano piccoli terrazzamenti sostenuti da muri a secco che con il passare del tempo iniziano a cedere; queste testimonianze confermano però che l’uomo aveva sfruttato tutto il territorio disponibile e anche quello impossibile pur di riuscire a mettere a dimora qualche pianta di vite.
Soprattutto per questa ragione Maison-Neuve era una delle frazioni attraversate dalla “processione delle vigne” che durava l’intera giornata e che qui giungeva dopo aver fatto sosta alla cappella sottostante e che da qui ripartiva alla volta della chiesa di Moron percorrendo gli ampi anfiteatri naturali intensamente coltivati a vigneto.

L’economia della frazione era in parte garantita dalla viticoltura e in parte da altre e, per la verità, piccole cose: presumibile vendita di legname, orticoltura e pastorizia. Ciò nonostante nel greto del torrente vi è una cosa che farebbe presumere che in zona vi fossero artigiani che fabbricavano macine da mulino; la grande quantità d’acqua che in occasione dell’alluvione del 2000 è passata nel torrente ha infatti scoperto una grande roccia che, come si ha modo di verificare, presenta una superficie piatta su cui si nota una profonda incisione che delimita una forma tondeggiante. Si tratta del lavoro preparatorio dello scavo di una macina, presumibilmente non ultimato a causa della composizione della pietra che si è dimostrata essere non idonea allo scopo per cui si era dato inizio al lavoro. Questa presenza conferma però quanto anzidetto e che cioè in zona vi erano persone specializzate nella preparazione delle macine da mulino.

L’architettura del villaggio presenta, naturalmente, chiari esempi di edilizia rurale; case edificate con sapiente uso della pietra (non vi sono Rascards) e i volumi contengono tutti i locali caratteristici di queste abitazioni: stalle per il ricovero del bestiame, cantine per il deposito e conservazione del vino e dei formaggi, poèle (stanze polivalenti in cui si mangiava e dormiva) e infine grandi sottotetti per mantenere all’asciutto il fieno necessario al bestiame durante l’inverno.
Sulla facciata di un’abitazione si nota la fresca bellezza di un grande affresco del XIX secolo dedicato al Trionfo della Vergine. Il solo edificio comunitario presente a Maison-Neuve è quello del torchio, restaurato recentemente per volontà della locale Amministrazione Comunale; l’edificio è in posizione strategica e durante i lavori di restauro sono state evidenziate le fasi costruttive dell’immobile così come all’interno, peraltro con grande difficoltà, si è cercato di mantenere nella sua originale bellezza il secolare torchio che conserva sia la “vite” che termina con la pietra di contrappeso, sia l’enorme trave di legno di noce che aveva funzione di leva. La presenza di un pressoir in questa zona era decisamente strategica trovandosi la frazione al centro di un grande domaine viticolo e la sua presenza è già attestata nel XVIII secolo sulle pagine dei registri del Catasto Sardo.

Ai nostri giorni alcune case sono già state ristrutturate (con interventi decisamente notevoli) e altre lo sono ora. Maison-Neuve è quindi sulla strada della completa rinascita ed è molto bello vedere che anche giovani coppie hanno scelto di abitare in una così bella frazione malgrado questa non sia precisamente vicina al borgo e a tutte le sue comodità.

Da questo villaggio, senza difficoltà e in tutte le stagioni, si ha l’opportunità di dedicarsi a brevi o lunghe passeggiate nel mezzo di una natura che per l’asprezza del territorio è rimasta immutata e, quasi con timore, si mostra ai nostri giorni in tutta la sua incontaminata bellezza.
Dal borgo, e dopo aver attraversato il villaggio, si può procedere in piano per dirigersi verso il campo dei giochi popolari oppure in salita su comoda mulattiera verso Dizeille e Perrière; emozioni sono comunque garantite anche a coloro che invece vogliono raggiungere Maison-Neuve solo per una visita al restaurato torchio e per concedersi momenti di tranquillità ammirando le montagne circostanti.
Piccolo e minuscolo abitato composto da alcune abitazioni edificate su terreno collinare-pedemontano a circa 700 m. slm a lato di una delle più importanti direttrici viarie che dal borgo si dipartivano verso gli abitati della collina di Saint-Vincent e, per estensione, al Colle di Joux e da quella località verso Brusson e Ayas.
Anche se è improprio definire questo piccolo centro con l’appellativo di villaggio, abbiamo conferma, ancora una volta dell’antico ingegno degli originali costruttori che ben conoscevano il territorio e che quindi edificavano le loro abitazioni in posizione privilegiata, con ottima esposizione al sole e in prossimità di sorgenti d’acqua. Purtroppo non è dato conoscere il nome della famiglia che per prima si stabilì in quella località.

Marc (il cui toponimo sfugge ancora agli studiosi), verosimilmente nasce e si sviluppa intorno ad un’unica abitazione; forse la più antica attestazione in merito alla presenza di quell’agglomerato di case potrebbe essere contenuta nella Reconnaissance conservata gelosamente nell’Archivio municipale. Tale importante atto, rogato su pergamena, fu ordinato da Francesco signore di Challant nel 1422; nel tempo questa verifica fu ripetuta altre volte (1440 e 1455) e, infine, nel 1502 per conto del duca Filiberto II di Savoia; tra i nominativi di persone che in quella data e su quel documento “riconoscono” (da qui il termine reconnaissance) di possedere terre sur la montagne de Saint-Vincent - e per questa ragione tenuti al pagamento di determinate imposizioni fiscali - si rilevano anche i nomi di Johanninus figlio di Aymoneti de Marc. Per la verità in quell’occasione Johanninus non solo partecipa per la parte dei beni e dei fondi da lui posseduti e lavorati ma rappresenta anche altre persone, comunque abitanti in quella località; non è chiaro se i fondi oggetto dell’imposizione fiscale sono localizzati a Marc mentre sembrerebbe invece confermata la presenza di case abitate su quel territorio.
Considerato il ristretto numero di abitazioni, e quindi una minore possibilità di riferimenti storici, non si hanno documentazioni specifiche; certamente alcuni atti di compravendita conservati in fondi privati “raccontano” degli aspetti economici di quel territorio, ma di questo ci occuperemo in seguito. Il solo riferimento importante, anche se recente, è conservato nell’Archivio del nostro Comune; qui tra i Registri del Catasto contenenti i Verbali di delimitazione di proprietà figura naturalmente anche quello relativo all’abitato di Marc che fu oggetto di tale importante verifica tra il 1892 e l’anno successivo (Cfr. Comune Saint-Vincent, Archivio, Catasto, n. 182) Le famiglie che si erano stabilite in quel comprensorio caratterizzato da ampie e panoramiche vedute sul centrovalle (e su alcune delle più belle cime che circondano Saint-Vincent e Aosta), godevano di molte ore di sole e di un microclima davvero particolare e invidiabile nonché di un territorio riparato dai venti freddi.
Le colline circostanti furono dunque intensamente coltivate a vite e si può ragionevolmente credere che per secoli l’economia di quelle famiglie si basò sul frutto “dell’albero di Noè”; le opportune conoscenze su tale specifica coltura e sulla lavorazione del prodotto - unitamente a ottime cantine per la conservazione e uno specifico e verosimile commercio - fecero sì che a memoria d’uomo il vino prodotto a Marc sia sempre ricordato come prodotto di grande qualità.
Tutto il territorio era fino agli scorsi anni intensamente antropizzato, chilometrici muri furono edificati per sostenere anche poche decine di metri quadrati di terra su cui furono impiantate migliaia di viti. Difficile individuare i vitigni che meglio di altri garantivano vini di qualità, ma certamente, come già affermato in precedenza, il vino prodotto era senza dubbio di qualità.
A supporto di questo importante aspetto dell’economia, si ricorda che altri lopin de terre erano riservati ad altre colture, forse meno nobili, ma certamente importanti per le famiglie.
L’allevamento del bestiame, e quindi anche la sua conseguente commercializzazione, e la produzione di latticini e formaggi hanno contribuito alla crescita economica di queste famiglie che per secoli hanno abitato un territorio senz’altro difficile ma non per questo meno ambito. In questo piccolo centro non esisteva la scuola (i ragazzi per assolvere a questo importante dovere si recavano presso la scuola del villaggio di Moron); non vi è neppure una seppur piccola, presenza di oratorio o di altro manufatto di natura religiosa mentre un momento di socializzazione poteva avvenire nei pressi del lavatoio-abbeveratoio.

Prima di concludere vorremmo citare su queste pagine una persona che con il suo lavoro, la sua determinazione e la sua famiglia, è certamente il personaggio della frazione: Albino-Luciano Isabellon, Cien, classe 1922. Nel corso del 2006 ha dato alle stampe un bellissimo libro di memorie dal titolo: La mia vita, la mia Valle (Ed. Le Château); nelle pagine, con estrema determinazione e lucidità, sono raccontati gli anni difficili della giovinezza trascorsi nel collinare villaggio di Salirod; la guerra, la prigionia in campo di concentramento polacco, la liberazione, il ritorno a casa e la formazione della famiglia.
Più in dettaglio il libro racconta la vita e gli aspetti di questa famiglia all’interno di una comunità piccola ma laboriosa, tenace e determinata non solo a sopravvivere ma a costruire un futuro migliore per le giovani generazioni

La spettacolare chiesa di San Maurizio a Moron - foto tratta dal Calendario 2025 del Comune di Saint-Vincent
Prima di entrare nel dettaglio e descrivere le bellezze architettoniche ed ambientali di Moron è necessario ricordare che la località che porta questo nome, situata a circa 800 m. slm., è in realtà costituita da sette nuclei frazionali ben distinti tra loro; per questa ragione il testo che segue potrà essere anche scomposto in altrettanti parti che comunque avranno degli inevitabili punti in comune. L’unico sito che ha come toponimo Moron (Moronum, Morono, così è scritto nei sec. XV° e XVI°), è quello su cui si erge la millenaria e maestosa chiesa di San Maurizio.

Il toponimo Moron può essere derivato da Mont Rond, cioè monte rotondo (secondo la teoria di don A. Hosquet) o dalla radice Mor che indica le pietre (secondo lo studio di Rousset).
Gli alpeggi di Nuarsaz, che non possono certo essere identificati come un villaggio, sono situati alla quota di 1713 m. slm. sulla montagna che sovrasta Saint-Vincent e su un territorio che molte persone ritengono appartenere a Châtillon: niente di più falso! Quelle superfici, da tempo immemorabile ricchi pascoli anche se oggi certamente ridotte dall’avanzante bosco rispetto ai secoli passati, sembrerebbero essere state antropizzate dall’uomo fin da antichissima data anche se risulta difficile immaginare che lassù delle persone abitassero tutto l’anno. Le abbondantissime nevicate invernali e un territorio caratterizzato da varie difficoltà meteorologiche e ambientali devono aver convinto i primi abitatori che, lassù a Nuarsaz, si poteva vivere solo nella bella stagione con greggi al pascolo e vivendo di quei pochi frutti che la terra poteva garantire all’uomo.
Guardando oggi dalla nostra collina quelle poche abitazioni poste su quel comprensorio di alta montagna, si ha l’impressione di guardare un nido d’aquile; e, oseremmo dire, che di qualcosa di straordinariamente bello, ma a prima vista inavvicinabile, stiamo parlando.

Gli strapiombanti dirupi sottostanti sembrano impedire “l’assalto turistico di quel territorio” che invece era (ed è tutt’oggi) collegato alla fittissima rete pedonale dei comuni di Saint-Vincent e di Châtillon.
Da quest’ultimo comune una comoda strada asfaltata sale dall’abitato di Domianaz per raggiungere il villaggio di Nissod; poco prima di questa frazione, percorrendo una strada privata, si oltrepassa il caratteristico agglomerato di case noto con il nome di Travod per giungere infine agli oltre 1700 metri di Nuarsaz.

Il toponimo di queste poche case sembra essersi mantenuto nel tempo pur con le inevitabili mutazioni o trascrizioni d’uso: Nouarsaz, Noirça, Noarsa, Nuarsa (quest’ultima variante è rapportabile alla fine XV° sec).
Queste poche case, riparate dal vento grazie all’imponente mole del Monte Zerbion sono state edificate su piccoli pianori che l’uomo ha saputo adattare alle sue necessità, e sono un vero inno alla natura e al Creato.
L’uomo che per primo andò ad abitare a Nuarsaz, dopo aver valutato attentamente tutti i pro e i contro, ma resosi conto della bellezza di quel territorio e delle possibilità di vivere in pace con la natura, decise che tale angolo di paradiso poteva garantire un giusto reddito e lì si stanziò. La storia di questi casolari è la storia dell’uomo e della sua convivenza con la montagna che è ora tenera madre, ora terribile e cattiva matrigna.

