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Una pod-map è un'audioguida che permette di esplorare un territorio. Qui potete ascoltare i vari contenuti, ma per godere appieno dell'esperienza dove passeggiare tra le vie di Saint-Vincent, cercare i cartelli dei punti di ascolto, inquadrare i QRcode e farvi emozionare!

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À la découverte de Saint-Vincent

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La storia

La storia del territorio di Saint-Vincent parte da epoche lontanissime, quando un lago copriva la maggior parte di queste terre. A seguire rimangono numerose tracce dell'Impero Romano (di qui passava la Via Ad Gallias che collegava Roma ai territori francesi) e, via via risalendo i millenni, ritroviamo Saint-Vincent come località nota nel Medioevo.
Il testo che segue è stato liberamente tratto dagli scritti di Damien Daudry
Edouard Aubert, il famoso scrittore parigino che visitò la Valle d'Aosta nella seconda metà del XIX° secolo così descrive Saint-Vincent: "…ad ogni passo il paesaggio offre orizzonti nuovi, scorci inattesi, effetti di luce che sfuggono a qualsiasi descrizione. Poco faavanzavo tra rupi scure, spoglie, sospeso sull'orlo di un precipizio di cui gli occhi avevano difficoltà a sondare la profondità ed eccomi, ora in una piana boscosa, marciando all'ombra di secolari castagni, distribuiti a macchia su colline coperte di bionde messi…" Proseguendo nello scritto descrive Saint-Vincent come "…spettacolo grandioso e sorridente, luminoso e forte, che riempie il cuore di vive emozioni, fortifica lo spirito e fa pensare a Dio." 
Ecco in poche parole la sintesi e l'anima del nostro paese. Ma già molto tempo prima Jean-Baptiste de Tillier, di nobili origini, Segretario del Ducato d'Aosta e padre della storiografia valdostana così scriveva nel 1721 riferendosi a Saint-Vincent: "…le comté de Montjovet n'etoit autrefois qu'une simple seigneurie composée du bourg et paroisse deSaint-Vincent, une des plus estendues et mellieures terres du Pais d'Aoste, la quelle seule faisoit la moitié de ce mandement…"

Il territorio del nostro paese si estende dai 440 metri della Dora Baltea fino ai 2722 metri della sommità del monte Zerbion; tutta la superficie del territorio comunale si trova all'adret e questo fatto garantisce una lunghissima e buona esposizione al sole. Proprio grazie alla sua posizione al riparo dai freddi venti del nord e per la localizzazione del centro abitato, Saint-Vincent ha ormai da decenni legato il suo nome a quello forse più folcloristico ma certamente concreto, di Riviera delle Alpi

La superficie complessiva del nostro comune è di kmq 20,85. La valle centrale della Dora Baltea che da Pont-Saint-Martin è orientata da sud-est a nord-ovest cambia direzione in prossimità del castello di Saint-Germain per dirigersi in senso est-ovest verso Aosta. 

Il reverendo P.-L. Vescoz, poliedrico studioso valdostano del XIX° sec. così descrive il territorio di Saint-Vincent: "...le fond de la vallée, silonné par le cours de la Doire, espose successivement aux regards duvoyageur, des campagnes très fertiles et des berceaux de riches vignobles produisant des vins renommés. Les versants offrent unmélange admirable de riantes prairies, de sombres forêts et de terres labourables. Les régions supérieures sont couvertesd'abondants pâturages. (…). Quel paysage embelli présente ce bassin! Au nord le mont Zerbion s'élève comme un immense rideauqui déroule ses plis étend ses bords pour le protéger contre les vents du nord, et y concentrer les rayons de soleil. Au centre setrouve le bourg de Saint-Vincent. Sa situation pittoresque et son climat tempéré font de ce pays un séjour de prédilection." 

Il territorio può essere diviso in tre grandi circoscrizioni: il fondovalle, la zona pianeggiante del borgo e, infine, la collina – o montagne de Saint-Vincent -, così definita da secoli sulle vecchie carte. Il fondovalle, oltre diecimila anni or sono, era occupato dalle acque di un lago formatosi dall'ostruzione del corso della Dora nei pressi del castello di Saint-Germain; le acque, che si estendevano fino alle porte di Aosta, lambivano le campagne sottostanti il borgo e dovevano quasi certamente coprire i territori oggi occupati dal cimitero e dal campo sportivo. Non abbiamo invece dati sul borgo o comunque sul primitivo insediamento che verosimilmente doveva sorgere sulle rive del lago. La collina che nasce a ridosso del paese raggiunge ora in modo dolce, ora in modo scosceso, i 1565 s.l.m. del colle di Joux e i 2722 metri del monte Zerbion caratterizzato da grandi canaloni alternati a coni di deiezione e a piccole superfici pianeggianti. Tutto il territorio è stato antropizzato fin da antica data per renderlo coltivabile e fruttifero. Ampie superfici di bosco sono state tagliate e in questi fondi, dopo lo spietramento e la costruzione di terrazzamenti artificiali sostenuti da muri in pietra, si sono creati campi per la coltivazione di cereali. Simpaticamente, ma ciò è reale, i nostri anziani hanno sempre sostenuto che la collina era il granaio di Saint-Vincent. Nella parte bassa, grazie al clima più temperato e alla composizione del terreno, si erano impiantate, su enormi superfici di terra, migliaia di viti per la produzione di vini, la cui qualità come abbiamo visto era nota e decantata anche dall'abbé P.-L. Vescoz. Sul territorio del comune di Saint-Vincent vi sono cinquantaquattro villaggi di diversa estensione in cui tutt'oggi vivono circa mille duecento persone pari ad un quarto circa della popolazione residente.
René Willien nel suo volume Saint-Vincent scriveva, oltre quarant’anni fa, a proposito del territorio del nostro Comune : « Les grands placards publicitaires ont l’habitude de présenter Saint-Vincent et sa conque avec l’appellatif de Riviera delle Alpi. Il n’est pas exagéré d’affirmer qu’autrefois cette Commune – ou pour le moins sa conque – méritait cette attribution. Un lac devait s’étendre jusqu’à la gorge de Montjovet, où la route était barrée par d'énormes parois rocheuses : l’eau en effleurait la partie supérieure et descendait dans la basse vallée en cascades précipitées, tandis que dans le défilé de Pontey le lac était alimenté par les eaux de la Doire et du Marmore.»
Quindi, citando André Ferré, così continua : ( « … un lac qui s’étendait au centre de la Vallée, entre Châtillon, Saint-Vincent et Montjovet d’une part, et Ussel de l’autre… La chaîne du Zerbion abritait la localité des vents froids du nord et la présence de l’eau rendait le climat extrêmement doux…Aussi toute une famille de plantes exotiques des pays méditerranéens avait poussé sur ces bords enchanteurs… »).
E, così conclude : « Lentement, l’eau creusa la roche du côté où le soleil se lève et le lac devint moins profond. Les bois et les prés envahirent bien vite la conque bourbeuse ; puis, les paysant prirent possession des nouvelles terres. »

Oggi sappiamo con certezza che la leggenda, tramandata dagli abitanti del luogo e raccolta da André Ferré, a proposito di un grande lago che ricopriva il bacino della Dora a monte di Champérioux è realmente esistito.
Ricerche scientifiche recenti lo confermano.
Un vastissimo lago si estendeva, alla fine dell’ultimo periodo glaciale, tra 12.000 e 10.000 anni fa, da Champérioux fino a Sarre. Il livello delle acque superava quota 510 sul livello del mare, e queste lambivano quasi il territorio ove, millenni più tardi, sorse il nostro borgo.
Un’enorme frana, staccatasi dal monte Avi, probabilmente al momento stesso del definitivo scioglimento dei ghiacciai, aveva arrestato il corso delle acque che scendevano abbondanti da ogni dove, creando a monte della stretta gola rocciosa di Montjovet un poderoso sbarramento.