Mi sembra nuovamente utile ricordare che Nuarsaz è a 1700 metri d’altezza e che tante colture sono oggi inimmaginabili a tale quota; è quindi verosimile che i cereali coltivati su quel territorio fossero autoctoni e quindi più adatti a tale quote; naturalmente i documenti ci parlano anche di Prés, paturages, herbages quindi di terreni che per loro natura erano adatti al pascolo del bestiame.
L’acqua necessaria agli abitanti di queste case, tutte addossate le une alle altre per difendersi dai freddi venti del nord, e alle campagne sembra essere da sempre garantita da una sorgente di media portata che sgorga a monte e che con opportune canalizzazioni l’uomo ha indirizzato al vicino abbeveratoio-lavatoio.

Nel corso degli anni le proprietà sono passate di mano in mano fino ad epoca relativamente recente, quando le vecchie abitazioni sono state acquisite da una famiglia che possedeva già una buona parte delle case e dei pascoli; successivamente questa famiglia, con grande rispetto dell’ambiente e con il desiderio di contribuire al non abbandono della montagna, ha provveduto con ingenti spese a recuperare una grande parte dei volumi degli alpeggi che sono stati nuovamente destinati al ricovero dei capi di bestiame e alla creazione di locali di servizio da utilizzarsi dai conduttori durante il soggiorno estivo al seguito delle mandrie.

Oggi, come già detto, questi alpeggi sono raggiungibili con l’auto salendo dalla collina di Châtillon, ma a chi ama la natura (quella bella, anche se a tratti dura!) consiglieremo un bellissimo sentiero che si diparte a monte dell’abitato di Piè Martin, su Saint-Vincent, e che si sviluppa all’interno di un bellissimo bosco ceduo, per poi attraversare (e con l’invito a non sostare a causa della non remota possibilità di caduta massi), il torrente Grand-Valey e da quel punto, su ardita mulattiera, raggiungere la tanto ambita e desiderata meta in circa un’ora e trenta minuti.
In alternativa si può raggiungere Nuarsaz partendo dalla Cappella dei Partigiani, posta poco a monte di Amay a lato della Strada Regionale del Colle di Joux; qui dopo aver attraversato su sentiero quasi pianeggiante tutta la costa ed aver oltrepassato il Grand-Valey, si giunge su altro sentiero il citato alpeggio da cui è anche possibile proseguire verso altri alpeggi (tra cui Cian) e verso la sommità del Monte Zerbion a quota 2722 metri slm.

Il villaggio di Perellaz, posto a 662 m. slm., in posizione davvero panoramica e privilegiata è costituito …da una sola antica abitazione!
Oggi una strada asfaltata, che termina con un comodo piazzale, raggiunge questa casa ma si ha ragione di credere che anticamente la vita dei residenti non fosse particolarmente agevole a causa della distanza dai centri e dalle strade commerciali e dalla totale mancanza di terra su cui impiantare una qualsiasi coltura. Solo poche viti riuscivano a crescere lassù mentre per altri impianti colturali ci si doveva per forza recare nei sottostanti pianori di Cillian e Feilley o nella parte alta del territorio comunale costituita dai più ricchi terreni di Moron, Salirod e Lenty.
Ciò nonostante da secoli questo lembo del comune di Saint-Vincent è interessato da una strada mulattiera che dipartendosi da Cillian e da Feilley (e che si unisce proprio qui), raggiunge Moron o altri importanti villaggi collinari.

Il toponimo di questa località, sembra aver origine dalla conformazione del territorio caratterizzata da ampie superfici di roccia emergente e da alcune pietraie presenti nei dintorni; per estensione, dalla parola Pèra (pietra) sarebbe nato il nome Perellaz.
Ma anche dalle pietraie e dalle rocce emergenti, può sgorgare della preziosa acqua e questo accade anche lassù.
Nel piazzale frazionale è stato recentemente rifatto e riposizionato il vecchio lavatoio in pietra che, d’estate soprattutto, fa la gioia dei tanti amanti della natura che qui passano prima di salire verso altre frazioni. Ma le persone che hanno modo di passare per Perellaz hanno anche la possibilità di ammirare un vecchio oratorio edificato su un grande masso erratico; l’innalzamento di questo manufatto, posto sotto la protezione della Vergine, sarebbe stato compiuto per volontà di un rappresentante della famiglia Péaquin che appunto risiedeva nella già citata abitazione.

Poco a monte di Perellaz, a 704 m. slm., vi sono i ruderi di un’abitazione posta in località Soly.
Da alcuni decenni la solitaria vecchia casa è stata circondata da numerose altre costruzioni di edilizia residenziale; la località è infatti parificabile ad una bellissima balconata da cui si può godere un panorama davvero maestoso: i sottostanti grigi tetti di Cillian, la cima Tsailleun, il monte Barbeston, la cima Nera, ma anche la valle centrale della nostra regione sembrano fare da contraltare alla maestosa vetta del monte Zerbion che dall’alto dei suoi 2722 m. slm. e coronata dalla statua della Madonna eretta nel 1932, paiono proteggere la comunità di Saint-Vincent.
Qui va inserito il testo
Minuscolo abitato composto da due sole case situato a circa 1150 metri, poco a monte del villaggio di Lerinon in posizione molto panoramica, ma nel contempo riparata dai venti.
Guardando con attenzione l’architettura di questo piccolo nucleo di case si certifica che non è particolarmente antico anche se comunque una qualche abitazione sembrerebbe già esistere nel seicento; all’epoca i notai, rogando atti di compravendita, scrivono il toponimo della località nel seguente modo: Plané o Planet (che tradotto dal Patois significa piccolo pianoro). In effetti quelle poche case sorgono all’interno di un valloncello contornato da pianori di diversa grandezza.

Piané, insieme alle frazioni di Lerinon e Perrière era nei secoli passati il cuore vivo e pulsante dell’economia agricola delle nostre famiglie che si basava quasi esclusivamente sulla coltivazione dei cereali. Un terreno fertile dopo immani lavori di spietratura compiuti dall’uomo, la poca acqua necessaria a tale coltura garantita dal canale Courtaud e tanto lavoro da parte delle famiglie, hanno fatto il resto.
Una discreta economia, supportata anche dall’allevamento, i vicini boschi presso cui pascolare il bestiame e approvvigionarsi di legname, e probabilmente vigneti nel fondovalle hanno consentito anche alle famiglie di Piané di sopravvivere in modo decoroso malgrado le tante situazioni di povertà frequentemente illustrate su documenti oggi conservati negli archivi parrocchiale e comunale.

Non sono state effettuate ricerche a riguardo ma si ritiene, a giusto titolo, che le Reconnaissances rese tra il 1599 e il 1600 dai capifamiglia di Lerinon al conte Louis de la Morette, signore di Saint-Vincent, comprendano anche tutto il territorio di questa bella frazione.

Da molti decenni la coltivazione dei cereali è stata totalmente abbandonata su tutto il comprensorio; le superfici agricole sono state totalmente riconvertite a foraggio e oggi (complice anche un buon impianto di irrigazione “a pioggia” realizzato dal locale Consorzio di Miglioramento Fondiario negli anni settanta), questo territorio particolarmente curato da agricoltori profondamente attaccati alla terra, continua a essere una fonte, anche se modesta, di reddito.

Il villaggio da secoli è inserito nella ricca rete viaria che pedonalmente collega il borgo di Saint-Vincent alle frazioni alte della nostra collina; in prossimità delle case passa infatti l’importante mulattiera che da Lerinon e Perrière raggiunge i più alti villaggi di Pié Martin e Pra di Ran.

Ormai da anni Piané è anche servito da una comoda strada per i veicoli, così come da tempo vi sono state portate l’energia elettrica e la condotta per le acque fognarie.
Il solo problema della frazione sembrerebbe essere rappresentato dalla poca acqua potabile, in particolare durante l’inverno, che dovrebbe risolversi con l’ormai prossima entrata in funzione del grande acquedotto collinare.

All’ingresso della frazione un piccolo oratorio dedicato a Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, accoglie i visitatori e protegge i residenti; questa costruzione, sempre ben tenuta e ricolma di fiori, fu innalzata dalla famiglia Gorris verso la metà del Novecento in sostituzione di una più ampia struttura fatiscente che venne prima abbandonata e in seguito demolita per fare spazio alla costruenda strada.
Raccontava un esponente di quella famiglia che anticamente all’interno del primitivo oratorio erano anche celebrate delle messe.

Questo villaggio merita una visita in tutte le stagioni; le eccezionali fioriture primaverili caratterizzate in particolare dagli spettacolari ciliegi selvatici sembrano alternarsi ai caldi colori dell’autunno accompagnati dal suono dei campanacci delle mandrie al pascolo. L’inverno, con abbondanti coltri di neve e tramonti limpidi, offre altrettante emozioni che però potranno essere godute solo dai veri amanti della natura che qui si offre con grande panoramicità e con grande dispendio di colori, di aromi e di tanta tranquillità.
Una baita in puro stile montagna a Pié Martin
Siamo ancora sulla collina di Saint-Vincent, poco a monte di Perrière, a circa 1200 m. slm. e in queste poche righe si tenterà di descrivere due bellissimi villaggi composti nel seguente modo: il primo, Pié Martin Dessous conta cinque case mentre il secondo, Pié Martin Dessus poco più a monte, è in realtà composto da alcune case sparse delle quali una sola è molto vecchia.
Ancora una volta siamo accolti da una natura, da un ambiente tipicamente montano formato però da un grande falsopiano che, ora dolcemente ora con terreni più scoscesi, forma un territorio davvero straordinario e, potremmo dire, quasi unico a Saint-Vincent.
Quassù l’uomo si è insediato fin da epoche molto lontane; la ricchezza dei boschi che fanno da cornice al comprensorio e la terra sono certamente stati i due fattori che hanno favorito l’antropizzazione di questo territorio.
Il panorama circostante si sviluppa a nord con l’imponente mole del Monte Zerbion e a sud con la parte centrale della nostra Valle; da un lato si ammirano le montagne della valle di Challand e dall’altra parte, alzando lo sguardo, possono vedersi gli alpeggi di Nuarsaz con la presenza, nella stagione estiva, di mucche al pascolo.


Il toponimo Pié Martin è sicuramente conseguente alla presenza dell’uomo e, forse proprio, di Martin. Ma chi era Martin? Un boscaiolo? Un allevatore? Un coltivatore? Non lo sappiamo e da nessuna parte è dato sapere chi fosse questo Martin.
Verosimilmente possiamo immaginare che sia stata la prima persona che, insediatasi in quella località, ha costruito una casa e lì si è stabilito con la famiglia e i suoi armenti; intorno alla sua casa si sarebbero in seguito edificate altre case e la località avrebbe poi preso quella denominazione.
In realtà, e mancando totalmente altre indicazioni, questo è tutto quanto ci è consentito immaginare.
Ciò che invece è evidente è la bontà della terra che opportunamente spietrata ha fatto di quel grande comprensorio una delle zone di Saint-Vincent più favorevoli alla coltura dei cereali; enormi “murgère” distribuite sul territorio ci parlano dell’immane fatica compiuta dai nostri predecessori per recuperare superfici idonee alla coltura cerealicola. Nel versante che in modo abbastanza accentuato declina verso l’alveo del torrente Grand-Valey si notano ancora oggi i resti di grandi muri edificati per sostenere pochi metri di terra idonea alla messa a dimora dei preziosi semi.
Pié Martin
era dunque parte integrante di quella grande coperta che con le mature messi si colorava di giallo e tingeva totalmente il territorio della nostra collina. Ai nostri giorni non vi è più nessun campo di grano e quanto detto ci viene riferito oralmente dagli anziani della zona che ricordano naturalmente i duri lavori che precedevano la semina così come nella loro memoria sono scolpite le lunghe giornate trascorse nei campi a falciare il grano; il trasporto del raccolto fatto sia a spalla che a dorso di mulo; e poi ancora il lungo e pesante periodo della battitura; la macinatura per concludere con la panificazione che avveniva quando ormai i campi erano già stati seminati per la prossima stagione. Rimembranze queste che fanno sorridere ma fanno anche provare dolore e tristezza nel vedere che oggi la campagna è stata totalmente riconvertita e che al posto dei cereali vi sono solo prati per foraggio e pascolo.
Alcune zone sono poi state completamente abbandonate dall’uomo e rigogliosi noccioli selvatici si mescolano ai rovi.
Eppure nei ricordi di molti anziani sono presenti, oltre al faticoso lavoro, anche le difficoltà incontrate per garantire sufficiente acqua ai campi mentre oggi l’intero comprensorio ha acqua in quantità e senza fatica essendo stato introdotto ormai da decenni il sistema di irrigazione “a pioggia” che garantisce la copertura di tutta la zona.
Qualcuno, con la saggezza degli anni, malinconicamente afferma che “…siamo andati avanti per andare indietro…”.
La coltura intensiva dei cereali era dunque il volano dell’economia delle famiglie stanziate in quei villaggi; a ciò si aggiungevano l’allevamento e la pastorizia che certamente davano un piccolo guadagno (o quantomeno la garanzia di mangiare).
Il vicino bosco era naturalmente tenuto in debita considerazione dai residenti perché dal taglio degli alberi si traevano tronchi per l’edificazione delle case o assi per la costruzione di mobili; ma anche legname da vendere o da utilizzare per la combustione e quindi riscaldarsi nei lunghi e freddi inverni.
Più in basso, in particolare a lato del già citato Grand-Valey, enormi piante di castagno garantivano frutti di qualità che, opportunamente raccolti, garantivano l’allontanamento dello spettro della fame.
Altro non era offerto da questo territorio, ma questo era già decisamente molto!

Molto povere le informazioni storiche concernenti questo piccolo agglomerato ma questo è senza dubbio da addebitare all’esiguo numero di residenti; parallelamente dagli archivi notarili si accerta una briosa attività di compravendita di terreni della zona, avvenuta nel XVIII secolo; quasi tutte le proprietà oggetto di compravendita sono censite a campo e questo primo indizio conferma quanto detto sopra. Il secolo citato e tutti quegli atti di compravendita ci fanno poi ragionare su quello che deve essere successo dopo l’avvenuta estinzione dei diritti feudali (1748); l’economia delle famiglie deve essere stata sicuramente sollecitata da un nuovo e più metodico sistema fiscale, per cui tutti coloro che ne avevano possibilità procedettero all’acquisto di beni a discapito di coloro che invece affossati nella miseria più nera dovettero vendere terreni per sopravvivere.

Venendo ora all’architettura delle case soffermeremo il nostro interesse a Pié Martin Dessous che si trova a lato della mulattiera che da Perrière raggiunge Pra de Ran e della strada comunale. L’agglomerato, con piccolo lavatoio-abbeveratoio oggi è totalmente disabitato e conta cinque case; tra queste, veramente degno di nota, è un grande Rascard ancora in buono stato di conservazione la cui costruzione, o ricostruzione, sarebbe da datarsi al tardo XVII o XVIII secolo.
Una sola casa è stata restaurata mentre il restante patrimonio abitativo sembra attendere tempi decisamente migliori; nel villaggio non vi sono edifici comunitari così come è assente l’edificio scolastico, una eventuale latteria o il forno. Assenti anche una cappella o un piccolo oratorio anche se su alcuni architravi in legno si notano incise alcune croci, segno della devozione dei residenti e della necessità di porsi sotto la protezione del Divino.

Al termine di questo scritto si ricorda al lettore la particolare bellezza del luogo che cambia a seconda delle stagioni e dei conseguenti colori; la possibilità di percorrere antichi sentieri; di ammirare una natura decisamente integra e bella favorita da fioriture primaverili di incredibile fascino; di osservare animali selvatici di varie specie (tra cui timorosi caprioli, focosi cinghiali o maestosi falchi in volo di ricognizione) o, decisamente più tranquille mucche al pascolo o, infine, agricoltori al lavoro.
Ecco! Questo è quanto offrono Pié Martin e tutto il comprensorio circostante.
Al visitatore raccomandiamo come al solito di seguire la segnaletica; non vi è pericolo di perdersi mentre invece pericoli potrebbero venire incontro a coloro che andassero ad avventurarsi nelle strette gole del torrente Grand-Valey.

Per moltissimi il nome Pioule non dice nulla, non se ne è mai sentito parlare; grazie al progresso (sic!) il villaggio è stato completamente raso al suolo alla fine degli anni settanta e oggi al suo posto sorge una struttura abbandonata che fu all’epoca destinata a poligono di tiro e utilizzata per pochissimi anni.
Eppure Pioule ha avuto una sua storia, una sua architettura, una sua economia e, in particolare, un discreto numero di residenti nella seppure piccola superficie abitativa.

Questo villaggio era situato a circa 600 m s.l.m. su un promontorio discretamente pianeggiante in una posizione paesaggistica davvero invidiabile; il comprensorio era caratterizzato da numerose rocce affioranti e da un habitat tipico della media montagna dove l’uomo in epoca imprecisata si era insediato con i suoi armenti, le sue piante di vite e i suoi semi di cereali da mettere a dimora.
Le difficoltà di questo insediamento si devono essere presentate subito ai primi abitatori ma, malgrado la poca terra e l’assenza quasi totale di acqua, l’uomo decise di stabilirsi lassù.
I grandi e spettacolari panorami che oggi apprezziamo tanto, verosimilmente non furono un punto a favore delle scelte abitative dell’uomo; semmai era il contrario.
Tutto si presentava sotto l’aspetto negativo; occupare e prendere possesso di quel territorio significava avere problemi di mente! Eppure le rarissime foto ci raccontano di un agglomerato discretamente esteso composto da circa una decina di case e dall’architettura di due di questi edifici sembrerebbe potersi affermare che le costruzioni furono innalzate nel tardo medioevo: la solidità e lo spessore delle mura, i bellissimi cantonali in pietra lavorata, le aperture con archi ribassati e “a botte” ci portano molto indietro nel tempo; nelle case si immaginano gli spazi abitativi che erano distribuiti su due o più livelli dotati di tutti i locali di servizio: stalle, cantine, magazzini e fienili.

Non paiono esserci indicazioni concernenti l’etimologia del nome Pioule (nelle carte si ritrova anche Piolle, Pioulle, Piole, ecc.) così come non abbiamo informazioni circa l’epoca in cui sorsero le prime abitazioni; per contro dalla documentazione presente nei vari archivi siamo a conoscenza del fatto che il probabile periodo di maggior densità di residenti è da localizzarsi tra i secoli XVI e XVIII.
Certamente l’attività dei residenti era prettamente agricola con particolare attenzione alla viticoltura qui favorita da fattori ambientali e climatici davvero notevoli.
L’economia era sicuramente sorretta anche dai ricavi derivanti dalle noci (e dal pregiato olio ricavato dopo la pressatura) e dalle castagne, raccolte però nei boschi esistenti sulle colline retrostanti che raggiungono il grande pianoro su cui sorge la millenaria chiesa di San Maurizio di Moron.

Nell’archivio comunale sono conservate numerose carte che ci raccontano fatti, persone e situazioni quotidiane accadute nel villaggio di Pioule.
A titolo di curiosità se ne citano alcuni; il più vecchio documento (1593) è un atto di compravendita all’interno del quale tale Louis Gorris vende a Jean Martinod un campo ed un incolto; successivamente questo Martinod lo ritroveremo una prima volta nel 1618 mentre con altre due persone stipula una convenzione per l’uso e le manutenzioni di un torchio per le vinacce esistente nel vicino villaggio di Ronc Damon e una seconda volta nel 1632 in un momento storico davvero tragico in quanto caratterizzato dall’epidemia di peste.
Quell’anno, malgrado il morbo, nel tardo autunno acquisterà da due fratelli Clappey parte di un immobile sito nel villaggio di Pioule; nei decenni si susseguono in zona numerose compravendite che, indirettamente, ci raccontano di una non comune vitalità e di uno specifico interesse per quel villaggio e per le campagne di quel comprensorio.
Coinvolti saranno ancora dei rappresentanti delle famiglie dei Martinod, dei Gorris, dei Cornaz, dei Torrent, dei Fleur e dei Charrière; a proposito di quest’ultimo cognome si deve segnalare un prezioso “Contrat de mariage” risalente al 28 gennaio 1699 che ci racconta un piccolo attimo della vita sociale e famigliare di quel villaggio.
Quel giorno a Pioule, nella casa di Jean-Vincent Fleur e alla presenza dei testimoni, è stipulato dal notaio Martin Obert il contratto di matrimonio tra Antoine figlio di Martin Gorris e Catherine figlia di Laurent Charrière; l’atto contiene molte clausole e in particolare elenca i beni immobiliari, mobiliari e fondiari che le parti porteranno in dote. Tra le cose curiose contenute nella carta si parla anche di diritto all’uso del forno (che quindi era esistente nel villaggio) e all’acqua, proveniente dal ruscello che scende dalla chiesa di San Maurizio di Moron.

Le testimonianze orali ci raccontano che in tempi relativamente recenti quasi tutto il villaggio fu abbandonato e una sola famiglia continuò ad abitare in quella frazione fino alla metà degli anni Settanta quando furono acquistati tutto il nucleo abitativo e le campagne del comprensorio; una larga e comoda strada giunse, quasi con arroganza, dove prima regnava solo il silenzio modulato però dal canto delle cicale.
Il villaggio venne totalmente raso al suolo e la stessa collina fu spianata, peraltro con grande difficoltà e con abbondante uso della dinamite a causa delle rocce; sul grande pianoro, precedentemente occupato dalla collina, furono edificati un grande capannone in cemento, aree di parcheggio e servizio e ben tre campi da tiro che per alcuni anni fecero da sfondo ad uno sport oggi fortunatamente vietato: il tiro al piccione.
Secoli di storia, e ambienti di incredibile bellezza e fascino, furono cancellati da una discutibilissima moda che poco tempo dopo fu fortunatamente vietata e che costrinse nuovamente al silenzio ciò che restava di Pioule, e questa volta senza l’accompagnamento delle cicale.
Parliamo in questo caso di un piccolo centro abitato posto a circa 1400 m. slm. Pra de Ran è stato edificato secoli or sono sul lato nord di un grande pianoro; l’abitato particolarmente riparato dai freddi venti grazie all’ampia foresta retrostante e al Monte Zerbion è costituito da due gruppi di case, separate tra loro, denominate Gorris e Champ Plan.
Il primo toponimo trae senza dubbio la sua origine dal cognome Gorris, tutt’oggi molto diffuso in zona mentre il secondo toponimo, Champ Plan, fu dato ad una località e alle sue caratteristiche derivanti da terreni pianeggianti coltivati a cereali.

Pra de Ran (che, letteralmente tradotto dal dialetto, significa Prato dei rami, delle ramaglie), è tuttora abitato tutto l’anno essendo tra l’altro ben servito da una strada comoda che si diparte dalla Regionale per il Colle di Joux poco oltre Moron.
Il toponimo della località sembra essere rimasto sostanzialmente invariato nel corso dei secoli; dalla lettura di vecchi documenti si nota infatti che ormai da alcuni secoli nessuna variazione è avvenuta nel nome Pra de Ran.


Il panorama che si gode da questo villaggio è anche in questo caso veramente grandioso: da lassù sono ammirabili moltissime, importanti e famose cime così come è interamente visibile la valle centrale della nostra regione con i suoi castelli, con il sinuoso corso della Dora e i tantissimi paesi che sorgono nelle sue sponde. Alle spalle del villaggio alcuni terreni destinati a pascolo sono contornati da un grande ed esteso bosco di abeti e larici miste a tantissime altre varietà; il sottobosco si caratterizza per una ricca microflora abitata da tantissimi animali: cinghiali, volpi, caprioli, scoiattoli, ghiri ma anche laboriose formiche e topini di campagna. Più a nord nascosti tra gli anfratti della montagna e le morene vi sono camosci e anche stambecchi che nella riserva del Monte Zerbion hanno trovato spazi, tranquillità e, in particolare, cibo; nelle giornate particolarmente limpide si possono apprezzare in cielo i maestosi voli di aquilotti e altri rapaci di montagna.