A titolo di curiosità segnaliamo anche che un analogo sbarramento si era creato tra Fénis e Nus, ove, su un probabile anfiteatro morenico che già sbarrava il corso della Dora e dei torrenti laterali, si aggiunse un’altra frana di grandi dimensioni, che fece raggiungere al lago a monte una quota di una quindicina di metri superiore alla precedente.
Tra 10.000 e 9.000 anni fa, gli sbarramenti cedettero sotto il peso delle acque ed i nostri laghi si prosciugarono lentamente. La Dora Baltea prese a scorrere sul fondovalle scavandosi un letto tra i detriti alluvionali che nel frattempo avevano riempito il profondo solco scavato dai ghiacciai.
Dalla scomparsa del grande lago, alcuni lunghi millenni dovettero ancora trascorrere, prima che l’uomo facesse la sua comparsa tra le nostre montagne.
Nel nostro Comune non sono ancora state ritrovate tracce del passaggio di cacciatori mesolitici, né di insediamenti permanenti dei primi agricoltori e allevatori del Neolitico.
Possiamo comunque immaginare che Saint-Vincent non costituisce per nulla una eccezione nei confronti del rimanente territorio regionale. Esposta in modo privilegiato al sole, riparata dai gelidi venti del nord dallo Zerbion, come faceva notare il Ferré, ricca di risorse naturali agro-pastorali, collegata da facili vie naturali, quali il Colle di Joux, con la prosperosa valle di Challant-Ayas, adiacente alle ricche zone minerarie di Emarèse e Brusson, la nostra conca ha sicuramente conosciuto molto presto un’antropizzazione importante.
Le più antiche testimonianze oggi note risalgono comunque ad una fase Bronzo finale – prima epoca del Ferro, vale a dire ai primi secoli del primo millennio a.C.
Dagli scavi condotti da Rosanna Mollo nell’area della chiesa parrocchiale di San Vincenzo, sotto l’insediamento romano, sono venuti alla luce resti di strutture abitative con murature a secco che hanno restituito «olle ovoidi e vasi situliformi cilindrici di grandi dimensioni a fondo piano o a tacco, in terracotta…, di colore bruno-grigiastro e decorata a cordoni rilevati a sezione triangolare».
Ad epoca protostorica indeterminata sono pure ascritti un non meglio specificato insediamento in località Cillian-Feilley, zona fra l’altro ricca di numerose rocce a coppelle, e tre tombe a cista, in lastroni grezzi, rinvenute e distrutte, anni addietro, in occasione dell’ampliamento della Casa della Divina Provvidenza. Queste ultime tombe, per quel che ci è dato di sapere, potrebbero però essere tombe a cista ben più antiche, del tipo Chamblandes, simili a quelle di Vollein, e quindi risalire al Neolitico.
Ad un’epoca successiva, definita gallica, di poco precedente o contemporanea ai primi insediamenti romani, risale una tomba, il cui cadavere giaceva in nuda terra, nota come tomba di Champ-des-Vignes, in realtà rinvenuta nel 1913 all’estremità est del Plan-des-Fourches. Alle caviglie dell’inumato, vi erano due armille massicce in bronzo, di tipo vallese, riccamente decorate. I due oggetti, a sezione trapezoidale, leggermente ovali, profondamente incise da motivi oculés e a chevrons, pesavano 720 grammi caduno. Uno di questi bracciali fu lasciato al proprietario del terreno, l’altro deposto al Museo archeologico di Torino.
La presenza dei romani è certamente quella meglio documentata nel nostro territorio.
I monumentali resti del ponte romano sul torrente Cillian, sono un esempio della maestria dei costruttori romani nel realizzare opere pubbliche. Questo ponte, ancora intatto nei primi decenni del 1800, fu studiato dal noto archeologo Carlo Promis che ne rilevò accuratamente l’intera struttura, dandone anche un’accurata descrizione.