Per secoli, nelle giornate di lunedì e sabato, anche queste campagne sono state irrigate dal già più volte citato canale Courtaud - Ruisseau de la Montagne - anche se una parte dei terreni ha goduto anche dell’acqua del vicino Grand-Valey e delle numerose sorgenti presenti in zona; dal 1970 circa, per volontà del locale Consorzio di Miglioramento Fondiario Ru Courtaud di Saint-Vincent, tutto l’enorme comprensorio compreso tra Pra de Ran a monte, e Dizeille a sud, è stato dotato da un moderno impianto di irrigazione a pioggia.
Questo sistema ha garantito sufficiente acqua per le colture anche se queste sono state tutte completamente rinnovate; già, perché anche gli abitanti di questo piccolo centro montano per secoli si sono dedicati alla cerealicoltura intensiva.
Se oggi si “legge” il territorio con attenzione, si notano ancora i confini delle proprietà e in particolare dei campi: piccole differenze di quote ricordano tempi e lavorazioni ormai dimenticate. La cerealicoltura ci porta a considerare quella che era l’economia delle famiglie in tempi molto lontani da noi. Sembra ormai accertato che l’intero comprensorio fosse coltivato a cereali e che quindi l’intera economia della nostra collina basasse la sua prosperità sul prodotto segale, grano e avena.
Ma naturalmente anche qui si era diversificato, per quanto possibile, l’aspetto economico e quindi è naturale che un enorme valore avessero i boschi pubblici, altra fonte di reddito e sostentamento per le famiglie.
Sappiamo che ampie superfici furono lasciate abbattere dalla locale Amministrazione comunale nel corso del XVIII secolo, forse solo per “far cassa” e naturalmente in barba alle disposizioni e alle normative e leggi vigenti. In quel lontano periodo la reazione dei residenti fu immediata: sconvolti protestarono duramente rivolgendo le loro giuste e motivate proteste e istanze al Conseil del Commis di Aosta; questo organo, attraverso l’Intendente del Ducato Vignet Des Etoles, rispose nel 1774 ai richiedenti con una lettera nella quale si rimarcano, con scandalo, le autorizzazioni concesse dalla locale Amministrazione e non ci si esime dal “bacchettare” i colpevoli siano essi privati o funzionari comunali. Nel caso specifico si sostiene che il comportamento tenuto dai nostri sindaci di quel lontano periodo è quantomeno scandaloso; si annuncia inoltre che verranno puniti secondo la legge ma che nessuno potrà risarcire quei poveri paesani che sono stati indotti all’errore e che hanno, involontariamente, ridotto tante famiglie sul lastrico.
Ma la storia, uguale, si ripete e siamo a conoscenza del fatto che anni dopo, nell’aprile del 1815, poco meno di 50 persone del comprensorio scrivono all’Intendente del Ducato di Aosta affinché sia impedito al Comune di Saint-Vincent di mettere all’asta un’estesa superficie di bosco di sua proprietà compresa tra il torrente Grand-Valey, la strada che collega Amay agli alpeggi di Nuarsaz e la sorgente di Chivisole, così come annunciato nelle “grida domenicali” dal Segretario Comunale Vuillermin. La copia della richiesta, oggi conservata in un fondo archivistico privato, elenca naturalmente le ragioni che devono convincere il Comune a soprassedere all’iniziativa, per evitare di portare le famiglie alla povertà e al bisogno. Nella carta si ricorda che gli alberi di tale foresta sono sempre stati utilizzati per la costruzione di case, per legna da lavoro e, infine, come legname da riscaldamento. La richiesta dei residenti ottiene l’effetto voluto e alcuni giorni dopo giunge alla nostra municipalità una precisa richiesta del funzionario del Ducato affinché l’Amministrazione locale retroceda dalla sua decisione.
L’importanza del bosco (e in specifico di quello comunale presente a monte di quei villaggi) è inoltre sottolineata dal contenuto di una carta conservata nell’archivio del nostro Comune (sez. Boschi, 102/8). Si tratta di una richiesta avanzata alla nostra municipalità dagli impresari che nel corso del 1831 stavano ricostruendo e ampliando la fortezza di Bard; la carta ci informa che in quella data fu richiesta al comune di Saint-Vincent l’autorizzazione per il taglio di ben cento alberi di larice di grandi dimensioni da effettuarsi su boschi di proprietà comunale e, aggiungiamo noi, verosimilmente presenti nei boschi a monte dell’abitato di Pra di Ran.
Infine vi è da ricordare come altri alberi furono tagliati in quel comprensorio nel primo decennio del Novecento per essere utilizzati nel costruendo Grand-Hôtel Billia.
Per concludere si ritiene di poter affermare che anche la fabbricazione del carbone era senz’altro effettuata in quei villaggi e che anche questa poteva portare dei vantaggi economici ai residenti.

Venendo ora all’architettura dei due villaggi che costituiscono Pra de Ran (Gorris e Champ Plan) si può senz’altro affermare che è simile a quella delle altre nostre frazioni collinari: anche qui le case, molto addossate le une alle altre, sono state costruite con sapiente e capace uso della pietra e del legno, materiali questi facilmente recuperabili in loco.
Nei due piccoli villaggi non vi sono edifici comunitari ad esclusione del forno per la panificazione che risulterebbe già esistente sui registri del Catasto Sardo risalenti alla metà del XVIII secolo e che è menzionato nel modulo di Statistica dei Forni non militari richiesto nel 1899 dal Comando del 4° Reggimento Alpini e redatto dal nostro Comune. I mulini per macinare i cereali erano più a valle, nei dintorni di Perrière; in questi villaggi mancano la scuola (per seguire le lezioni i ragazzi dovevano scendere a Perrière, mentre ai nostri giorni si recano con lo scuolabus nella scuola di Moron); manca anche una piccola cappella o comunque un edificio dove i fedeli potessero ritrovarsi per pregare e questo è certamente conseguente all’esiguo numero di residenti attestato nel corso dei secoli e anche agli alti costi di costruzione e mantenimento di simile struttura.

Oggi le persone che risiedono stabilmente a Pra de Ran sono dedite in larga maggioranza al terziario; altre invece si dedicano all’allevamento, all’agricoltura e all’orticoltura (note per la loro rara bontà le patate coltivate in zona!). Il comprensorio può essere sia meta che punto di passaggio di numerosi itinerari turistici di notevole bellezza architettonica, paesaggistica e ambientale; questi percorsi perlopiù adatti a tute le età si sviluppano tra ampie superfici coltivate a foraggio che si alternano a maestose pinete.

Alle volte è difficile riuscire a “leggere” il territorio per tentare di capire e di immaginare come fosse stato antropizzato dall’uomo in tempi ormai lontani; è il caso del villaggio di Renard, situato a 575 metri slm., a ponente dell’antico borgo e poco a sud dell’imponente edificio del Grand-Hotel Billia.
Da alcuni decenni quel ricco territorio, composto da una grandissimo pianoro che degrada dolcemente verso il fondovalle occupato dall’argenteo corso del fiume Dora, è stato totalmente rivoluzionato dall’uomo per le sue moderne necessità: estesi e rigogliosi vigneti inframezzati da verdi praterie coltivate a foraggio e destinate al pascolo, hanno lasciato il posto a importanti, e peraltro necessarie, direttrici viabili e a meno gradevoli superfici occupate da parcheggi “a raso” utilizzati dai frequentatori della vicina Casa da Gioco.
Per contro il villaggio ha mantenuto quella delicata sobrietà tipica dei centri rurali che per secoli sembrano aver sonnecchiato pur con il marcato dinamismo dei suoi abitanti.

Il grande pianoro su cui molti secoli or sono fu edificato Renard è stato modellato dall’acqua: le tumultuose piene del vicino torrente Grand-Valey hanno, infatti, riversato sulle campagne una grandissima quantità di materiale alluvionale che l’uomo ha saputo adattare alle sue esigenze e necessità. Lo spietramento del suolo e le abbondanti concimazioni, unitamente ad altri interventi mirati, hanno reso quel comprensorio particolarmente fertile e conseguentemente funzionale all’attività agricola dell’uomo; ma alcune migliaia di anni fa, nell’esatto punto in cui si erge oggi la frazione, si poteva agevolmente sedersi, e forse anche pescare o andare in barca, su di un grande lago formatosi a seguito di una grandissima frana che aveva ostruito il corso della Dora nei pressi di Montjovet.
Questo succedeva però quindicimila anni fa! In seguito, ma non sappiamo quando questo accadde, la diga cedette, l’acqua defluì e l’uomo prese pieno possesso di questo territorio nato e modellato dalle acque ora chiare e limpide ora invece minacciose, nere e cariche di limo.
Anche gli animali si impossessarono di quel comprensorio e c’è da immaginare che l’origine del toponimo Renard sia conseguente alla presenza in loco di numerose famiglie di volpi. Sull’origine del toponimo non sembrano esserci altre indicazioni ed eventuali studi specifici sono ancora di là da venire.

Per la sua posizione prossima al già citato torrente Grand-Valey e ad un'importante direttrice del Canale della pianura, poco a valle di questo abitato erano state realizzate nel secolo XIX una forgia ed una segheria che avevano come forza motrice l’acqua del vicino canale.
La più importante attività del villaggio fu però per molto tempo la piccola ma funzionale Centralina per la produzione di energia elettrica; lo stabile, oggi quasi abbandonato a sé stesso, fu costruito nei pressi del canale, ha una forma quadrangolare e robuste murature in pietra e mattoni. Il tutto è sormontato da tetto in tegole a quattro falde. In una lunetta, ricavata sopra l’ingresso principale, una piccola grata in ferro riporta la data 1896 e due iniziali: UD. Queste si riferiscono al costruttore, tale De La Pierre, presumibilmente genitore di colui che nel 1901 edificherà la grande villa padronale in regione Vagnod composta da due volumi collegati da un corpo basso con tetto a falde. La denominazione tradisce l’ispirazione gressonara, evidenziata anche dalla muratura esterna in pietra a vista con giunti a raso e dai rivestimenti lignei dei locali interni (G. Nebbia, Architettura moderna in Valle d’Aosta tra l’800 e il 900, Aosta, Musumeci, 1999). Per concludere la storia della piccola centralina elettrica di Renard sappiamo che verso il 1930 cessò di funzionare, anche se un guardiano rimase in loco ancora per un po’ di tempo.
Esattamente di fronte a questo edificio, in una vecchia abitazione, fu invece operativa per tantissimo tempo, un’osteria che le cronache orali dei vecchi residenti ricordano essere stata gestita per decenni da tale Alfonso Page. Oggi la casa si presenta abbandonata a sé stessa anche se sulla parete esterna, a levante, si legge ancora la destinazione commerciale dell’edificio: Caffé-Vino Birra-Gassosa.
Poco distante, a nord, è posizionato da moltissimi anni uno dei due fontanili di cui era dotato il villaggio.

L’architettura di questa frazione si presenta con volumi abitativi e di servizio relativamente recenti e vi sono pochissimi casi di dettagli rapportabili molto indietro nel tempo; ciò nonostante si segnalano nel nucleo del villaggio interessanti adattamenti della sua comunità alla vita rurale.

Oggi alcune abitazioni sono state completamente ristrutturate con pregevoli lavori di restauro e con estrema attenzione ai particolari e a quanto ha rappresentato nel tempo questo villaggio così vicino al borgo ma nel contempo così, permettete l’aggettivo, lontano e fiero del suo finto isolamento.

Le famiglie stanziate in quella frazione si sono sempre dedicate all’agricoltura (in particolare coltura della vite e del foraggio) e all’allevamento; viene però ricordato che nelle estese praterie verso la fine del XIX secolo e inizio di quello successivo, erano anche coltivate verdure da destinare alla vendita presso gli alberghi e le locande del borgo. Naturalmente vi erano numerose e gigantesche piante di noce necessarie alla produzione del pregiato olio e di prelibate pere denominate Martine in onore del grande santo Martino festeggiato in novembre, periodo in cui questo gradevole e ricercato frutto inizia la maturazione.

In tempi recenti questo villaggio è stato interessato da numerosi progetti: la costruzione della circonvallazione sud il cui terrapieno divide le campagne di Renard; l’ippodromo che venne costruito, completo di stalle capaci di ospitare centinaia di cavalli e che venne poi abbandonato; si parlò di creare capannoni per girare film, ma la cosa non venne mai realizzata così come una possibile sala adibita a spettacoli musicali e ad incontri di boxe; infine si decise di costruire i parcheggi necessari alla funzionalità della Casa da Gioco.

A Renard non si segnalano edifici comunitari quali ad esempio torchi per le vinacce o forni per la panificazione; i ragazzi della frazione partecipavano alle lezioni scolastiche negli edifici situati nel borgo. Nel villaggio non vi è una cappella per cui i devoti fedeli, per ottemperare alle loro necessità spirituali, dovevano recarsi nella chiesa del borgo o nelle limitrofe cappelle di Cisseyaz e Moulins (a monte della frazione) o in quella di Glereyaz a valle. Oggi un piccolo oratorio ricorda i momenti di grande fede vissuti a Renard e solo la memoria storica di pochi anziani ricorda il passaggio in questo piccolo centro della Processione delle Vigne che qui giungeva dopo aver fatto tappa a Glereyaz e prima di sostare nella cappella di Cisseyaz situata più a monte a poche decine di metri.

L’esteso villaggio di Romillod sorge a circa 650 m. slm. poco a monte dello Stabilimento Termale in posizione molto soleggiata e privilegiata sia dal punto di vista ambientale che panoramico; da questa antica frazione si gode infatti un panorama davvero eccezionale sull’intera valle centrale, sul corso del fiume Dora e sulle più belle montagne circostanti.
Si ha ragione di credere che Romillod fin dall’edificazione del primitivo insediamento, e certamente prima “dell’assalto urbanistico” compiuto negli ultimi cinquant’anni, abbia sempre avuto un importante ruolo di passaggio e d'incontro tra le persone che per le più svariate ragioni si accingevano a salire sulla collina di Saint-Vincent, sia per raggiungere i centri abitati della montagna, sia per proseguire verso la valle d’Ayas o infine per dirigersi verso il colle del Teodulo e giungere quindi nell’attuale Svizzera. L’importante via di collegamento tra quei territori d’oltralpe, la città di Aosta o la Pianura Padana aveva un suo percorso molto importante e trafficato proprio sul territorio montano del nostro comune e nulla vieta di immaginare che la strada dei mercanti (nota anche con il nome di Krämerthal) avesse proprio a Romillod, grazie alla sua posizione strategica, un importante nodo di traffico: un vero e proprio carrefour di uomini e mercanzie.
Il toponimo pur con le normali variazioni si mantiene pressoché invariato nel corso dei secoli; tuttavia a titolo puramente documentale sono di seguito proposte alcune varianti: Romillo, Romillio, Romilioz, Romilliod; se nulla si conosce circa l’origine del toponimo, si deve però rimarcare come questa località sia presente, con citazioni, fin dalle più antiche carte concernenti il nostro paese.
Al momento attuale sembrerebbe potersi affermare che il più antico documento che ci parla di Romillod è costituito da una preziosa pergamena (cm. 37 x 19) gelosamente conservata nell’archivio della nostra parrocchia; si tratta di un atto notarile redatto per conto della locale chiesa il 12 novembre 1387 dai notai Francesco Franchini (o Franquinii) di Montalto (Torino) e Jacopo Rude de Ayma (?); all’interno del documento naturalmente redatto in latino con scrittura gotica notarile, è detto che tale Giovanni Corniod, notaio di Saint-Vincent, s’impegna a corrispondere ogni anno 9 sestarii di vino sotto forma di elemosina alla locale chiesa a causa di un vigneto e di una casa siti a Romillod e di cui egli è feudatario (proprietà verosimilmente appartenente proprio della chiesa).
Gli anni passano così come i decenni e i secoli e nel contempo aumentano in modo esponenziale anche le testimonianze documentali che per situazioni varie o personaggi ivi residenti, ci parlano di Romillod; se dell’economia del villaggio, delle sue colture e del territorio si parlerà in seguito si desidera qui accennare ad un personaggio che in questa frazione aveva casa e bottega professionale: Simon Obert notaire d’Ayas ma con tanti beni e con abitazioni site nei villaggi di Salirod e Romillod. Questo importante professionista era figlio di famiglia originaria di Ayas e marito di tale Françoise. Nei suoi primi atti questo notaio ricorda la sua parrocchia d’origine -Ayas- mentre successivamente, o comunque verso la fine della sua carriera, non rimarcherà più tale origine forse proprio perché aveva ormai stabilito in modo definitivo il suo domicilio nel nostro paese; i suoi atti, e quindi la sua carriera, sono compresi tra il 1644 e il 1696, (molti di questi sono rogati proprio in frazione Romillod nella sua abitazione) si caratterizzano per la straordinaria linearità e bellezza della scrittura. E’ noto che questo notaio fu inviato dalle comunità di Ayas e Brusson, ad Aosta e a Torino, per dirimere alcune questioni concernenti la gabella sul sale. Figura molto importante nell’aristocrazia del tempo Simon Obert è giudice del mandamento di Graines e in questa località riveste anche la carica di castellano. Nel 1690 assiste alla stesura del contratto di matrimonio tra suo figlio Jean-Vincent e Marie Brons di Brusson. Questo notaio decede a Saint-Vincent il 18 novembre 1696. Dai registri anagrafici si rileva in data 22 maggio 1689 la nascita di una figlia di nome Barbe († 1° novembre 1713) e il 4 febbraio 1714 la morte di un’altra figlia di nome Cathérine.

Come già anticipato l’intero antico comprensorio che idealmente abbraccia Romillod era totalmente stato coltivato a vite; un clima particolarmente temperato e caratterizzato da una leggera brezza e dalla quasi totale assenza di gelidi venti del nord bloccati dalla possente mole del Monte Zerbion aveva favorito tale importantissima coltura.
Le vecchie case hanno nel loro sottosuolo tante piccole cantine che nei secoli furono sempre utilizzate per il deposito e la conservazione del pregiato vino che i locali descrivono come vero nettare. Naturalmente per poter operare al meglio i viticoltori avevano edificato un torchio per la pressatura delle vinacce; questo era stato edificato nel centro del villaggio per favorire l’uso a tutti coloro che al termine della raccolta dell’uva, e dopo la fermentazione del mosto nei tini, necessitavano di tale manufatto. Il modello costruttivo di questo torchio ricalcava le secolari conoscenze anche se oggi tale tipologia può apparire arcaica e non funzionale; le note storiche relative a questo importante complemento ci informano che il manufatto di Romillod era perfettamente simile agli altri disseminati sul territorio. Una grande trave in noce lungo oltre sette metri aveva funzioni di leva; una “vite”, anch’essa in noce; la “gabbia” e altre travi componevano l’insieme che, riparato sotto ad una tettoia sorretta da quattro colonne in pietrame, fece bella mostra di sé per secoli all’interno della frazione. Verso il 1960 alcuni comproprietari, considerato che l’antico torchio era ormai diventato vetusto e necessitante di interventi particolari, ma sollecitati anche dalla modernità costituita da torchi in metallo di piccole dimensioni e da una maggiore funzionalità, decisero di demolire l’antico manufatto. Il prezioso legname che costituiva la trave e la “vite” fu venduto e il ricavato, integrato da altro denaro, servì alle spese per l’acquisto del nuovo torchio.

Naturalmente l’economia delle famiglie stanziate in quel villaggio era anche sorretta dall’allevamento del bestiame e dall’orticoltura; l’acqua era garantita da alcuni ruscelli che si diramavano da un canale di maggiore portata a sua volta servito dall’acqua del Ru Courtaud. I residenti per le necessità domestiche hanno attinto per secoli alla fresca acqua dei due fontanili utilizzati anche come lavatoi e abbeveratoi.

Ma l’acqua che sgorga poco a valle di questo abitato è invece molto diversa, e per secoli forse fu anche indicata dall’uomo come “cattiva” fino alla definitiva consacrazione di eccelsa bontà per curare una lunga serie di malattie dell’uomo: parliamo naturalmente della Fons Salutis scoperta e studiata dall’abate Jean-Baptiste Perret nel 1770.
Raccontano i documenti conservati presso l’archivio comunale che nella seconda metà dell’Ottocento una straordinaria siccità e maldestri tentativi di captazione condotti anche con l’uso della dinamite ridussero notevolmente la portata della preziosa sorgente che come è noto sgorga poco a valle di Romillod.
Gli amministratori dell’epoca disperati da simile situazione - che ironia della sorte era coincidente con quello che noi oggi definiamo il “periodo d’oro della Fons Salutis” - decisero di tentare una particolare carta; vale a dire irrigare i vigneti (cosa assolutamente inusuale) a monte nei pressi di Romillod, nella speranza che probabili infiltrazioni nel terreno avrebbero aumentato la portata della sorgente. Tutto risultò inutile e solo il tempo e ingegneri minerari più accorti risolsero l’imbarazzante situazione.
Altre carte conservate nell’archivio comunale ci raccontano invece di compravendite di terreni (nella maggioranza dei casi si tratta sempre di vigneti) e di momenti collegati alla costituzione e aggiornamento del Catasto che ci informano che le delimitazioni delle proprietà relative al villaggio di Romillod risalgono al 1892.

Ad esclusione dei due già citati fontanili e dell’antico torchio, non esistono nella frazione altri edifici o manufatti comunitari; oggi i ragazzi che abitano in loco e che frequentano le scuole elementari possono scegliere, servendosi dello Scuolabus, di recarsi nelle scuole di Moron o in quelle del borgo e con questa scelta sono sostanzialmente allineati ai loro nonni (anche se le testimonianze orali dei pochi anziani residenti raccontano che si è sostanzialmente sempre preferito Moron).
Il credo religioso è sempre stato espletato nella chiesa del Borgo anche se la partecipazione di questa comunità alle funzioni religiose di Moron è sempre stata alta; nella frazione esiste un piccolo oratorio che risulterebbe essere stato edificato nel 1913, forse su una struttura preesistente. Secondo quanto contenuto in un documento dell’archivio parrocchiale il devoto e pio credente che ha innalzato questo manufatto sarebbe tale Léonard Charrière che avrebbe posto la sacra edicola sotto la protezione di Santa Barbara che avrebbe difeso le case del villaggio da un violento incendio divampato tra le vecchie abitazioni edificate con tanto legname e con enormi depositi di foraggio riposti nei sottotetto.

Oggi Romillod, seppure circondato da moderne abitazioni, si presenta con decorosa e severa presenza dell’antico; le vecchie dimore sono state quasi totalmente recuperate per fini abitativi nei volumi con sapiente uso della pietra e del legno, così come tanti secoli or sono fecero coloro che per primi si insediarono su quel bellissimo lembo di terra della collina di Saint-Vincent.
Il villaggio di Salirod è posto a 1090 metri slm. sulla collina di Saint-Vincent e gode di un eccezionale panorama su tutta la vallata centrale, dominata dalle alte cime delle montagne e dal luminoso corso della Dora nel fondovalle.
Nelle antiche carte il toponimo di questo villaggio (di cui è tutt’oggi sconosciuta l’etimologia) è indicato nei seguenti modi: Salyro, Salleyro, Saleiro, Salero, Salerò. Secondo lo studioso di onomastica Albert Dauzart, la radice del toponimo Sal, avrebbe origini antichissime, addirittura pre-indoeuropee; Sal indicherebbe pietraia, pietra, luogo in quota e deriverebbe dal latino silex (selce).

Nei secoli passati, nelle campagne circostanti, estese superfici di terra, spietrate dall’uomo dopo secoli di duro e incessante lavoro, erano coltivate a grano, segale e canapa; il foraggio necessario alle tante bovine allevate nel villaggio era ricavato da terreni situati nei pressi dei boschi che formano una bellissima cornice a questo centro caratterizzato da numerose costruzioni in pietra e legno che sono, ancora oggi, armoniosamente inserite nell’ambiente.