Crollò purtroppo in parte nel 1839, sabato 11 maggio secondo il priore Gal, in occasione del terremoto dell' 8 giugno secondo il Promis. Oggi purtroppo rimangono solo, anche se ben conservati lo spallone di sinistra ed un tratto della sostruzione della via di accesso, lungo una ventina di metri.
La strada romana, da questo punto, valicato il torrente Cillian, seguiva grosso modo il tracciato della ex strada statale 26, passando a nord della chiesa parrocchiale, percorrendo la centralissima via Chanoux per poi dirigersi, costeggiando a sud il parco dell’Hôtel Billia, verso la cappella di San Valentino, a monte della quale, già in territorio di Châtillon, sono ancora visibili alcuni metri di sostruzioni.
Lungo questo tracciato vennero alla luce, in epoche diverse, alcune tombe romane.
La prima, rinvenuta nel 1831, a poca distanza dal ponte romano, conteneva due vasi in ceramica, un terzo vaso più piccolo, en terre fine, che conteneva ossa umane bruciate, ed un’ampolla in vetro. Dalla descrizione del canonico Nourissat, è chiaro che si tratta di una tomba a incinerazione.
Sempre lungo la via, ma nella parte opposta rispetto all’attuale abitato di Saint-Vincent, ove ora sorge l’Hôtel Billia, nel 1907, in occasione dello scavo delle fondazioni dello stesso, vennero alla luce alcune tombe di epoca romana contenenti «urne, balsamari, suppellettili». Nello stesso luogo furono pure raccolte un’ampollina fittile rivestita di colore scuro, già conservata nella raccolta privata Rean e poi depositata nel 1932 presso il Museo archeologico di Aosta. Il noto archeologo Piero Barocelli accenna anche ad una lucerna fittile da lui vista, sempre nella raccolta Rean, rinvenuta nel 1907 nello stesso sito.
E’ pure segnalata, sin dal 1889, una tomba tardoromana o barbarica, rinvenuta in località Cinea ( bisogna probabilmente leggere Cisseya, villaggetto oggi distrutto, già situato ove sorge il Casino de la Vallée, sede di un mulino e di una cappella dedicata a san Rocco e a san Giocondo) durante lavori di scavo per la costruzione di una casa.
Composta da lastroni grezzi disposti a coltello e ricoperta di lastre fittili poste a due spioventi, conteneva uno scheletro. Un secondo individuo era sepolto all’esterno, a fianco della tomba. All’interno era pure depositato un vaso fittile, a fianco dell’inumato; un secondo vaso era posto sotto il capo dello stesso. Sul luogo furono pure raccolti una moneta non meglio descritta, due orecchini ed un anello d’oro.
Notevoli strutture murarie, sempre di epoca romana, probabili testimonianze di una ricca villa rustica o di una importante mansio lungo la via, con annesso un impianto termale, vennero alla luce durante gli scavi archeologici iniziati nel 1972 all’interno e nelle immediate vicinanze della chiesa parrocchiale.
L’importante edificio, ortogonale rispetto all’asse della via romana, giaceva, come già detto in precedenza, su costruzioni risalenti alla fine dell’Età del Bronzo o meglio agli inizi di quella del Ferro.
Le strutture più antiche di questo edificio, stando ai rinvenimenti ceramici, risalirebbero alla fine del I° secolo a. C. o agli inizi del II° d. C., proprio al momento della prima romanizzazione della valle e della costruzione della strada.
Su queste sorse tra il II° ed il III° secolo un complesso termale di una certa importanza, al quale si affiancò alla fine del IV° secolo d. C. un edificio absidato, il cui utilizzo non è ancora chiarito del tutto, forse utilizzato anche come primo luogo di culto cristiano. La distruzione del complesso termale avvenne con ogni probabilità agli inizi del V° secolo.