Numerosissime sono le testimonianze relative a Salirod, e ai suoi abitanti, che si ricavano dai vecchi documenti e che testimoniano terre intensamente lavorate e una comunità di villaggio dinamica e laboriosa: tali Chadel, Ravet e Isabellon, citati nel 1393, risultano impegnati alla titanica costruzione del canale Courtaud unitamente ad Antoine Martinod e Pierre de Yano (Déanoz) de Laloyana che rivestono invece incarichi direzionali nel direttivo dell’Associazione; nel 1422, unitamente ad altri capifamiglia della collina, numerosi abitanti di questo villaggio sottoscrivono, per fini fiscali, una reconnaissance concernente proprietà fondiarie da essi lavorate ormai da numerosissime generazioni. Nel 1467 Boninus de Salyro è testimone al contratto stipulato tra il mastro Pierre d’Arsyn, lathomus di Saint-Vincent, e i fedeli di Emarèse, concernente la costruzione del nuovo campanile di quella parrocchia. Nel 1748 anche numerosi abitanti di Salirod presenziano, in una sala del Tribunal du bourg de Saint-Vincent, all’atto con cui si procede all’estinzione dei diritti feudali in questo paese.

Ovviamente le testimonianze storiche non si limitano a queste poche citazioni ma ininterrotte proseguono nel corso dei secoli. Il villaggio risulta essere sempre stato intensamente abitato tanto che in una memoria redatta dal parroco A.-P. De Tillier nella metà del 1700, sono indicate come residenti, oltre trenta famiglie; come altri centri rurali, anche questo era dotato di tutte quelle strutture comunitarie necessarie alla popolazione: forno per la panificazione (di cui si segnala un importante progetto di recupero); lavatoi e abbeveratoi; la scuola (fondata verosimilmente nel primo decennio del XIX° secolo e la cappella dedicata a San Bartolomeo (venne fondata nel luglio del 1774 per volontà di Jeanne-Marie Novallet sposa del notaio Jean-François Obert, ma quasi certamente la data si riferisce ad una ricostruzione e ampliamento di un più vecchio edificio per il culto, forse diruto. La data 1713 che compare sul trave maestro confermerebbe questa ipotesi).
Da segnalare su abitazione privata un pregevole affresco protetto da un tetto molto aggettante.
A monte, lungo il corso del torrente sono accertati, nel corso dei secoli, ben sette mulini per la macinatura dei cereali e questo la dice lunga sulla produzione di granaglie.

La viabilità proveniente dal fondovalle e diretta a nord verso il trafficato colle di Joux, o viceversa, era garantita da alcune importanti mulattiere che s’incontravano nel villaggio; alcuni storici locali ricordano inoltre l’importanza della Krämerthal, o strada dei mercanti, in particolare di quelli che commerciavano vino e sale.

Oggi Salirod conta purtroppo pochi residenti ed è insignificante il recupero abitativo di vecchi volumi; per contro si segnalano per la loro bellezza e architettura particolarmente curata, numerose costruzioni che, sembrerebbero essere in alcuni rari casi, riconducibili ad una possibile, seppure insignificante, penetrazione di popolazioni Valser sul nostro territorio collinare.
Il villaggio è stato dotato nel corso degli anni di tutti i moderni servizi: viabilità interna, fognature e un buon impianto di illuminazione.
Purtroppo, per la sua posizione centrale nella regione Valle d’Aosta, a levante della frazione nei decenni passati, sono state posizionate alcune imponenti antenne televisive che hanno certamente fornito un servizio all’utenza, ma di fatto hanno caratterizzato in negativo l’aspetto montano e agreste di questa bellissima frazione di Saint-Vincent.

Dal 1978, nell’edificio che ha ospitato le scuole, si è insediata la Cooperativa Produttori Latte e Fontina Salirod; annualmente in questo caseificio sono conferiti dagli allevatori di Emarèse, Montjovet e Saint-Vincent circa 520.000 litri di latte che lavorati giornalmente producono circa 10/12 forme di pregiata Fontina, nonché burro di panna e altri derivati.
Nel corso del 2001 questa importante realtà agricola ha vinto il premio Lo modon d’or assegnatole da un’importante giuria per la migliore Fontina prodotta in estate.

Il villaggio di Salirod fu scelto come rifugio, durante il periodo della repressione nazi-fascista, da una famiglia di ebrei tedeschi alla ricerca di un luogo sicuro. Dolorosissima e drammatica è la testimonianza raccontata nelle pagine del diario del capofamiglia sfuggito dalla Germania e rifugiatosi con moglie e figlioletto tra la gente di Salirod; il volume: Karl Elsberg, Come sfuggimmo alla Gestapo e alle SS è stato pubblicato e presentato a Saint-Vincent nel 1999 con il patrocinio della locale Biblioteca Comunale, racconta la fuga di un cittadino tedesco privato di ogni cosa: cittadinanza, lavoro, beni e onorabilità. Dopo una terribile odissea in diversi paesi europei alla disperata ricerca di pace e di libertà, giungerà nel nostro paese e in seguito salirà nel villaggio di Salirod; qui sarà generosamente assistito dalla poverissima, ma caritatevole comunità di quel villaggio che si attiverà oltre ogni umana possibilità, pur consapevole delle conseguenze che tale disponibilità avrebbe potuto avere per l’incolumità dei residenti.

Tra i personaggi che hanno dato lustro a Salirod e all’intera comunità di Saint-Vincent va senz’altro ricordato l’ecclesiastico Daniel Page. Originario del villaggio e figlio di Pierre e di Marie D’Agnès nacque il 23 agosto 1882; giovanissimo compì gli studi in seminario ad Aosta e nel 1908 entrò nelle Missioni Estere di Milano accompagnato da una lettera dell’allora parroco Louis Alliod che lo definiva …admirable par sa piété, irréprochable dans sa conduite et dans ses mœurs. Ordinato sacerdote partì per l’oriente destinazione Hong-Kong e fu chiamato a dirigere il locale Seminario. Attivo in tutti i campi era felice quando poteva condurre la vita che egli stesso definiva “da zingaro”; patì la fame e la prigionia nonché tutte le privazioni del caso e si ammalò. Rientrò in Italia nel 1953 e in quel periodo si attivò, con lasciti, per il mantenimento economico della cappella di Salirod. Ripartito per la Cina, nella sua missione, rese la sua anima a Dio il 25 luglio 1959 e le sue spoglie riposano oggi nel cimitero cattolico di Happy Valley.

Questa frazione, esistente a circa 470 m. slm. è posizionata nella parte più meridionale dell’intero territorio comunale di Saint-Vincent.
Lo sviluppo edilizio della frazione si presenta a forma di T rovesciata; nella parte bassa una lunga e compatta fila di case si congiunge ad un'altra serie di abitazioni che si incuneano in salita all’interno di un valloncello.
Fino ad alcuni decenni or sono Tenso era densamente abitato mentre ai nostri giorni solo poche famiglie risiedono in quell’esteso agglomerato situato non distante dal fiume Dora e vicinissimo alla ferrovia.

Il toponimo fin dalle più vecchie carte si mantiene quasi inalterato: Tensoz, Teinso e Tensioz.

Curiosi i cognomi della maggioranza delle famiglie di Tenso che tradiscono origini storicamente non rapportabili al nostro comune ma hanno invece radici riconducibili alle frazioni poste sulla montagna e sul lato opposto del fiume: Dujean, Bonjean, Hérin, Gabignon, Ducugnon, Sucquet e Jacquemet.


La gente di quell’abitato, edificato alla base di colline sabbiose, ha saputo saggiamente sfruttare un territorio non particolarmente ambito; le famiglie stanziate in quel grande centro hanno basato per secoli la loro economia sugli estesi vigneti retrostanti le abitazioni e sull’allevamento del bestiame che era condotto al pascolo nella pianura che dolcemente declina verso il fiume; nel corso dei secoli le acque della Dora si sono frequentemente riversate sulle campagne depositando sabbia e detriti o asportando grandi superfici di terra, così com’è purtroppo accaduto durante la terribile alluvione del duemila.

La comunità di quel villaggio, formata soprattutto da famiglie che nella stagione estiva salivano con il bestiame nelle natie frazioni di Bellecombe (Châtillon), Rodoz e Gettaz (Montjovet), ha però saputo convivere con il fiume sul quale ha costruito un’ardita struttura che per secoli ha consentito l’agevole transito di uomini, merci e mandrie di animali, in particolare ovini e caprini.

Il ponte e Tenso hanno una storia strettamente collegata e in memoria di questi fedeli animali, il manufatto ormai da tantissimo tempo è noto con il nome di Ponte delle Capre; questa struttura, simbolo per eccellenza della mobilità dei nostri padri, vide probabilmente passare con grande fretta e fuggiasco l’ultimo signore del castello di Ussel, che le leggende vogliono cacciato dal suo maniero dai tanti feudatari che egli vessava con pesanti tassazioni e gabelle.
Non è dato sapere quanto la leggenda corrisponda alla realtà; ciò che invece appare indubbio è la straordinaria bellezza della silhouette del ponte, per secoli unica struttura di congiunzione tra i feudi di Montjovet, Ussel e Châtillon.
L’odierno sviluppo del manufatto ancora totalmente in legno, poggia su due mammelloni di roccia esistenti nella stretta gola.

Non è nota la data della primitiva costruzione del ponte ma le carte depositate negli archivi raccontano di frequenti lavori di rifacimento e di consolidamento, i cui costi furono sempre sostenuti dalle comunità di Montjovet, Châtillon e Saint-Vincent.
L’ultimo grande intervento fu realizzato dalla Comunità Montana Monte Cervino alla fine del ventesimo secolo.
Su questo ponte, verso la metà del secolo scorso furono “girate” alcune scene del film Guglielmo Tell; la scelta di tale ambiente fu favorita dalla natura che qui si presentava intatta, con un fiume quasi “arrabbiato” perché costretto a scorrere compresso tra ardite pareti di roccia che sembrano liberarlo solo al termine delle strette gole sottostanti l’antico castello di Saint-Germain.
Ma la tranquillità di questo angolo di natura era già stata sconvolta molto tempo prima dell’arrivo della “troupe” cinematografica; era l’estate del 1886 e dopo lavori durati alcuni anni si stavano finalmente completando i lavori e i collaudi della nuova linea ferroviaria Ivrea-Aosta che in prossimità dell’abitato di Tenso aveva visto sorgere un elegante edificio dotato di sale d’attesa, uffici e abitazione per le maestranze.
Certamente per questo villaggio le cose dovettero cambiare molto; il secolare isolamento si stava concludendo e centinaia di persone scendevano quotidianamente dai treni per essere accolti dalle decine di carrozze trainate da cavalli che scendevano fin laggiù per trasportare la ricca borghesia fino agli alberghi e alle Terme del nostro paese.
Ben presto fu costruita una strada che dal borgo scendeva fino alla stazione ferroviaria mentre forse già fin d’allora a Tenso fu edificata una locanda per i tanti “forestieri” giunti in treno.
Poco meno di ottant’anni dopo la tranquillità del villaggio fu nuovamente scossa da un’altra opera avente respiro internazionale: l’autostrada.

Nelle campagne a valle della frazione furono realizzati delle strutture, in forma provvisoria, che accolsero al loro interno uffici, mense e alloggi per le numerosissime maestranze impegnate nella costruzione dell’importante arteria.
La presenza di tante persone diede anche un discreto impulso economico a Tenso; ricorda una testimonianza raccolta oralmente che i responsabili delle mense acquistavano presso le famiglie, verdure, patate e vino. Ma ricorda anche i volti dei tanti operai che al termine della giornata si recavano alla locanda per chiacchierare o bere un buon bicchiere di vino tra animate partite a carte.
Poi, inevitabilmente, la frazione si spopolò e oggi molte case vuote sono mute testimoni di un passato molto attivo e laborioso.

In questo villaggio, sprovvisto di scuola, erano invece presenti altri manufatti di carattere comunitario: il forno (oggi necessitante di intervento manutentivo) e il torchio per la vinaccia. Dagli archivi parrocchiali si apprende che verso la fine dell’ottocento il maestoso trave in noce del vecchio torchio fu acquistato e dalla sua trasformazione si è proceduto alla costruzione della meravigliosa porta dell’ingresso maggiore della chiesa parrocchiale di Saint-Vincent.
Nel villaggio, grazie ad un voto fatto dalla famiglia Dujean, fu edificato anche un piccolo Oratorio, dedicato alla Vergine, che porta sulla facciata un’invocazione alla Madonna e l’anno di costruzione: 1887.
Presso questa importante testimonianza di fede sostava annualmente la “Processione delle Vigne” che qui giungeva dopo aver visitato altri importanti impianti viticoli del nostro paese; il compianto André Ferré, in memoria della processione e delle tante pergole che un tempo coprivano i piccoli sentieri interni della frazione, ci ha lasciato un bellissimo racconto ambientato proprio a Tenso, dal titolo La procession des vignes.
Dagli archivi si apprende che verso la fine dell’ottocento era stata realizzata nelle campagne di Tenso una fornace presso cui erano realizzate le migliaia di mattoni necessari alle gallerie della costruenda ferrovia; nello stesso periodo si stavano realizzando anche i lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale. Risulta che alcune migliaia di mattoni necessari al cantiere della chiesa, furono trasferiti dalla fornace a quest’ultimo cantiere con il metodo del “passamano”; per alcune domeniche, al termine della messa, una lunga fila di uomini, donne e ragazzi si posizionò passandosi di mano in mano i mattoni. In una memoria depositata in parrocchia un nostro parroco scrive: lo spettacolo era davvero grandioso e al termine non fu segnalato alcun ferimento a persone o danni a cose!