L’uso funerario del luogo, in epoca paleocristiana, è documentato da alcune tombe sovrapposte ai resti dell’edificio termale. Altre tombe, risalenti al VII° - VIII° secolo, che precedono l’impianto della nuova chiesa romanica nel secolo XI° XII, attestano la continuità di questo culto in questo luogo privilegiato.
Nel corso del 1995 è stata trovata in un sottotetto della casa parrocchiale una grande quantità di vecchie carte che dopo la necessaria pulizia dalla polvere sono state sommariamente lette, catalogate e sistemate nell'archivio. Tra questi importanti documenti ne spicca in particolare uno: il Registro delle Sepolture della Parrocchia di Saint-Vincent comprendente il trentennio 1620-1653. Il documento (h. 42 x 16 cm. c.a.) è certamente una rarità in quanto in quelle pagine vi è anche un periodo tristemente noto: quello della peste del 1630-'33. La copertina, in pergamena, è parte di un atto di natura patrimoniale redatto in Aosta il 7 febbraio 1493. L'epoca detta "della Peste" è estremamente confusa e dobbiamo dire che a livello locale di quel periodo specifico conosciamo veramente poco. In campo regionale sappiamo che su una popolazione stimata in circa 105.000 residenti ben due terzi sarebbero morti a causa del terribile morbo. Fu davvero così? I registri anagrafici parrocchiali dell'epoca sono rarissimi e quelli civili erano ancora da inventare così come inesistenti paiono essere cronache coeve al periodo in questione; è quindi doppiamente importante il fortuito ritrovamento del Registro di cui si parla. Il registro deve essere stato sicuramente letto da Mons. J.-A. Duc che ne ha utilizzato il contenuto per la sua monumentale opera sulla storia della Chiesa locale. Tutte le pubblicazioni affermano che l'epidemia ebbe inizio nel 1630 e terminò nel corso del triennio successivo. Ebbene le prime sorprese le abbiamo scorrendo gli anni precedenti il 1630; nel periodo compreso tra il 1620 e il 1628 il numero dei decessi a Saint-Vincent è sostanzialmente stabile, e varia da trenta a quaranta. Non sappiamo quanti fossero all'epoca i residenti, ma la stabilità delle cifre delle sepolture indica un periodo sostanzialmente tranquillo e indenne da morie causate da pestilenze o guerre. La situazione evolve nel nostro paese nel tardo autunno dell'anno 1628 al punto che nella sola seconda metà del mese di dicembre gli interrati risultano essere otto (percentuale altissima e assolutamente anormale per una piccola comunità quale la nostra). L'anno successivo il numero sale in concomitanza con la stagione calda e il probabile dilagare del contagio del male; nel solo mese di luglio si contano tredici sepolture e altrettante sono il mese successivo. Il totale dei defunti relativo all'anno 1629 ammonta a 78 decessi ed è quindi chiaro il raddoppio rispetto all'anno precedente. Un'alta percentuale si registra ancora nei primissimi mesi del 1630 ma il totale annuo assomma a "sole" 21 inumazioni; dobbiamo però tenere conto del fatto che non vi sono registrazioni dal maggio 1630, data in cui il registro si interrompe, fino al mese di agosto dell'anno successivo epoca in cui si contano otto sepolture avvenute tutte nel secondo semestre. Dopo la ripresa le registrazioni sono effettuate da mano diversa dalla precedente e l'insieme dello scritto è caratterizzato da cancellature, date non cronologicamente consecutive e altre cose che fanno ad una situazione confusa e estremamente frammentata. Don Hosquet nella sua pubblicazione ci informa che nel corso del 1633 il parroco Jean Du Praz morì appestato; il registro pur non riportando firme fino al 1631 si presta ad una lettura diversa delle date e delle persone e indicherebbe che in realtà il sacerdote sarebbe deceduto tra il 1630 e l'anno successivo (verosimilmente dopo il 25 maggio 1630). L'anno 1632 risulta essere un groviglio di registrazioni per