Il personaggio di Tenso è senza dubbio l’eclettico Riccardo Anselmi che dopo aver trascorso la sua vita lavorativa con incarichi dirigenziali presso importanti Case da Gioco e dopo aver scritto l’interessante libro Giochi d’azzardo nel mondo ha deciso di concentrarsi sugli studi matematici e, probabilmente anche a seguito di questo, ha iniziato a studiare “il tempo” concentrandosi sulle meridiane; nella frazione si notano infatti alcuni suoi pregevoli lavori realizzati su alcune abitazioni.
E’ probabile che numerose persone non abbiano mai inteso parlare di questa minuscola frazione posta nella parte bassa del territorio di Saint-Vincent. Nell’iniziare questo scritto mi sono tornate in mente rimembranze scolastiche e la poesia Rio Bo di Aldo Palazzeschi. Il citato autore descrive un paese piccolissimo dove non c’è assolutamente nulla: Rio Bo è infatti composto solo da …tre casettine dal tetto aguzzo, un verde praticello e un esiguo ruscello… Ma su tutto veglia una stella, una grande stella che veglia su tutto e tutto illumina.

Torrent-Sec è in un qualche modo così piccolo da non avere a prima vista nulla da dire o da raccontare. Eppure questo piccolo centro posto a circa 480 metri slm. ha una sua storia, un suo territorio e una sua localizzazione ben definita all’interno del Comune di Saint-Vincent.
Le poche dimore che compongono il villaggio furono edificate molti secoli fa a ridosso di colline sabbiose; queste, in epoca pleistocenica, costituivano le rive del lago di Saint-Vincent che si era formato a causa di un grande smottamento avvenuto sulla montagna prospiciente l’attuale castello di Montjovet.

L’origine del toponimo non è nota, anche se si è indotti a pensare che questo derivi dal cambio del corso del torrente Grand-Valey che ormai da secoli scorre a ponente.
Torrent-Sec è stato preferito fin da antica data dai viticoltori di questo paese che sulle sabbiose colline poste al riparo dai freddi venti del nord impiantarono enormi ed ininterrotti vigneti.
Qui, le famiglie Bordano, Prette, Guillet, Vuillerminaz, Torrent, Séris, Carlon Isabellon, Trèves e altri, impiantarono su arditi terrazzamenti, viti autoctone e di ottima qualità che garantivano vini di prestigio e di ottima qualità.

Negli anni passati, sui fianchi delle colline furono aperte delle piccole cave per l’estrazione di materiale da utilizzare nelle costruzione delle case. Il pianoro a valle dell’abitato, e che dolcemente degrada verso la Dora, risulta sempre essere stato coltivato a foraggio.

Le famiglie che oggi abitano il villaggio sono quasi tutte provenienti da altre zone del territorio o da comuni limitrofi e questo induce a pensare che originariamente a Torrent-Sec, forse in epoca medievale, forse prima, era stata costruita una grangia con annessi locali per la lavorazione e conservazione dei prodotti della terra e solo in epoche successive nel piccolo villaggio si stabilizzarono stabilmente delle famiglie.
La più antica traccia documentale relativa a Torrent-Sec risale al 24 dicembre 1376 ed è contenuta in una reconnaissance rogata dal notaio Johannes de Agacio. Nella carta Johannes Cerstyan riconosce di lavorare, unitamente alla moglie Agnese, …unam peciam terre, prati et vinee, iacentem in territorio Sancti Vincentii loco dicto Torrent-Sec. La proprietà in questione sembra comprendere tutto il territorio e i suoi confini raggiungono addirittura la …via publica del borgo di Saint-Vincent.
Sappiamo inoltre che in quella località vi erano dei vigneti gravati fin da antichissima data da rendite dirette a strutture presenti sul territorio di Saint-Vincent; è il caso dell’hospitale che accoglieva i pellegrini e i viandanti sulla via Francigena e di cui abbiamo menzione fin dal XIV° secolo. La proprietà di quello stabile apparteneva alla Collegiata di Saint Gilles di Verrès ed è quindi assai probabile che almeno una parte del prelibato vino prodotto a Torrent-Sec fosse destinato a quei religiosi.
Abbiamo quindi, fin da antichissima data, conferma dell’importanza del territorio e delle già citate culture viticole; ma certo i dati più concreti e precisi si ricavano dai registri parcellari del Catasto Sardo: su queste pagine redatte nella metà del 1700 si notano grandi superfici di vigneti nel territorio di Torrent-Sec.

Ai nostri giorni, purtroppo, molte cose sono cambiate e solo poche migliaia di metri quadrati di territorio, sono ancora coltivati a vite; il resto è stato riconvertito a foraggio o in numerosissimi casi è stato semplicemente abbandonato.
Per secoli l’unico collegamento commerciale e pedonale con il borgo avvenne sulla ripida mulattiera che insinuandosi in un vallone, raggiunge l’abitato di Champbilly. Sul finire degli anni settanta fu costruita una strada che si collega alla strada di Tenso.
Alla fine del XIX° secolo la quiete di questo piccolo centro fu scossa dalla costruzione della ferrovia che occupò, con terrapieno, parte del pianoro; ad un certo punto il tracciato originale dell’opera fu modificato e del primitivo percorso resta una galleria di quasi centro metri alla base di una collina.

Torrent-Sec
è oggi abitato da oltre trenta persone che sono in parte dedite all’agricoltura e all’allevamento e altre risultano invece occupate nel terziario.
I volumi abitativi sono stati in parte recuperati nel corso degli ultimi anni mentre altri lo sono ai nostri giorni. Principale e decennale problema della località fu l’approvvigionamento idrico affidato nel tempo ad una non sempre fedele sorgente.
Oggi la situazione generale dei servizi è discreta anche se interventi sono necessari alla pavimentazione stradale e ad una revisione e miglioramento dei punti luce.
A Torrent-Sec non sono presenti edifici comunitari quali il torchio per la pressatura delle vinacce, la latteria ternaria o il forno per la panificazione (ne esiste uno ma è privato!). Una testimonianza orale ci informa però che alla fine del XIX° secolo vivevano nella frazione due anziane sorelle di nome Mellé che nella loro stalla insegnavano ai ragazzini i primi rudimenti dell’ABC.

Prima di concludere vorrei ancora dire che questa frazione ha dato i natali ad un personaggio di grande spicco della politica valdostana: l’avvocato Cesare Dujany.
Per oltre trent’anni è stato Consigliere Regionale e più volte ha ricoperto la carica di Assessore.
Dal 1970 al 1974 è stato Presidente della Giunta Regionale e dal 1979 al 1987 il “ragazzo di Torrent-Sec” sedeva a Montecitorio come Deputato.
Dal 1987 fino al 1995 l’Avvocato Dujany era a Roma a rappresentare la Valle d’Aosta in qualità di Senatore della Repubblica.

Arroccato su di una strapiombante parete rocciosa all’interno delle gole entro cui scorre il torrente Grand-Valey, e a una quota di circa 900 metri slm., si erge quasi come un solitario maniero, un corpo d’abitazioni denominato Tréan, di cui sembrano mancare totalmente informazioni storiche e di cui tuttora sfugge l’etimologia.
Numerosi cittadini di Saint-Vincent ritengono che tale gruppo di case non sia localizzato sul nostro territorio; è pur vero che siamo nei pressi della grande area del Comune di Châtillon utilizzata come Campo dei Giochi Tradizionali, ma è altrettanto vero che, quasi come un’enclave, il confine del nostro comune si insinua ad occidente fin oltre le strette gole del Grand-Valey, comprendendo di fatto anche queste abitazioni, oggi visitate solo dai tanti animali del bosco e in particolare dai cinghiali che sembra abbiano trovato il loro habitat preferito.

Questa località forzatamente deve incutere un certo timore di notte o durante lo scorrere minaccioso delle acque del sottostante torrente soprattutto dopo improvvisi o persistenti piovaschi; già il Prof. André Ferré in un suo scritto parla di una località che è … aride et rocailleuse (…) une sensation désolante se dégage des pierres et des éboulis rocheux sur lesquels pèse une solitude qui vous saisit…
Certamente gli immobili costruiti gli uni sugli altri su quel grande mammellone di roccia, sono al sicuro dalle possibili, e purtroppo non infrequenti piene del corso d’acqua, ma ciò non impedisce, recandosi in visita a queste rovine, di provare un certo timore. Il panorama che si gode da questa località è comunque degno di nota, anche se si raccomanda ad un eventuale visitatore molta prudenza e attenzione durante il cammino; la possibilità di scivolare a valle è concreta!

I sentieri che raggiungono queste abitazioni sono due e si dipartono uno dal vicino Campo dei Giochi Tradizionali di Châtillon e l’altro in prossimità del villaggio di Dizeille di Saint-Vincent.
Nel primo caso si attraversa un maestoso bosco di giganteschi castagni (caratterizzato da numerosi muretti in pietra che sorreggono piccole superfici di terra che molto probabilmente erano un tempo coltivate a campo) e da prati di ridotte dimensioni un tempo destinati al pascolo. In pochissimi minuti si giunge alle poche case che costituivano l’abitato di Tréan e che sono oggi totalmente abbandonate; intorno ad un corpo d’abitazione principale sono stati edificati altri locali utilizzati sia come abitazione sia come magazzini.
Nel secondo caso, un sentiero oggi quasi irrimediabilmente perso, si dipartiva da Dizeille, scendeva ripido verso il torrente e dopo l’attraversamento del corso d’acqua risaliva la costa opposta con uguale ripidità.

Le mura delle case, rigorosamente in pietra oggi ricoperte da abbondante edera, mostrano i segni degli anni ma sottolineano anche la maestria dei costruttori nell’uso della pietra e del legno; i cantonali perfetti, il pietrame dei muri, un locale per il ricovero del fieno con le pareti in legno, sembrano fondersi armoniosamente con l’ambiente circostante.
I locali degli edifici risalenti forse al tardo settecento, mostrano la loro destinazione d’uso: cucina, camere da letto, cantine, fienili e forse un tempo in quella frazione, era addirittura presente un forno per la panificazione.
Addossate alle mura di una casa vi sono due bacini in cemento utilizzati come lavatoi e abbeveratoi e questa presenza conferma che coloro che abitavano a Tréan avevano l’acqua ricercata presumibilmente in qualche anfratto della roccia. Insomma, sembra di poter affermare che lassù c’era tutto quanto serviva ad una famiglia per potervi abitare stabilmente. Non distanti, ma in posizione decisamente migliore, dovevano esserci i vigneti dei quali si hanno ancora oggi riferimenti nei terreni posti attorno all’area destinata dalla municipalità di Châtillon ai giochi tradizionali.
Certamente chi abitava a Tréan non doveva soffrire di vertigini perché tra le ridottissime superfici di terra pertinenti le case (e un tempo destinate a colture orticole) e le sottostanti pareti di roccia che hanno fine solo nei pressi del torrente, non sembrano esserci protezioni naturali o artificiali.
Gli stessi piccoli pascoli a monte delle costruzioni, che assomigliano a scoscesi privi di ogni “appetibilità”, sembrano un attentato alle leggi della fisica e della sicurezza.
Eppure le testimonianze orali informano che tra quelle mura si abitava tutto l’anno, certamente nella più completa solitudine, ma effettivamente al sicuro dalle debordanti e pericolose acque del Grand-Valey.
Verosimilmente il bosco era un tempo meno invasivo di oggi per cui in ogni piccola superficie di terra pianeggiante erano messi a dimora i cereali e altri prodotti orticoli e le poche mucche, ma forse dovremmo parlare solamente di ovini e di caprini, erano sicuramente pascolate nelle superfici oggi occupate dai maestosi castagni.
La sola attività ipotizzata per gli antichi abitatori di quelle case poste su quel nido d’aquile è quella legata allo sfruttamento del bosco e quindi alla preparazione del legname da lavoro. Per contro pare verosimile parlare anche di un’attività strettamente collegata: la fabbricazione del carbone; conferma a questa ipotesi sembrerebbe provenire dai ristretti pianori su cui si notano corposi sedimenti carboniferi. Se ciò corrispondesse al vero si avrebbe risposta circa la domanda sulla presenza dell’uomo in una località tanto isolata, ostile e praticamente priva di terra fertile.
Antico nucleo frazionale posto a levante quasi sui confini territoriali del nostro Comune.