nulla coerenti ma disposte in ordine sparso quasi che il redattore fosse stato informato del fatto solo in fasi successive. In quel periodo, contrariamente a quanto avvenuto prima, il redattore (tale François Cappelin) firma il registro; questa persona sembrerebbe essere un frate, forse dirottato temporaneamente a Saint-Vincent da qualche convento a seguito del decesso del responsabile spirituale della comunità. Caratteristica di quel periodo è una maggiore precisione nella redazione degli atti; i defunti sono indicati con il nome e per esteso, luogo di residenza e addirittura si cita, ma solo in taluni casi, il luogo della sepoltura. Detto questo vi sono molti altri aspetti che meritano di essere evidenziati; di tutti priorità spetta sicuramente al fatto che la causa di morte non è assolutamente mai spiegata così come l'età che non compare mai. Il testo si limita ad un lapidario X Y fu sepolto(a) il giorno X del mese di Y dell'anno Z. Addirittura fino al 1632 non è neppure detto se nel registro sono annotati tutti i defunti della parrocchia (quindi Moron e frazioni collinari comprese) o se le sepolture sono riferibili solo al borgo e alle frazioni limitrofe. In un solo caso, ma questa è davvero una rarità, è detto che Martin Merlet, è stato sepolto il giorno 6 ottobre 1632 e che il citato è morto in «dolio vini». Il redattore intende dire che costui stava eseguendo la pigiatura delle vinacce all'interno di un tino (e la data autunnale del decesso conferma questa ipotesi) quando a causa delle esalazioni del mosto è deceduto. Lacune, imprecisioni e situazioni indefinite sono comunque una costante nel testo e confermano come all'epoca la terribile pestilenza dovette davvero sconvolgere fino alla radice sociale non solo il nostro paese ma tutta l'Italia; effetti questi che ci procurano incompletezza, disinformazione e buio documentale. Concludendo si può affermare che il nostro paese e la nostra comunità non furono affatto immuni dal terribile morbo ma che anzi, a differenza di altri centri valdostani, a Saint-Vincent la peste ebbe uno sviluppo repentino e devastante fin dal dicembre del 1628 (favorito certamente dal fatto che il nostro borgo era posto su una grande via di comunicazione internazionale). Sul Registro risultano poi annotate solo le sepolture e non i decessi per cui, anche se la cosa può essere inverosimile, non sono da escludere altre morti con inumazioni avvenute in terra non consacrata o comunque in luoghi solitamente deputati.
Una cartolina rappresentante le vecchie terme
Le terme rappresentano un punto fondamentale nella storia di Saint-Vincent.
L’Abbé Giovan Battista Perret, un sacerdote nato nel 1714 e vissuto a Saint-Vincent, notò che nei pascoli della valletta di Vagnod, le mucche sembravano prediligere l’acqua che scaturiva da una sorgente. Incuriosito la raccolse e fece analizzare scoprendo che era ricca di bicarbonati, acido carbonico, solfato sodico e cloruri. Comprendendone la possibile utilità, il buon Perret acquistò la sorgente e fece effettuare studi più approfonditi da cui risultò essere “diuretica, purgante e destruente” nonché “assai più mineralizzati di quella di Carlsbad”.
Era il 1770, ma quella piccola scoperta avrebbe cambiato per sempre il destino della Riviera delle Alpi.
Ai tempi le "acque curative" erano di gran moda tra nobili e teste coronate, così la fama delle terme di Saint-Vincent giunsero all'orecchio dei Savoia: re Carlo Emanuele III mandò degli esperti che, analizzata l'acqua, la paragonarono a quelle già celebri di Vichy e Sangemini. 
Nel 1778, re Carlo Emanuele III si interessò a questa scoperta; attraverso l’intendenza di Aosta, le finanze pubbliche deliberarono la spesa di 57 lire e 10 centesimi per la costruzione delle prese e delle vasche di raccolta dell’acqua e per la posa dei rubinetti al fine di una distribuzione controllata.
Nel frattempo, il buon Abbé Perret era morto (1808) e aveva lasciato ogni suo avere, compresa la Fons Salutis, alla parrocchia di San Vincenzo che, a sua volta, la cedette al Comune (1820) per la cifra di 50 lire.
La fama della Fons Salutis cresceva fino a diventare una vera e propria attrazione turistica, frequentata da reali e personaggi famosi e dette un impulso importantissimo allo sviluppo del piccolo borgo di Saint-Vincent. Gli ospiti che arrivavano in treno ad Ivrea trovavano delle carrozze ad attenderli per portarli qui e uno dei proprietari di quel servizio diligenze era Stefano Billia, che - comprendendo il potenziale della cittadina - fece costruire un hotel con ben 138 stanze e dotato di tutti i lussi: era il Grand Hotel Billia.
Era l'inizio della Belle Époque, un periodo d’oro in cui fiorirono tutte le principali attività turistiche e dove, tra gli ospiti del nostro paese, si possono ricordare gli esponenti più in vista dell’aristocrazia dell’epoca (la Regina Maria Teresa, le Principesse Maria Anna e Maria Cristina, Ferdinando di Savoia, la Regina Margherita, la Principessa Letizia, il Principe Luigi Napoleone) e personaggi illustri, quali Silvio Pellico e Giosuè Carducci.
La Cappella dei Partigiani ad Amay
Abbiamo detto che Saint-Vincent ospitava, grazie al richiamo delle terme, il jet set di Italia e Francia e così, già nel 1920, l’allora sindaco Elia Page aveva chiesto il permesso al prefetto di Aosta di aprire una roulette nei mesi estivi per offrire un po’ di svago alla ricca. E così fu fatto fino al 1940 quando l’Italia entrò in guerra.
La Seconda Guerra mondiale fu una tragedia per tutto il mondo e per la nostra regione. Verso la fine del conflitto, un gruppo di partigiani, la 17^ brigata Matteotti, trovava rifugio nei pascoli e tra i boschi che stanno tra Amay e il monte Zerbion. Era una guerra fatta di piccoli scontri e tanta sofferenza. I partigiani ricevevano l’appoggio degli abitanti dei villaggi ma, al tempo stesso, erano un pericolo per le piccole comunità. Furono anni di passione per la libertà, di grandi ardori e di terribili sacrifici. Molti furono i giovani che persero la vita combattendo il nemico nazi-fascista. La loro storia è ricordata dall’itinerario tematico “La Via degli Uomini” i cui cartelli potete trovare passeggiando tra le vie del centro. Alcuni partigiani sono ricordati nei nomi delle vie o nella lapide posta in piazza Cavalieri di Vittorio Veneto.
Ma c’è un episodio che vale la pena menzionare. Primo Levi, l’insigne letterato autore, tra le altre opere, di “Se questo è un uomo”, decise di unirsi ai partigiani e venne ad Amay, in collina, dove prese alloggio presso lo chalet Beau Sejour e qui, la mattina del 13 dicembre 1943, venne arrestato per essere deportato ad Auschwitz, assieme a Vanda Maestro, che morirà nel campo di concentramento, e Luciana Nissim. A Primo Levi è dedicata la nostra biblioteca comunale.
Ai partigiani è dedicata anche la cappella di Amay e il Parco della Rimembranza che si trova sull’ultimo tornante sella strada regionale che porta al Col de Joux.
Alla fine del conflitto, il sindaco Elia Page chiese la possibilità di aprire una casa da gioco permanente ma non ricevette risposta dal Ministero dell’Interno. Però, l’anno successivo, Federico Chabod presidente della regione Valle d’Aosta (anche se le Regioni all’epoca non esistevano formalmente) concesse l’apertura del Casinò così come lo conosciamo noi.
La prima sede, nel 1947, fu nei saloni del prestigioso Grand Hotel Billia e da quel momento la fama della casa da gioco non smise mai di crescere.






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