Il toponimo di questo villaggio, posto a 685 m. slm., è senza dubbio da ricondurre all’ambiente in cui sono state edificate queste abitazioni e alla presenza di un piccolo valloncello (da cui ha origine la radice Val, completata nel XVIII secolo dalla parola Valére).

Queste antiche case, oggi nascoste tra maestosi alberi di castagno, erano un tempo molto abitate da famiglie che sembrerebbero essersi radicate in quella località per presidiare i tanti vigneti presenti in loco: nei secoli passati anche le superfici occupate ai nostri giorni dagli imponenti castagni erano intensamente coltivate e su arditi terrazzamenti visibili ancora oggi, prosperavano vitigni che garantivano specialissimi vini.
Certamente l’economia delle famiglie era anche sostenuta dalle colture cerealicole praticate sulla collina (in specifico a Salirod, Lenty, Grand e Petit Rhun); le cronache orali raccontano che numerosi residenti abitavano questo villaggio in modo discontinuo e questo era dovuto alle stagioni e alle coltivazioni: in estate si saliva in montagna (portandosi naturalmente le mucche e eventuali ovicaprini) mentre solitamente la primavera e l’autunno richiedevano una presenza nel villaggio di Valyre per meglio seguire i lavori e le necessità delle viti.
Come già detto la viticoltura aveva in questa frazione grande importanza se si considera che già sulle pagine del Catasto Sardo (1770 circa) si accerta la presenza nel villaggio di un torchio per le vinacce che all’epoca era gestito e utilizzato da alcune famiglie (tra cui l’estinta famiglia Duloup) che naturalmente garantivano le manutenzioni; in merito a questo importante complemento al lavoro dell’uomo, non si hanno altre informazioni e indicazioni ma verosimilmente presumiamo che fosse simile a tutti gli altri funzionanti all’epoca sul nostro territorio. Il torchio venne dimesso in epoca imprecisata e le poche testimonianze orali raccolte presso gli anziani raccontano che, a loro memoria, le vinacce erano portate a Cillian servendosi di robuste gerle e di botticelle per il trasporto dei liquidi. La transumanza (se ci è permesso utilizzare questa parola) era compiuta su diversi percorsi ma in particolare si camminava su una erta mulattiera che tra boschi prosperosi e percorsi “aperti” raggiunge le alte frazioni del comune.
A lato di questa strada pedonale, poco a monte del villaggio, fu edificato un oratorio nella seconda metà dell’ottocento (e a seguito di un voto attivato da Laurent Pol); il devoto promotore dell’iniziativa pose questa cristiana testimonianza sotto la protezione della Madonna e per meglio ottemperare alle sue volontà depose all’interno della costruzione una bellissima statua della Vergine in legno di noce policromo risalente alla fine del XVIII secolo. Raccontano le testimonianze orali che in quell’oratorio Maria avrebbe addirittura operato alcune guarigioni; la statua che ha un grande valore commerciale e soprattutto affettivo, è stata recentemente ritirata perché possibile oggetto di furto ma per volontà della famiglia torna nel “suo” oratorio durante il mese di maggio per essere al centro della devozione delle persone che davanti al sacro manufatto si riuniscono per pregare.
A Valyre, negli scorsi decenni sono state recuperate nei loro volumi abitativi molte case e questo grazie anche alla comodità della strada asfaltata che lambisce le antiche case e che si conclude con un piccolo piazzale per le autovetture; vi è comunque da aggiungere che una buona parte del comprensorio è stata invasa da nuove costruzioni destinate all’edilizia residenziale e questo grazie a questa parte del territorio particolarmente riparata dai venti freddi e ben esposta al sole.
Si tratta di un piccolo e minuto villaggio posto a metà strada tra il borgo di Saint-Vincent e il Colle di Joux a poco meno di mille metri slm.; la frazione è posizionata all’interno di un piccolo canalone che sembra essere stato denominato nell’antichità Magnana; da qui avrebbe preso il nome di Valmignana.
Le informazioni storiche concernenti questo villaggio sono decisamente molto antiche e ci informano che anche i residenti furono frequentemente sottoposti a reconnaissances, cioè ad atti di natura patrimoniale a fini fiscali attivate dai signori del feudo di Saint-Vincent; in particolare vanno ricordati quelli del 1599 e del 1656.

L’asperità del terreno nelle campagne circostanti non ha permesso ai residenti di Valmignana di dedicarsi in modo intensivo alla coltura dei cereali, cosa che invece hanno fatto quasi tutti gli altri villaggi della nostra collina. Per contro i campi appartenenti alle genti di Valmignana erano situati nelle campagne di Lerinon, di Dizeille e di Perrière.
Ma l’economia di questa piccola frazione era senz’altro legata anche al castagno e al suo prelibato e ricco frutto, per secoli utilizzato come pane e come moneta di scambio; si ritiene inoltre indispensabile ricordare il noce.
Questa pianta d’alto fusto era particolarmente indispensabile per l’economia delle famiglie che dal frutto traevano il prezioso olio necessario presumibilmente anche alla povera alimentazione dell’epoca. Ma da questa pianta si ricavava soprattutto il legname utilizzato per costruire mobilio di pregio, portali per chiese e cappelle e, infine, per l’arte statuaria religiosa.
Dalla lettura delle vecchie carte siamo anche informati di un’altra coltura che per lungo tempo fu certamente molto praticata: la canapa. Il villaggio aveva nei suoi dintorni numerose piccole sorgenti che formavano dei piccoli acquitrini denominati chenevrier dentro i quali si coltivava la canapa. La canapa dopo opportune lavorazioni serviva per confezionare abiti e telerie per la casa.

L’abitato è formato da poche case tutte di piccole dimensioni, alcune molto antiche, addossate tra loro quasi a proteggersi dal freddo e dai venti, e tutto questo malgrado il villaggio sia stato edificato in posizione riparata; unica eccezione è un grande edificio di straordinaria bellezza e fattura risalente al XVII° secolo. La costruzione richiama alla mente edifici simili esistenti nelle valli di Ayas e di Gressoney e, per estensione, i loro costruttori: popolazioni di probabile origine tedesca; nel villaggio sono anche presenti alcuni rascards, uno dei quali è stato restaurato negli anni passati con particolare passione e maestria.
A Valmignana non vi erano le scuole e questo a causa del ridotto numero di residenti; i bambini si recavano per le lezioni nella scuola situata nel vicino villaggio di Grun che fu istituita per volontà dell’allora parroco Jean-Baptiste Freppaz nel corso dell’anno 1812.
Nel villaggio non è neppure presente una cappella o un oratorio ma, il Santuario dell’Immacolata presente a Grun, sopperiva certamente a tale mancanza; vi è peraltro da aggiungere che quando questo fu fondato nel lontano 1722 dal Rev. Pierre Bréan furono proprio i residenti di Valmignana a farsi carico delle spese di costruzione e mantenimento così come testimoniato dall’atto di convenzione sottoscritto da 18 persone di questo villaggio di cui 14 aventi cognome Séris e 4 Mellé (sulla storia del Santuario: P.-G. Crétier, La fede dei semplici, Ao., 1999). In fondo al vallone a sud di Valmignana vi è anche un piccolo oratorio riedificato nel 1892 per volontà di Gilles Séris di Grun che lo volle titolare all’Immacolata; in realtà questo piccolo manufatto sarebbe stato costruito su di un precedente oratorio voluto dal Rev. Pierre Bréan nel 1722. Dalla documentazione relativa sembrerebbe di capire che in realtà questa sacra edicola doveva essere la prima di una serie di simili manufatti da erigersi lungo la mulattiera che sale da Moron e, in questo modo, avrebbero accompagnato il devoto e il penitente nel suo cammino di avvicinamento al Santuario di Grun.
Unico edificio di interesse comunitario è il forno per la panificazione che si trova nella parte bassa del villaggio; restaurato negli scorsi anni dai residenti con il concorso economico della locale Amministrazione Comunale è però rimasto tristemente inutilizzato.

A causa della legge dei grandi numeri sembrerebbe difficile individuare in questo piccolo centro un particolare personaggio; ebbene, seppure non famosa, vi è una persona che si ritiene di ricordare: Marie-Thérèse Mellé (*1873 - †1948). Costei, figlia di Grat-Victor e di Marie Cathérine Berger, nubile e con gravi problemi di deambulazione, diventerà, molto giovane, maestra elementare e dedicherà tutta la sua vita all’insegnamento, in particolare nelle scuole del villaggio di Moron, mettendo alla base di tutto la morale religiosa frutto di una personale grande fede che la porterà nel 1911 a donare, in fase testamentaria, una grande parte dei suoi beni alla locale Parrocchia e denaro al Seminario Vescovile d’Aosta senza peraltro dimenticare il Santuario di Grun cui anche i suoi progenitori avevano contribuito all’innalzamento e che per una lunga serie di ragioni era fortemente rimasto nel cuore dei Mellé.
Per molte persone il nome di questa località evoca soltanto una domanda: dove si trova? Questo insieme di case, posto a circa 430 m. slm., è ubicato nella parte finale bassa del canalone entro cui scorre il torrente Cillian; le case che compongono Valpellana, malgrado siano poco a monte del periodicamente capriccioso fiume Dora, sono state edificate in posizione decisamente sicura e abbiamo certezza che nel tempo le famiglie che qui abitavano stabilmente non si siano mai preoccupate più di quel tanto per gli umori del vicino torrente Cillian e per le piene del grande fiume.

Descrivere Valpellana come un villaggio è sicuramente errato in quanto è composto solamente da tre abitazioni, nessuna delle quali è oggi stabilmente abitata.

Il toponimo Valpellana richiama, nella sua etimologia, il grande vallone a monte ma purtroppo non ne spiega l’origine; per contro è ovvio che la costruzione di case in quel territorio, sostanzialmente difficile e ostico all’uomo, ha una sua ragione d’essere. Tutte le retrostanti colline, costituite da sedimenti sabbiosi formatisi oltre quindicimila anni or sono grazie al lago che si era venuto a creare a seguito di una grande frana che aveva interrotto il regolare scorrere del fiume, sono state antropizzate dall’uomo fin da antica data. Chilometrici muri a secco hanno sostenuto per secoli terrazzamenti su cui con ottimi risultati erano impiantate preziose piante di vite; la conformazione del territorio; il riparo naturale dai venti; l’umidità del vicino fiume e un terreno ghiaioso, hanno favorito la nascita di questo grandissimo territorio un tempo totalmente dedito alla coltura dell’albero il cui succo derivato dai chicchi, opportunamente lavorati, era tanto caro al Patriarca Noé. Si ha ragione di credere che l’insediamento umano sia stato conseguente alla necessità di abitare in prossimità di tale ricco insediamento agricolo, forse per difenderlo o forse solo per poterlo curare meglio.

La grande storia sembra essere passata molto distante da quelle poche case, eppure, a guardare meglio, si scopre che la ferrovia che passa a pochissime decine di metri dalle abitazioni e che fu inaugurata nel 1886 dovette giocoforza aver movimentato non poco la tranquillità di quel minuscolo abitato, nascosto tra rigogliosi vigneti inframezzati da alcune piante di mele o pere.

Per tutto il resto le carte tacciono e la probabile sola citazione di cui disponiamo sembra essere quella relativa all’aggiornamento del catasto dei terreni avvenuto alla fine del XIX secolo; nel biennio compreso tra gli anni 1892 e 1894 si procedette infatti a tale necessaria operazione anche in località Valpellana, così come testimoniano i Verbali di Delimitazione delle Proprietà depositati e conservati presso l’archivio comunale.

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